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Autore L'obelisco di Axum
gatsby

Reg.: 21 Nov 2002
Messaggi: 15032
Da: Roma (RM)
Inviato: 07-11-2003 11:18  
DA NOI O DA VOI?

E’ una delle questioni più ricorrenti che si presentano ai governi che si sono succeduti nel nostro paese, e nonostante l’impegno profuso da tutti perché si trovi una soluzione ancora non c’è nessun’ufficialità sulla scelta che si è deciso di intraprendere.
Stiamo parlando della sorte che toccherà all’obelisco di Axum, famoso ormai non tanto per la propria imponenza, ma perché la sua permanenza nello stato italiano rende ogni giorno più difficile i rapporti diplomatici tra Italia ed Etiopia.
L'obelisco, posto in piazza di Porta Capena a Roma proviene da Axum, città santa dell'antico impero etiopico. In pietra basaltica scura, a sezione rettangolare, è alto 24 metri e pesa circa 150 tonnellate. Fu realizzato tra il primo e il quarto secolo dopo Cristo, probabilmente da artisti egizi al soldo del regno d’Axum.
La stele, rotta in tre tronconi, giaceva al suolo, come buona parte della cinquantina degli obelischi della città santa. In queste condizioni, almeno, la trovarono i soldati italiani che occuparono Axum alla fine del 1935. Fu sezionato in sei parti e trascinato da centinaia di soldati italiani ed eritrei durante un'odissea durata due mesi fino al porto di Massaua, quindi condotto per nave fino a Napoli e con un convoglio speciale fino a Roma, venne collocato il 20 ottobre '37 nella posizione attuale.
Per assicurarne la tenuta, fu rinforzato internamente con cunei metallici.
La superficie del monumento dovette essere restaurata in più punti.
Negli scontri seguiti all'8 settembre '43, l'obelisco, colpito da raffiche dì armi automatiche, subì altri danni.
Intorno all’ultima parte degl’anni ’60 incominciò a porsi la questione di una sua possibile restituzione ai legittimi proprietari.
Tuttavia il problema non risulta di facile soluzione, infatti, come confermò l’Amedeo Duca d'Aosta, il caso sembrava chiuso agli inizi del '69 quando la Farnesina inviò l’obelisco alla corte del re Haile' Selassie', il quale di fronte agli enormi costi relativi al trasporto, disse di considerarlo come un suo dono personale agli italiani.
Da altre fonti alternative risulta che la Farnesina addirittura pagò l'equivalente stimato per il trasporto all'Etiopia, la quale al momento di riprendere il monumento, non avendo più la somma concessagli, decise di lasciarlo all'Italia come dono di una rinnovata amicizia.
Nel 1997 l’Italia riconsegnò al governo abissino un’altra opera saccheggiata durante il colonialismo: il “Leone di Giuda” installato un tempo in Piazza dei Cinquecento davanti alla stazione Termini. Durante le discussioni tra le due delegazioni, furono anche definite le fasi del processo attraverso cui doveva essere effettuato il trasferimento dell’obelisco entro la fine dell’anno 2001 da Roma al Parco archeologico di Axum dopo essere stato restaurato.
La questione sembrava quindi giunta a conclusione finché non è avvenuto il cambio di governo in Italia. L’allora segretario del Ministero dei Beni Culturali, Vittorio Sgarbi con una dichiarazione del Luglio della scorsa estate esternava il proprio disappunto per l’eventuale restituzione del monumento perché preoccupato degli eventuali danni che esso potesse subire durante lo spostamento.
Accade così che il monumento non è restituito entro i termini fissati nel 1997, ma rimane a Roma dove giace tuttora.
Il mancato ritorno dell’opera fa scattare le ire del governo etiopico che dichiara nel gennaio passato: “Vogliamo un impegno scritto del premier italiano che ci garantisca la restituzione del nostro obelisco”. “In Etiopia la restituzione dell’obelisco è un’esigenza molto sentita a livello popolare e il non rispetto di tale impegno rischia di trasformare l’attuale irritazione e malcontento della gente in ostilità”, sostengono ora le fonti diplomatiche etiopiche.
Nel gennaio 2002 Sgarbi definisce Axum zona di guerra, sottolineando così l’impossibilità della restituzione dell’obelisco poiché quest’ultimo correrebbe il rischio di essere distrutto. Le parole del segretario non vengono però appoggiate dal direttore generale dell’Unesco, Matsuura afferma che di Axum non è affatto zona“di guerra”.
Nel luglio 2002 la polemica si fa ancora più aspra.
Sgarbi, infatti, ribadisce il suo disappunto e durante un’intervista rilasciata ai quotidiani di maggior diffusione nazionale continua a ripetere i rischi che l’obelisco correrebbe durante il viaggio di ritorno sono troppo grandi perché si possa compiere la restituzione.
Il 19 luglio 2002 il Consiglio dei ministri, dopo una relazione del presidente del Consiglio dei ministri e ministro ad interim degli Affari esteri Silvio Berlusconi decide di avviare le procedure per la restituzione all'Etiopia dell'obelisco d’Axum.
Vittorio Sgarbi, ormai ex sottosegretario, dichiara dopo la decisione«Voglio vederli tecnicamente all'opera quando lo smonteranno: saranno contenti quando si sbriciola. Così avremo un altro esempio d’inadeguatezza rispetto agli obiettivi». Ed aggiunge ironicamente «Serenamente aspettiamo che lo mandino in briciole ad Axum. L'operazione dà il senso di una grande nazione, che rispetta gli impegni e fa cose importanti come questa».
Saremo finalmente giunti alla conclusione di questa vicenda?
06/11/2003 09:50


