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Autore Babel - Inarritu parte terza
Petrus

Reg.: 17 Nov 2003
Messaggi: 11216
Da: roma (RM)
Inviato: 27-10-2006 12:35  
Dopo Amores Perros e 21 Grammi Inarritu torna con un film corale, un quadro pennellato a più riprese su diverse direttrici, che si intersecano, si sfiorano, senza mai però sovrapporsi, andare a coincidere.
Tre (o forse quattro) storie questa volta di laboriosissima ambientazione e altrettanto complicata decodificazione, in special modo nel loro presentare tratti unificanti e diversità sostanziali.
Stars d’eccezione Brad Pitt e Cate Blanchett, coppia scoppiata in cerca di una quadratura del cerchio, tentativo che sembra andare a buon fine solo nel momento della più grande tragedia. E quel Gael Garcia Bernal che funge quasi da feticcio-portafortuna, e come tale viene impiegato, costretto in un ruolo che lascia poco spazio al grande carisma comunicativo dell’attore messicano.
Il disegno di Inarritu sembra, alla terza replica, mostrare un po’ la corda. Il primo lavoro mostrava quel tono aggressivo ed asciutto che, in un esordiente, aveva stupito per coerenza e pulizia d’impianto. Nel secondo venivano impiegate grandi star (Del Toro, Penn, la Watts) in uno schema sporco e frammentario e con una produzione da cinema indipendente di classe.
La babele che descrive il regista nel suo terzo film presenta due tipi di difficoltà. Il primo narrativo, il secondo stilistico.
Andando con ordine. Lo script sembra essere scritto “alla maniera di” Inarritu. E questo, per un regista con una carriera discretamente corta, pur costellata di successi e già in possesso di una propria dimensione autoriale, è preoccupante. La stramba storia di un proiettile che malauguratamente parte da un fucile di matrice giapponese e colpisce (a morte?) una turista americana in terra marocchina, i figli della quale sono nel frattempo rimasti a San Diego con la tata messicana, sembra tirata un po’ per i capelli. O meglio. Prese singolarmente le singole ambientazioni, e i loro toccanti finali, reggono bene l’urto sella scena. Non si comprende però la volontà a tutti i costi di intersecarle trovando collegamenti abbastanza pretestuosi, ma soprattutto non necessari. Non era necessario cioè collegare una ragnatela di snodi narrativi così fitta per dare densità e profondità alla pellicola.
La seconda perplessità è sulla differenza dei registri adottati nella narrazione, adeguando la regia alla tradizione filmica del paese in cui, di volta in volta, ci si muove. Il peccato complessivo è dunque quello dell’auto-manierismo, che, pur conservando intatta una certa forza comunicativa e una sostanziale solidità d’impianto, priva il film di gran parte del suo slancio.
Meritato, per altri aspetti, il premio alla regia di Cannes. Il climax di tensione, per citarne uno, costruito sull’arrivo del proiettile nel pullman, costruito con un unico piano fisso, è qualcosa di notevole.
L’indagine, lo scandagliamento del regista sul tema della mancanza, è d’altra parte una delle frecce all’arco di Babel.
La mancanza di una civiltà moderna, di un moderno stato di diritto, nella “parte marocchina”, la mancanza di affetti propri, di sicurezze, in quella messicana, la mancanza di rapporto, di intesa, tra i due coniugi, e infine la mancanza di rapporti sociali al di fuori della propria nicchia, nella parte giapponese. Tema che è approfondito e sottolineato dalla sottolineatura dell’ambientazione desertica, che emerge tanto tra le sabbie del Marocco che nella steppa texana, come anche fra gli sterili grattacieli di Tokio. In questo scenario disarmante a pagare sono sempre gli innocenti, inermi di fronte alla casualità dell’inarrestabile destino.
Un Inarritu che mescola eccessi di sapienza autocelebrativa a momenti di grande cinema, a livello estetico ma anche d’indagine umana e psicologica, in un film che sembra più un’opera di transizione che un significativo passo avanti nel percorso autoriale di un buon regista.

pubblicato qui
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Ahsaas

Reg.: 18 Apr 2006
Messaggi: 779
Da: Parma - India (es)
Inviato: 29-10-2006 03:32  
posto anch'io le mie intrippanti considerazioni sul film:

