Alice in Wonderland
Quando si sparse la notizia che Tim Burton avrebbe ricreato il paese delle meraviglie, tutti i fan del regista americano hanno cominciato a trepidare immaginando il possibile risultato. Quale occhio migliore poteva spaziare in un mondo fantastico come quello di Alice senza alcun vincolo di realtà, giocando su colori, forme, atmosfere, malinconia e romanticismo? Si parlava di connubio perfetto, si aspettava il capolavoro. Così non è.
Premessa: parliamo di un buon film. Storia fluida, una prima parte divertente dove il sottoterra senza regole in cui cade Alice colleziona paradossi e personaggi strambi come ci si aspettava ed una seconda leggermente sotto tono, ma comunque passabile. Fin dall’inizio viene messa in chiaro la missione della protagonista, salvare il regno dalla prepotenza della regina di cuori, così da poter avere un inizio e una fine lineare che faccia da fil rouge a tutta la vicenda. Purtroppo questa struttura così ordinata è il limite principale del film. La volontà di dare un senso al viaggio di Alice lega Burton ad un canovaccio che tanto ricorda "Le cronache di Narnia" e tanti altri fantasy del recente passato. La straordinarietà dei libri di Lewis Carrol prima (scritti tra il 1865 e il 1871) e l’omonimo film della Walt Disney poi (1951), era nel suo apparire davvero un’avventura fuori di testa, piena di non-sense e pindariche associazioni di idee. La forza dei due testi di Carrol risiedeva così tanto in questa sorta di "pazzia ragionata", che il cartone animato della Disney ne fece una trasposizione che in molti interpretarono come un manifesto sul potere entusiasmante delle droghe (in particolare l’LSD). Allucinazioni, eccitazione, doppia realtà e così via. Il film di Burton inventa un passato da orfana di padre per Alice (qui adulta e non più bambina come nelle versioni precedenti) per poi giustificare la sua didattica caduta in "Underland-sottoterra" (anziché l’originale "Wonderland"). Sembra un po' lo schema di "Hook - Capitan Uncino" di Steven Spielberg con il Peter Pan cresciuto. La morale della favola "assumersi le proprie responsabilità e diventare grandi", sembra buttata lì senza convinzione, i parallelismi tra i personaggi reali e quelli incontranti nel sogno sono forzati, l’interessante rapporto dualistico tra le sorelle regine si conclude senza chiudere completamente le trame aperte, ma tagliando corto, quasi a non volere calcare la mano. I paesaggi sono abbastanza dark come da aspettativa, ma si perdono all’interno di una storia che non prende mai per lo stomaco, non emoziona scavando nella sensibilità dello spettatore facendolo volare con la fantasia ed avvicinarsi al cuore per l’emozione come altre storie del papà di "Edward mani di forbice". La sensazione finale è che ci si trovi di fronte ad un film più Disney che Burton, più convenzionale che straordinariamente fuori dalle regole. Un fantasy tradizionale scritto e diretto su commissione, non per vera ispirazione personale. Il balletto "deliranza" di Johnny Depp alias Cappellaio matto, per taglio di montaggio, durata e scelta della musica è addirittura uno dei punti più bassi della cinematografia del regista, un vero e proprio momento trash di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Dopo il non irresistibile "Sweeney Todd", siamo di fronte ad un altro mezzo passo falso di Tim Burton.
Il girare remake o pseudo tali non fa per lui: i suoi lavori meno riusciti sono infatti proprio "Il pianeta delle scimmie", "Sweeney Todd" ed ora "Alice in the Wonderland". Il 3d utilizzato è stato aggiunto in post-produzione ("Avatar" invece è stato girato direttamente in 3d) e non è necessario per un pieno godimento del film. Nota di merito per Helena Bonham Carter, la sua interpretazione da regina di cuori è senza dubbio la migliore del film, nonostante un Depp che, come al solito, gioca ad imbruttirsi e ad apparire fuori di testa. Concludiamo con un auspicio: che Tim Burton non abbia perso il suo lato fanciullesco e riesca a trarre da lì le sue prossime storie e visioni. Ne abbiamo bisogno.

La frase: "I cani, quelli si bevono tutto".

Andrea D'Addio

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