OBELISCO AXUM: E' COMINCIATA LA RIMOZIONE
ROMA - E' cominciata la rimozione dell'obelisco di Axum, la stele alta 24 metri e pesante 160 tonnellate, che dopo essere rimasto 66 anni a Roma, simbolo di una delle imprese del regime fascista, sara' infine, al termine di una vertenza annosa, restituito all'Etiopia. Iersera vicino alla stele sono parcheggiati un tir e un camion per i trasporti eccezionali sul quale e' montato un enorme braccio meccanico ed e' stata rimossa la parte che occupava la sommita' del monumento. Tutto intorno le impalcature sono un po' piu' basse che nei giorni precdenti ed e' stata ampliata l'area transennata, in piazza di Porta Capena, per consentire lo svolgimento delle operazioni nella massima sicurezza.















La vicenda dell’obelisco di Axum e’ un discorso che trascende dal semplice valore dell’opera, per divenire il simbolo di un usanza radicata nel passato che rendeva legittimo il saccheggio di opere operato da un popolo vincitore sul territorio di quello sconfitto.
Molte sono state infatti le polemiche in questi giorni sul restituire o meno l’obelisco e tuttora qualsiasi decisione venga presa non verrà certamente apprezzata da tutti. Una cosa è certa: da un punto di vista morale sarebbe giusto riconsegnare l’obelisco al paese d’origine ma riflettendoci bene la storia è piena di episodi analoghi e quasi nessuno s’è concluso nella maniera prospettataci dagli accordi recenti.
Molti sono i monumenti o opere d’arte saccheggiati nel passato da paesi stranieri e conservati in famose città lontane dal luogo d’origine.
L’altare di Pergamo, ad esempio, sebbene patrimonio culturale turco, è conservato a Berlino. Ogni reperto archeologico rubato o comunque trasferito in un altro paese dovrebbe essere riportato in quello d’origine.
Stesso discorso vale per la Gioconda che per poterla vedere bisogna andare a Parigi. Nonostante sia stata saccheggiata dall’esercito di Napoleone, l’opera resta pur sempre
italiana, e nessuno chiede la sua restituzione e rimane al Louvre ,dove ogni giorno migliaia di turisti si precipitano per ammirarne l’incomparabile bellezza. L’Obelisco di Axum si è ormai connaturato nel paesaggio e nella vita romana, come uno schiavo rapito dall’Africa e trasportato con molti problemi in Italia, ma ormai inserito nella realtà del Paese di adozione forzata. Quale valore dare quindi a questo “figlio d’Africa?”. Il valore della pace, della cultura, della presenza. Come valore di pace rievoca la triste storia coloniale e rimane come testimonianza perenne per le future generazioni di una vicenda di occupazione impari ed ingiusta che aveva il solo senso di collocare ingenuamente una giovane Italia nel ruolo di Nazione Imperiale nella stregua di più vecchie e strutturate Nazioni Europee ben più esperte di vicende coloniali. Come valore della cultura l’Obelisco di Axum viene ad essere collocato insieme ai suoi “fratelli egiziani” in un contesto straordinario.