BRUISE PRUISTINE: WE WERE BORN TO LOSE

Mentre si sta guardando un film di Inàrritu, si è sempre avvolti, ogni secondo, da una percezione di paura emotiva per quello che sappiamo o intuiamo stia per accadere: la tragedia umana. Estremizzata da una dimensione esplicita ed esplosiva a cui da sempre il filmaker ricorre, in quanto cant(aut)ore del dramma, del dolore che vuole irrimediabilmente toccare, coinvolgere, distruggere lo spettatore.
Così era per le sue precedenti opere, e così è per Babel, che ripercorre casi di fatalità, coincidenze mortali che stavolta non legano più solamente diversi personaggi di un medesimo spazio, bensì diverse nazioni. Una scatola nera che cuce frammenti internazionali per legarli in un unico grande disegno che parte da una pistola regalata dal Giappone, che in mano a due ragazzi marocchini, finirà per sparare ad una turista americana, i cui figli subiranno orrori similmente fatali in Messico.
Ancora una volta, è il destino che unisce questi turbinii di frantumazione spirituale, a riportare l’uomo, che sia americano o marocchino, nella sua condizione premeditata e scritta: la sofferenza. E Inàrritu non conosce il fuori-campo, l’immaginato, in quanto intende portare questa stessa sofferenza in chi assiste all’opera (un po’ come quell’altro Lars Von Trier, in fondo) con continui attacchi ed aggressioni estreme, un’amplificazione del dramma sempre pronta a colpire (ed affondare), a penetrare oltre le immagini mostrate, ad eccitare sensazioni che non possono lasciare indifferenti.
Una macchina da presa che non conosce le dimensioni dell’elisse, sorta di voyeur sadico che gode, vuole far vedere ed incidere a tutti i costi. Dunque, un Cinema che rifiuta le intuizioni, la personalizzazione spettatoriale, in quanto obbliga a percorrere un’unica strada senza vie di trattative, di dialettica verso l’altra parte del telone bianco. E se in ciò sta il limite (se non il difetto) dell’autore di 21 grammi, in esso risiede anche la sua forza e la sua unicità, le emozioni rarefatte che riesce a dare il suo Cinema.

C’è chi vede in questo procedimento un qualcosa di “dannoso perché cerca di fregarti e se non ci si protegge, ci riesce” (Simone Emiliani -Sentieri Selvaggi). Ma nel modus operandi di Inàrritu non risiede forse proprio quella natura stessa del Cinema come illusione e coinvolgimento tramite la falsificazione, e dunque, tramite la fregatura? Anzi, di più, il Cinema migliore non è proprio quello che riesce a “fregarti”, ad abbassare le tue guardie per subire passivamente immagini e suoni che scuotono le proprie percezioni, lo stomaco? E Inàrritu, anche stavolta, ce la fa a decostruire l’anima dei suoi personaggi e dei suoi spettatori, grazie anche ad una lezione assimilata dalle esperienze precedenti: al contrario di 21 grammi infatti, il regista ha finalmente imparato a non farsi modellare dalla potentissima sceneggiatura autorializzante e bulliccia di Guillermo Arriaga, mostrando gli eventi in modo più chiaro e diretto - poco o niente viaggi insensati nel tempo aka frammentazione diegetica all’inverosimile, ma un’enunciazione (quasi) lineare, fluida, che riesce a dare agl’eventi maggior enfasi e forza.
E Arriaga l’ha esplicitamente detto nelle interviste, che essendo stato occupato alla promozione de Le tre sepolture con Tommy Lee Jones, non è riuscito a partecipare fisicamente alle riprese con le sue suggestioni meta-intrippali. Noi diciamo “Grazie al Signore”, perché come conseguenza di ciò Inàrritu ha avuto totale libertà di gestione e manutenzione spazio-temporale, come già per Amores Perros, incastrando perfettamente i suoi pezzi di puzzle, seppur magari paradossalmente, e ancora una volta, dimostrando la grandissima abilità di usare i suoi attori come martiri prescelti e torturati, valorizzando finalmente appieno le loro performance non spezzettandole, bensì donando esse del pathos carico e un climax finalmente continuativo, e per questo, ancora più incisivo. S’è parlato dell’interpretazione di una vita per Brad Pitt e così è stato: recitazione intimistica, implosiva, trattenuta ma forzante allo stesso tempo. Così come il resto del cast, dalla ormai consacrata Cate Blanchett, fino alla rivelazione (almeno per noi occidentali) Rinko Kikuchi; recitazioni volutamente esagerate (alla Actors Studio) con urla (ulteriormente amplificate dal sonoro) a squarciagola, lacrimoni, tremiti corporali iper(meta)fisici.

