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Cyrano mon amour

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Leonardo Mezzelani11 aprile 2019Voto: 7.0
 

  • Foto dal film Cyrano mon amour
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Con “Cyrano, mon amour”, Alexis Michalik (che si ritaglia anche una piccola parte nel ruolo di Georges Feydeau) racconta la genesi di una delle pièce teatrali più conosciute al mondo, il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. Il regista, alla sua prima direzione di un lungometraggio, si ritrova tra le mani così una patata bollente, come si può parlare di un’opera così conosciuta senza cadere nel banale? A questa domanda si cercherà di rispondere più tardi, prima, un accenno di trama pare quantomeno necessario.
Tutto ha inizio con l’ennesimo fallimento del giovane autore teatrale, la sua tragedia scritta in versi è troppo lunga e complessa per il pubblico che esce annoiato dalla sala. Edmond si trova così con il morale a terra, sembra non credere più in se stesso, nonostante chi gli sta intorno non fa che motivarlo nello scrivere, in primis sua moglie. Dopo un’ellissi temporale che ci porta a due anni dal succitato fallimento, ancora nessuna opera è nata dalla penna dell’artista, ma un’opportunità è all’orizzonte, insperata. L’amica, nonché attrice a lui molto legata, Sarah Bernhardt, dice a Edomond che il famoso ed estroverso attore Coquelin ha bisogno di un’opera per rilanciare la sua carriera. Sarà proprio la vicinanza alla stella del teatro francese a dare al nostro protagonista la pressione necessaria per mettersi seriamente in cerca dell’ispirazione. Come spesso accade, questa arriva nella maniera più improbabile. Edmond si troverà a far da “ghost writer” (passateci il termine anacronistico) per il suo amico fraterno Léo (anche lui attore), aiutandolo a scrivere lettere d’amore per la sua amata, una costumista conosciuta sul palco. Questa corrispondenza diventerà sempre più profonda e di ispirazione per Rostand che si troverà così a combattere con la sua coscienza e a cercare risposte per le molte domande che gli passano per la testa. È giusto sfruttare così l’amore del suo amico? Perché sta nascondendo tutto a sua moglie? Si sta anche lui innamorando della ragazza?

Se ne vedono in quantità, ogni anno, di questi biophic che tentano di raccontare storie che godono già di una loro primitiva fama, rischiando spesso di risultare piatte e banali. In “Cyrano, mon amour”, invece, Alexis Michalik dimostra di aver piena coscienza sia del teatro che della settima arte.
La storia di genesi diventa così il pretesto per parlare di arte, della sua importanza, della bellezza dell’inventare. Non a caso gran parte dei personaggi sembra essere più vero quando recita una parte su di un palco. Quelli che ci vengono presentati sono per lo più personaggi che nella vita collezionano fallimenti, che sembrano destinati alla mediocrità, salvo qualche eccezione (ad esempio il proprietario del locale di colore). Le uniche ancore di salvezza sembrano essere l’amore, pietra angolare sulla quale poggia la vita di Edmond, e l’arte, unica spinta vitalistica che porta il singolo ad elevarsi sopra la media.

Se la presenza di questi temi profondi può far pensare a un film difficile da seguire, i fatti dimostrano l’opposto. La storia è raccontata con un ritmo incalzante, spesso si ride e ci si ritrova a sognare insieme ai personaggi sullo schermo, si vuole sinceramente vedere come si arriverà alla messa in scena dello spettacolo più volte replicato nella storia del teatro francese. Anche la fotografia, molto “pastosa”, caratterizzata da chiaroscuri quasi alla Caravaggio, permette di entrare in quel lontano e – oramai – misterioso mondo che è il teatro. Da sottolineare anche il piccolo omaggio al cinema dei Lumiere che Michalik infila ad inizio film, una chicca che non può non essere apprezzata.

“Cyrano, mon amour” è così un chiaro esempio di come sia possibile fare un cinema corale solido, che sappia strappare qualche sorriso e lasciare allo spettatore un senso di ottimismo senza cadere nello scontato. Un film per tutti, destinato a lasciar contenti tutti, si spera.


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