A Roma ce ne sono una decina di diverse dimensioni: P.zza del Popolo, Villa Borghese, Trinità dei Monti, S.Pietro, Quirinale, P.zza Navona, P.zza della Minerva, Villa Celimontana, Villa Torlonia, P.zza dei Cinquecento, etc.,. Insieme costituiscono la ricchezza storica della nostra città, un museo all’aperto della Storia, della Cultura e della Civiltà dei Popoli. L’Etiopia si viene a collocare quindi al centro della cultura della Civiltà. Axum è in Etiopia, ma l’Obelisco è a Roma, quale ambasciatore della storia e della cultura etiope. Per quanto mi riguarda ogni volta che passo per Circo Massimo, sotto l’Obelisco il mio pensiero va all’Etiopia alle sue ricchezze ed al suo fascino. Viene il desiderio di scoprire la bellezza di quel paese, di vedere le opere lasciateci in quel luogo dalle civiltà passate che lì vi hanno abitato. Forse la soluzione migliore è quella suggerita dallo storico Edoardo Monaco che auspica una soluzione che da un punto di vista giuridico risolverebbe tutte la questioni. La restituzione deve infatti risolversi restituzione rendendo l’area su cui è installato l’obelisco “extra territoriale”, quindi come bene etiope collocato all’estero su territorio etiope come succede già per le Ambasciate.
Si otterrebbero in questo modo diversi risultati positivi:
- il superamento dei problemi storici tra i due Paesi;
- - si eviterebbero rischi di un costoso trasporto e di nuove rotture,
- - rimarrebbe l’attuale strategica localizzazione di fronte alla FAO (organismo espressione delle Nazioni Unite per la pianificazione dell’Alimentazione e dell’Agricoltura, del quale l’Etiopia ha enorme necessità) sotto gli occhi del mondo;
- - l’apertura di un preciso accordo economico e culturale tra l’Etiopia ed Italia per la salvaguardia e la valorizzazione del parco archeologico di Axum a compenso dei “danni storici” patiti per la forzata delocalizzazione della stele.
Queste riflessioni ritengo che possono accompagnare le scelte e le decisioni delle Rappresentanze Italiana ed Etiope nella definizione della vicenda, ricollocandola serenamente nel contesto storico con una nuova equità ed un nuovo realismo.
Purtroppo una soluzione di questo genere non è stata presa nemmeno in considerazione nonostante avrebbe rappresentato un vero e proprio gesto si pace e di avvicinamento dei popoli.


E voi che ne pensate?

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Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento : quello in cui l'uomo sa per sempre chi è

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stilgar

Reg.: 12 Nov 2001
Messaggi: 4999
Da: castelgiorgio (TR)
Inviato: 07-11-2003 11:47  
Penso che sia una questione diplomatica abbastanza spinosa e che in Etiopia abbiano altro a cui pensare. Un bel gesto sarebbe devolvere l'equivalente dei costi dell'eventuale trasporto in aiuti umanitari alla popolazione.
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Profundis - L'anima nera della rete

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KaiserSoze


Reg.: 02 Ott 2001
Messaggi: 6944
Da: Quartu Sant'Elena (CA)
Inviato: 07-11-2003 11:51  
quote:
In data 2003-11-07 11:47, stilgar scrive:
Penso che sia una questione diplomatica abbastanza spinosa e che in Etiopia abbiano altro a cui pensare. Un bel gesto sarebbe devolvere l'equivalente dei costi dell'eventuale trasporto in aiuti umanitari alla popolazione.




Non male l'idea.
Io la penso come Gatsby cmq le opere trafugate diventano patrimonio culturale del paese che le ospita, pensate che casino se tutti i paesi dovessero richiedere le opere sottrate per un motivo o per l'altro...
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Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.