Babel è l’opera completa di uno degl’autori (sempre) più interessanti del panorama internazionale, con momenti di una bellezza poetica che va dall’iper-realismo al puro trip oniricizzante; da ricordare la bellissima scena della discoteca giapponese, con quelle luci in continuo flash vibrante e quell’alternare le visioni oggettive e soggettive della Kikuchi, prima di perdere anche quella poca fetta di sogno che si stava creando in una full immersion nella solitudine e nel dolore, il rumore che si tramuta in silenzio, il caos in quiete (morte), i corpi vaganti in fantasmi trasparenti.
Inàrritu non si vergogna di giocare sporco chiudendo gli spettatori (cavie) in un baratro di aggressioni violente senza vie d’uscita. Rimane sempre la solita e classica domanda, essendo consapevoli della strada che si sta per battere: prendere o lasciare?

O meglio: Siete disposti a farvi fregare? Se la risposta è si, tirate il fegato e rompete la febbre, pronunciando il vostro ultimo addio.





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[ Questo messaggio è stato modificato da: Ahsaas il 29-10-2006 alle 04:01 ]

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bunch311

Reg.: 20 Gen 2005
Messaggi: 430
Da: roma (RM)
Inviato: 29-10-2006 15:10  
andatelo a vedere e basta,è un film che va sentito con tutti i sensi possibili del cinema.
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"tutti sognamo di tornare bambini,anche i peggiori di noi,anzi forse loro lo sognano più di tutti" il mucchio selvaggio

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kubrickfan

Reg.: 19 Dic 2005
Messaggi: 917
Da: gessate (MI)
Inviato: 29-10-2006 20:21  
semplicemente divino...

Sunto del commento per lettura veloce antispoilerun film stupendo, girato con una tecnica asciutta, diretta e semplice che prosegue e continua il discorso tanto caro a Inarritu del caso e del percorso delle emozioni e dell'anima.Un montaggio stupefacente ci accompagna in questo viaggio dove Pitt e Blanchett sono al servizio di parti tutt'altro che da star system ma coinvolgenti, umane e quindi pregnanti.Abbiamo una sezione giapponese che ricorda lo stile di Kitano tanto il regista ,che per me ha un talento multiforme, riesce a camaleontizzarsi nel gusto orientale.
Rendere omaggio a questo Babel vuol dire calarsi nelle emozioni di una vita dove nulla e' scontato , nulla e' di poco perche' basta un attimo per sconvolgere il tutto, e come la ragazza sordomuta vorremmo urlare il nostro disagio ma non possiamo farlo con le parole perche' non ci escono quelle giuste e dobbiamo denudarci per mostrare cio'che si puo' vedere senza avere una torre di Babele a confondere.Una poesia mai ipocrita,totalmente coinvolgente la cui lunghezza e' solo il procrastinare di un piacere infinito per un cantore che parla a tutti.

Osservazioniun film con una carica emotiva di grandissimo impatto, segnato dalla contrapposizione di tantissimi elementi ( poverta',paesaggio aspro,disperazione di vario tipo e paesaggi urbani e moderni ) sia emotivi che posizionali.Inarritu continua il suo percorso personale delle emozioni e del caso disegnando un affresco di proporzioni globali ,utilizzando al meglio ogni possibile realta' narrativa che la posizione della azione gli permette.
I paesaggi del Marocco sono quindi usati per raccontare storie di poverta' ma di grande valore umano ( vediamo tutti gli abitanti del piccolo paesino prodigarsi per la Blanchett ferita nonostante sia una americana mentre i compagni turisti del pullmann sono gretti ed egoisti) ,storie di persone che nonostante la ricchezza non riescono a trovare la loro personale stabilita' ( la ragazza sordomuta ) , storie di bambini cresciuti troppo in fretta che si sentono grandi con un fucile in mano, e storie di persone che non possono stare li' dove sono ma rimangono arrampicate alla loro condizione disperatamente perche' ormai quella e' al loro nuova realta',ma ogni piccola variazione e' una voragine che puo' condannare 16 anni di lavoro serio e amoroso.
Il caso, un semplice proiettile che squarcia carni ed esistenze, ci fa capire che siamo tutti troppo caduchi e instabili per avere certezze visto che alla minima difficolta' una parola non capita puo' essere solo l'inizio del crollo della nostra personale torre.E mentre il film scorre e piu' volte si ferma nei momenti topici per riprendere in momenti apparentemente banali, capiamo che non esistono veri momenti topici nella nostra vita, perche' ogni secondo vissuto e ogni parola spesa puo' essere fondante per il nostro futuro e per quello di chiunque al mondo non solo i nostri cari e quelli che ci stanno vicino.
Con un coltello infuocato il regista apre e chiude ferite , indipendentemente dal successo di quanto succeso la cosa potra' fare del male,ma un dolore momentaneo,perche' alla fine dalle cose piu' terribili possiamo torvare delle consolazioni,come capita alla coppia Pitt-blanchett che con la terribile esperienza del proiettile vagante avranno cancellato la loro insanabile frattura per via del figlio morto.E feriti e barcollanti potranno cominciare a camminare...cosi' pure la ragazza sordomuta che nuda abbraccia il padre ora puo' mostrarsi come se stessa senza falsita' o pruriginose voglie per placare la sua instabilita'.Ma di contro non sempre e' cosi'...la governante messicana paga caro la sua pur comprensibile scelta e il bambino marocchino vede distrutto il suo futuro e messe a nudo le sue sconce voglie con la sorella per il troppo innalzarsi del suo orgoglio che si sente potente con un fucile in mano.Pari pari il destino accontenta e distrugge ,sana e resuscita.
Un esercizio di stile potente e asciutto, sorretto da una fotografia e un montaggio validissimi , recitato benissimo da tutti ( oltretutto senza avere un personaggio accentrante ma un caleidoscopio pieno ) che coinvolge in maniera totale i nostri animi.Questo film al di la' dei simbolici 21 grammi pesa quintali, ma non su noi come una costrizione ma come un messaggio di riempimento per la nostra anima.Poesia allo stato puro vi chiede solo del tempo e pochi euro ampiamente ripagati perche' quello che vi da' non ha prezzo.

