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11 minut











Che il grande colpo ti faccia saltare occhi e orecchie, in ottanta minuti, ad incastro. Basta così.
Perché il ritorno alla regia del maestro Jerzy Skolimowski, a cinque anni da Essential Killing, pone già alle radici le basi di una detonazione annunciata, suggerisce (o urla) che dal primo secondo all'ultimo il meccanismo non si arresterà, come a dichiarare preventivamente che conviene lasciarsi travolgere senza troppi pensieri, senza stare a puntare il dito nella speranza di poter dettare o dilatare i tempi.
La trama è una tela intrisa di prospettivismo: l'idea, che non è certo nuova (come se fosse il caso di porsi il problema dell'originalità), è quella di offrire un ventaglio di vicende apparentemente scollegate, delimitandole in un arco temporale ben preciso (questi fatali undici minuti) e puntando ad irrobustirne la tensione narrativa fino ad un deragliamento finale che tenga insieme tutti i fili proposti (un deragliamento che paradossalmente dovrebbe fungere da stazione o da approdo sicuro più che da incidente).
Così si spazia da pornostar e produttori maiali a gelosia coniugale e tradimenti, da corse disperate in ambulanza a pedofili riabilitati socialmente alla vendita di hot dog, tutto in funzione di un fine più alto: la scrittura e la realizzazione è quasi di servizio ad un sistema (azzardato, sempre e comunque) che mira non tanto all'intrattenimento nudo e crudo, anche perché è difficile credere che a Skolimowski importi, bensì a produrre un tonfo così assordante da aprire un varco, uno spaccato, una breccia alla fortezza del nostro personale, sconfinato solipsismo.
Così abbiamo scoperto che al maestro polacco il determinismo piace proprio in tutto e per tutto, è quasi un fil rouge che guida lo spettatore attraverso un mondo di grigiume in cui le pulsioni, se esistono, non sono che consequenzialmente votate alla strage. Ed ecco il centro della riflessione: l'idea madre che fa esplodere la pellicola (in tutti i sensi, perché in ogni suo aspetto, anche sonoro, è proprio prepotente) è che tutta l'estetica del nostro mondo possa essere ricondotta al crollo, alla caduta o più precisamente alla catastrofe.
Il film sembra indicare che tutta la grande macchina umana, tutto il grande giocattolo urbano e sociale che ospita quotidianamente le vite di tutti noi, sia un'invenzione che deve necessariamente inglobare in sé l'idea della propria distruzione o auto-distruzione.
La nota forse stonata è che Skolimowki getta qua e là, senza la dovuta convinzione (forse a ragion veduta) le esche di una forza pseudo-occulta superiore a cui spera abbocchino un po' tutti. Ma il complottismo scientifico o la deriva mistica non hanno granché da spartire con il muscoloso labirinto che in “11 Minut” viene costruito.
Ed è vero, come si è vociferato a più riprese dopo le anteprime stampa, che i personaggi e le loro vicende personali hanno toni grotteschi e poco sviluppati (per farla breve non esiste alcun tipo di introspezione, i loro mondi interiori sono azzoppati, tutto per favorire il tecnicismo ad effetto) ma sembra altrettanto evidente che l'autore non abbia vissuto la questione come un problema e che il film non senta affatto la mancanza di drammucci da camera.
In fondo, come si può esigere della poesia da un lavoro che va proprio ad illustrarne la totale assenza? Come ci si può aspettare ascesi da una bomba ad orologeria? Quando scade il tempo, quando passano gli undici minuti, salta in aria tutto e basta. Anche questa è una forma di ricerca estetica, più attuale che mai. Interrogare Heiner Müller per conferma.

La frase:
- "In quel punto c'era una porta"
- "Quale porta?"
- "La porta d'uscita".

a cura di Riccardo Favaro

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