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stilgar

Reg.: 12 Nov 2001
Messaggi: 4999
Da: castelgiorgio (TR)
Inviato: 07-11-2003 12:09  
quote:
In data 2003-11-07 11:51, KaiserSoze scrive:
quote:
In data 2003-11-07 11:47, stilgar scrive:
Penso che sia una questione diplomatica abbastanza spinosa e che in Etiopia abbiano altro a cui pensare. Un bel gesto sarebbe devolvere l'equivalente dei costi dell'eventuale trasporto in aiuti umanitari alla popolazione.




Non male l'idea.
Io la penso come Gatsby cmq le opere trafugate diventano patrimonio culturale del paese che le ospita, pensate che casino se tutti i paesi dovessero richiedere le opere sottrate per un motivo o per l'altro...



In effetti se i francesi dovessero ridarci tutte le opere trafugate da Napoleone, sarebbero costretti a chiudere il 30% dei loro musei
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Profundis - L'anima nera della rete

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denisuccia

Reg.: 14 Apr 2002
Messaggi: 16972
Da: sanremo (IM)
Inviato: 07-11-2003 12:14  
quote:
In data 2003-11-07 12:09, stilgar scrive:
In effetti se i francesi dovessero ridarci tutte le opere trafugate da Napoleone, sarebbero costretti a chiudere il 30% dei loro musei



e questo non sarebbe affatto male!
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L'improvviso rossore sulle guance di Thérèse, identificato immediatamente come il segno dell'Amore, quando io avevo sperato in una innocente tubercolosi.

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pibedeoro

Reg.: 26 Giu 2003
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Da: Carrara (MS)
Inviato: 07-11-2003 16:22  
quote:
In data 2003-11-07 12:14, denisuccia scrive:
quote:
In data 2003-11-07 12:09, stilgar scrive:
In effetti se i francesi dovessero ridarci tutte le opere trafugate da Napoleone, sarebbero costretti a chiudere il 30% dei loro musei



e questo non sarebbe affatto male!




Era quello che stavo pensando all'inizio mentreleggevo l'intervento di Gatsby, c'è anche dadireperò cheda quantoho capito questo obelisco non è unsemplice "pilone" è qualcosa di molto importante e quindi il discorso è più complesso di quanto sembri...
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Non può piovere per sempre

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moxfurbona

Reg.: 04 Mar 2003
Messaggi: 1194
Da: lucca (LU)
Inviato: 11-11-2003 01:15  
So che la mia opinione è un po' abietta ma io col cavolo che lo restituirei a una nazioncina insignificante come l'Etiopia.Chi ha saccheggiato per secoli (francia,germania,inghilterra) si è sempre tenuto il bottino (e non si parla di un obelisco ma di interi templi greci...) e noi dovremmo restituire l'unico reperto trafugato?Col cavolo ,col cavolo...

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gatsby

Reg.: 21 Nov 2002
Messaggi: 15032
Da: Roma (RM)
Inviato: 11-11-2003 11:10  
Martedì 11 Novembre 2003


