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Van Gogh - At Eternity's Gate

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Leonardo Mezzelani03 settembre 2018Voto: 5.0
 

  • Foto dal film Van Gogh - At Eternity's Gate
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Fare oggi un film su Van Gogh significa inoltrarsi in un terreno disseminato da un grandissimo numero di predecessori. Alla luce di questo non si può non riconoscere al regista Julian Schnabel il coraggio di confrontarsi con una figura ormai entrata in toto nell’immaginario di massa. Raccontare qualcosa di sconosciuto sul tormentato pittore olandese è impossibile, per questo “At the eternity’s gate” prova a stupire più dal punto di vista tecnico, con la messa in scena, che con la storia.

Le vicende narrate seguono gli ultimi anni di vita di Van Gogh, dal trasferimento ad Arles fino alla morte ricostruita, questa sì, in maniera non convenzionale. Cast stellare composto da William Dafoe nella parte del pittore, Oscar Isaac nella parte di Gaugin, Mads Mikkelsen che interpreta un sacerdote e molti altri (tra i quali Emmanuelle Seigner, moglie di Roman Polanski). Star qui a raccontare approfonditamente la trama del film è pressoché inutile.
“At the eternity’s gate” cerca di dare uno spaccato del pensiero vangoghiano, del suo modo di guardare il mondo, pensare la vita. Le relazioni con la società e i suoi colleghi, il rapporto con l’amato fratello Theo, la turbolenta e fulminea amicizia con Gaugin, tutto tenta di delineare una mappa della psiche di un genio. Ci vengono mostrate le crisi del pittore, ascoltiamo le parole che dedica all’arte della pittura.
Defoe sembra esser entrato abbastanza in sintonia con il personaggio, lo fa suo e prova a farlo rivivere. Eppure tutto questo non basta, il ritratto - perdonate il gioco di parole - che ne esce è troppo stereotipato. Si può controbattere che è inevitabile quando è di Van Gogh che si sta parlando, vero, eppure questo problema dell’essere “macchietta” non è circoscritto al protagonista. Il Gaugin di Isaac è ridicolmente piatto. Ridurre ad un artista che a 30 anni decide di abbandonare la sua famiglia per intraprender una vita dedicata all’arte, che nella sua indole animalesca riusciva a dipingere la bellezza del mondo influenzando profondamente l’arte a lui successiva, ad un rigido “maestro” edonista, è svilente.
Discorso differente invece per il dialogo con il già citato sacerdote interpretato da Mikkelsen, forse unico momento credibile, dove le frasi fatte acquisiscono un senso. Non sarebbe audace identificare proprio questo come il momento chiave dell’intero film, momento in cui Van Gogh esce fuori al 100%. Eppure siamo qui a parlare di un unicum.

Si è accennato alla tecnica, è giunto il momento di approfondire un minimo. Con la sua regia Schnabel gioca a fare il Malick, non rendendosi conto – evidentemente – di non essere Malick. Ne risulta un lavoro a tratti pesante oltre ogni modo, alla ricerca di una cifra stilistica alta ad ogni costo. Lo stesso si può dire della fotografia, che può ricordare alcuni lavori di Larrain (e Malick, di nuovo), ma bisogna ammettere che spesso le immagini incantano e il primo piano, su sfondo giallo, di Van Gogh con l’orecchio fasciato fa fatica a non restare impresso negli occhi dello spettatore.

Chi scrive questo articolo non ha neanche apprezzato l’apparente audacia del finale, assolutamente immotivata da un punto di vista narrativo (anche se recenti studi lo possono sostenere sotto l’aspetto storico). Quello che viene costruito nei 100’ precedenti perde quasi completamente forza, la drammaticità della scelta non si avverte. Tutto esplode in pochi minuti e ci si ritrova attoniti spettatori di un fulmine a ciel sereno. E a quel punto ci si chiede cosa resti oltre le poetiche frasi fatte, le belle immagini e l’affascinante fotografia.
La risposta è semplice: nulla o, ad esser buoni, pochissimo.


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