MILIONI DA SPENDERE MEGLIO



di MARCO GUIDI

«MILLE artigli aguzzi si protendono a ghermir, non può sfuggir. Ecco gli italiani già hanno preso la città. Belli nel maschio viso in un sorriso cantan così: Adua è liberata, è ritornata a noi…». Erano gli anni 1935-36 e l’Italia compatta cantava, la guerra d’Etiopia tra le altre cose generò una miriade di canzoni delle quali la più nota sarebbe stata “Faccetta nera”, ma la prima fu senz’altro questa, dal titolo appunto di “Adua”. A 17 km dalla città legata alla drammatica sconfitta della prima guerra italo-abissina del 1896 sorgeva la città santa di Axum, capitale del primo regno etiopico, ricca di monumenti malandati ma in buona parte ancora visibili. Proprio ad Axum una spedizione archeologica tedesca, agli inizi del 900, aveva rivelato al mondo la presenza dei famosi obelischi, risalenti ai primi secoli dell’era cristiana, tra cui uno di 21 metri ancora in piedi e altri due (uno di 33,30, l’altro di 24 metri) a terra.
A guerra d’Etiopia finita e a conquista avvenuta, fu Mussolini che decise di far portare a Roma proprio l’obelisco atterrato di 24 metri per celebrare insieme la conquista dell’Impero e il quindicesimo anniversario della Marcia su Roma. Dal 31 ottobre 1937 l’obelisco adornava di sé Roma come del resto fanno gli obelischi egizi trasportati in città ai tempi dell’Impero romano (quello vero).
La storia della restituzione inizia nel dopoguerra quando l’Etiopia, tornata libera sotto l’autorità del negus Hailé Selassié, firma nel 1947 il trattato di pace con l’Italia repubblicana. Tra le clausole c’è anche quella del ritorno dell’obelisco. Però il negus non insiste più di tanto e l’obelisco viene, de facto, barattato con la costruzione di un ospedale che in effetti l’Italia edifica in Etiopia.
Vicenda chiusa? No, nel 1997, durante la visita ad Addis Abeba dell’allora presidente Scalfaro, viene stabilito di nuovo che l’obelisco dovrà tornare a casa.
Il fatto è piuttosto insolito visto che l’obelisco in qualche modo è stato “pagato” con la costruzione dell’ospedale ma tant’è. Intanto passa il tempo senza che accada nulla fino a che la questione si riaccende dopo 66 anni. Ora l’obelisco è in via di smontaggio, poi finirà in un deposito a Fiumicino in attesa di trovare un aereo abbastanza grande da poterlo trasportare (un Galaxy americano a un Ilyuscin russo).
Alla fine il tutto costerà molti milioni di euro e l’obelisco tornerà ad Axum a far bella mostra di sé assieme agli altri obelischi (che i vari governi etiopici non hanno mai sentito il bisogno di rialzare).
Francamente dopo oltre sessant’anni non si capisce bene il perché della restituzione. Quindi sarà bene sfatare alcune leggende: la prima quella dell’obelisco come un unicum, prezioso documento della civiltà axumita. Cosa non vera dal momento che, l’abbiamo visto, ne esistono altri e quello di Roma non è nemmeno il maggiore. Poi c’è chi chiede la restituzione del monumento come riparazione dell’invasione fascista. La riparazione c’è già stata fin dagli anni 60 (l’ospedale). Ma ammettiamo pure che l’Italia debba all’Etiopia ancora un ulteriore debito.
Ci domandiamo se non sarebbe stato il caso di destinare la cifra ingente del costo dell’operazione in aiuti a uno dei paesi più poveri del mondo in cambio, magari, del “dono” simbolico da parte del governo di Addis Abeba dell’obelisco. Forse per quelle popolazioni sarebbe stato meglio. Ma l’Italia sembra colta da una specie di mania restituiva. All’Albania una testa romana, alla Libia la Venere di Cirene, all’Etiopia l’obelisco di Axum.
Pare che siamo il solo paese del mondo che si comporti così. In Germania per esempio nessuno pensa di restituire alla Turchia l’Ara di Pergamo, che fu portata via dai tedeschi in modo truffaldino (a differenza dei marmi del Partenone regolarmente comprati da lord Elgin). Forse potevamo lasciare l’obelisco dov’era da decenni e rimanere ugualmente amici dell’Etiopia.



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gatsby

Reg.: 21 Nov 2002
Messaggi: 15032
Da: Roma (RM)
Inviato: 11-11-2003 11:10  
FINIRÀ DIMENTICATA A PEZZI



di VITTORIO SGARBI

DOPO sessantasei anni, la stele di Axum torna a casa, o comunque in terre più vicine a quelle della sua provenienza. Era giunta in Italia come bottino della guerra d’Etiopia, inutile negarlo, esattamente come gli imperatori romani e Napoleone avevano fatto con gli obelischi egiziani. Era stato un viaggio faticosissimo e pericoloso, un’Odissea, un supplizio, con la stele che era stata tagliata in cinque pezzi, e una sua parte angolare che era stata addirittura lasciata nei pressi della chiesa copta di Santa Maria di Sion. La stele aveva dovuto percorrere centinaia e centinaia di chilometri lungo strade sterrate per giungere al porto di Massaua; di qui era stata caricata su una nave per Napoli, da dove, sempre con fatica e pericolo, era giunta a Roma. Anche la ricomposizione della stele non era stata semplice: il terreno nell’area prescelta era pieno di resti archeologici e di fognature che rallentarono la costruzione della piattaforma a gradoni e del basamento in cemento armato su cui avrebbe poggiato il monumento. A piattaforma conclusa, ci si accorse che le cinque parti della stele non combaciavano più, per la perdita di materiale nell’operazione di segatura; vennero allora inserite dentro un’anima di ferro e le parti mancanti, compresa la parte angolare lasciata a Santa Maria di Sion, furono integrate con del granito bigio. I supplizi per la stele di Axum non sarebbero finiti; l’area di Porta Capena in cui era stata eretta, quasi disabitata in epoca fascista, sarebbe diventata ad alta intensità di traffico a partire dagli anni Sessanta. La stele, dimenticata, associata impropriamente alla vicina sede della Fao a cui faceva da ingresso, divenne un punto di riferimento per gli automobilisti, con enormi quantità di gas di scarico che hanno contribuito a inscurirla in maniera permanente e probabilmente a corroderne anche qualche strato superficiale.
Non bastava, evidentemente. Adesso la stele di Axum, inscurita, corrosa, compie il percorso inverso, senza che nel frattempo nessuno dei pericoli in cui era incorsa nel 1937 siano stati sventati. Lo smontaggio sarà rischioso e compiuto quasi al buio, visto che mancano informazioni dettagliate sul modo in cui la stele è stata assemblata. Dovrà percorrere migliaia e migliaia di chilometri prima di giungere in Africa. Il percorso per Axum è rimasto assai accidentato: terre poverissime e in situazione di guerra civile permanente. Arriverà mai ad Axum? Ho forti dubbi, potrebbe finire in un magazzino e rimanerci per cinquant’anni. Ma anche dovesse arrivarci, come tornerà la stele ad Axum? Io conosco sia l’Etiopia, sia Axum, capitale di una civiltà sviluppatasi in particolare nei primi secoli dopo Cristo; la stele che torna indietro è solo una delle decine che si trovano in una stessa area, di diversa forma, altezza e lavorazione, tutte a indicare la presenza di tombe regali. Questa area si trova nelle condizioni in cui Paestum e Segesta potevano trovarsi tre secoli fa: le costruzioni sono in parte abbattute, compresa una stele “maggiore” più lunga di quella giunta a Roma. Le stele lavorate a rilievo hanno comunque mantenuto il colore originario della loro pietra, totalmente differente da quello della stele “romana”. Verrà innalzata o tenuta coricata sul terreno? E se verrà innalzata, come sarebbe logico, perché non si dovrebbe fare altrettanto con la stele “maggiore” e con tutte le altre per le quali sarebbe più propria la posizione eretta?
Insomma, esiste un progetto decente sul ritorno della stele “romana” ad Axum? No, non esiste, perché la questione è stata affrontata in termini esclusivamente politici. Si è pensato solo a un provvedimento che desse soddisfazione a un principio che in teoria nessuno discute (la legittima appartenenza culturale della stele all’Etiopia), ma che nella pratica rischia di procurare più danni che vantaggi. Si è fatta solo della retorica astratta, senza affrontare minimamente i problemi concreti della stele, senza preoccuparsi del fatto che le sue condizioni, già fortemente compromesse, potrebbero ulteriormente peggiorare. Ma ai sostenitori dei buoni sentimenti, questi aspetti non interessano: la stele potrebbe tornare anche in frantumi, potrebbe stare peggio di come stava a Roma, l’importante è fare il bel gesto politically correct .


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ginestra


Reg.: 02 Mag 2003
Messaggi: 8862
Da: San Nicola la Strada (CE)
Inviato: 12-11-2003 16:12  
Non mi pare che la Gioconda sia stata a noi restituita, quindi....il resto va da sé...
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E tu, lenta ginestra,che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco già noto, stenderà l'avaro lembo su tue molli foreste.......

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gatsby

Reg.: 21 Nov 2002
Messaggi: 15032
Da: Roma (RM)
Inviato: 13-02-2004 11:19  
Venerdì 13 Febbraio 2004

POVERO OBELISCO DI AXUM MANCA L’AEREO ADATTO PER RIPORTARLO IN ETIOPIA



di MARCO GUIDI

T ROPPO facile da prevedere, troppo facile da stigmatizzare, ma questa è la nemesi del politicamente corretto, delle buone intenzioni non corroborate da riflessioni serie. Sta di fatto che l’obelisco di Axum, smontato mesi or sono con grande cura, non si trova, come potevano pensare in tanti, nella città santa etiopica di Axum a far bella mostra di sé insieme agli altri obelischi della zona (una cinquantina giacciono abbattuti, uno solo sorge nella sua interezza ancora in piedi). No, l’obelisco di Axum giace in un magazzino dell’aeroporto di Fiumicino in attesa di essere trasportato in volo in Etiopia. E, standoalla situazione, si tratterà di un’attesa piuttosto lunga. Il fatto è che per trasportare le decine di tonnellate di pietra dell’obelisco, diviso in tre parti, occorrono aerei speciali, come l’Antonov russo o il suo equivalente americano. Aerei di cui non disponiamo e che al momento non abbiamo ancora trovato a nolo. Ma, e qui sta il bello o meglio lo stravagante, anche quando il governo italiano avesse noleggiato un gigante dei cieli per trasportare l’obelisco ci si troverebbe di fronte a un altro problema grosso: dove farlo atterrare? Già perché una pista che consenta l'atterraggio di un Antonov o di un aereo equivalente in Etiopia esiste soltanto a Addis Abeba. Ma da Addis Abeba ad Axum ci sono centinaia di km di strade, spesso in pessime condizioni (molte delle quali sono quelle fatte dagli italiani ai tempi dell’Impero). D’altronde la pista di atterraggio più vicina ad Axum non è assolutamente all’altezza di ospitare nemmeno l’atterraggio di un normale jet di linea, figuriamoci di un gigante.
Quindi? Quindi il nostro governo è di fronte a un bel problema. Né si può, come accadde nel 1937, pensare a un trasporto via nave. Non si può per due motivi. Il primo è che con l’indipendenza dell’Eritrea l’Etiopia ha perso ogni sbocco al mare e i rapporti con l’Eritrea sono talmente tesi che difficilmente il governo dell’Asmara concederebbe il passaggio. Ma, ammesso che il governo di Afeworki anche lo concedesse, ci si troverebbe di fronte a un altro problema: per arrivare dal porto di Assab in Eritrea ad Axum non esistono praticamente strade adatte al passaggio dei supercamion che dovrebbero portare l’obelisco a destinazione. Quindi? Quindi l’obelisco giace a Fiumicino con buona pace dell’Etiopia e di quanti hanno voluto, a quasi settant’anni dal suo trasporto in Italia, la restituzione. Restituzione, sarà il caso di ricordarlo, che non era affatto dovuta; ai tempi del negus, dopo il trattato di pace, noi restituimmo all’Etiopia le statue del Leone di Giuda, simbolo dell’impero etiopico, e ”in cambio” dell’obelisco costruimmo un ospedale in Etiopia. Ma evidentemente il risarcimento non è bastato, dal momento che poi lo abbiamo smontato per restituirlo. Restituirlo è difficile, ma poniamo pure che un modo qualunque alla fine si trovi. Quando l’obelisco sarà ad Axum cosa se ne farà? Lasciarlo a terra, come fu trovato ai tempi della conquista non pare bello, quindi bisognerà tornare a innalzarlo. Ma allora non sarebbe stato meglio che il nostro governo innalzasse il meno scassato degli obelischi (una cinquantina di varie misure, lo ripetiamo) che giacciono a terra in loco? Ma anche a questo bisognava pensare prima non dopo lo smontaggio. Al momento l’obelisco non fa più mostra di sé a Roma e, temiamo, passerà un bel periodo di tempo prima che possa tornarsene a casa. Chi ci abbia guadagnato in tutto questo non è chiaro. Chi ci abbia rimesso invece è palese: abbiamo speso un bel po’ di soldi per smontarlo, altri li spenderemo un giorno o l’altro per trasportarlo. L’Etiopia riavrà, forse, il suo pezzo di pietra il che non cambierà di un millimetro la sua situazione non esaltante, ma certamente rallegrerà il sentimento patriottico di qualcuno.




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