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Ayrtonit
ex "ayrtonit"

Reg.: 06 Giu 2004
Messaggi: 12883
Da: treviglio (BG)
Inviato: 01-11-2006 18:39  
l ho appena visto.
molto bello, di inarritu avevo visto solo 21 grammi e questo babel mi ha impressionato più positivamente.
non concordo con le critiche di pterus alla sceneggiatura forzata.
più che forzata direi pretestuosa, per dire altro, molto altro come scrivi tu stesso.
che il proiettile sparato da un fucile giapponese da due ragazzi marocchini centri in pieno la blanchett è una gran bella sfiga diremmo, ma se questa forzata sceneggiatura è mirata alla comunicazione di altri sensi, e in questo babel ne produce a iosa, ben venga. non sono fra quelli che sostengono che la sceneggiatura non conti nulla, ma non mi sembra che in babel sia del tutto strampalata.
è solo un pò forzata, incanalata lungo la direttrice di senso che inarritu voleva imprimere.
concordo con nancy sulla bellezza della scena in discoteca, e anche sul modo di fare cinema cosi violento ma anche voyeristico di inarritu, che ti spiattella davanti storie struggenti e iperdrammatiche. questo può piacere come invece dar fastidio. a me in 21 grammi dette abbastanza fastidio. ho visto in babel molta più poesia, e uno spazio d aria maggiore per lo spettatore, forse fin troppo. accanto al soffocamento di scene emotivamente forti, si aprono scenari desertici o asettici (vedi tokio..o forse è sapporo?), in cui la solitudine dei protagonisti è anche quella, riflessiva, dello spettatore.
babel, un altro bel film sulla solidarietà dell uomo , dopo lady in the water e world trade center. sulla solidarietà appunto e sulla voglia di comunicare ed esser davvero in contatto con l'"altro".
non so quindi se la sua regia meritasse la palma d oro (devo vedere gli altri registi in competizione) ma certo non la demerita.
bellissima prova corale di tutto il cast (al quale darei una nomination, e infatti domanda: il film concorrerà agli oscr o potrà esser candidato solo come miglior film straniero?).
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"In effetti la degenerazione non è mai divertente, bisogna saperla mantenere su livelli tollerabili.
Non è tanto una questione di civiltà, ma di intelligenza."
DEMONSETH

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Schizobis

Reg.: 13 Apr 2006
Messaggi: 1658
Da: Aosta (AO)
Inviato: 01-11-2006 18:46  
Ho visto sia Amores perros che 21 grammi.
Il primo mi era piaciuto anche se si cominciavano a vedere gli eccessi melodrammatici di 21 grammi.
21 grammi è uno di quei film che detesto per il modo disonesto di tirare colpi bassi allo spettatore, insistendo sul tasto retorico.
Che faccio, rischio e vado a vedere Babel, sperando di ritrovare l'autore della prima parte del film Amores Perros?

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Ayrtonit
ex "ayrtonit"

Reg.: 06 Giu 2004
Messaggi: 12883
Da: treviglio (BG)
Inviato: 01-11-2006 18:51  
quote:
In data 2006-11-01 18:46, Schizobis scrive:
Ho visto sia Amores perros che 21 grammi.
Il primo mi era piaciuto anche se si cominciavano a vedere gli eccessi melodrammatici di 21 grammi.
21 grammi è uno di quei film che detesto per il modo disonesto di tirare colpi bassi allo spettatore, insistendo sul tasto retorico.
Che faccio, rischio e vado a vedere Babel, sperando di ritrovare l'autore della prima parte del film Amores Perros?


non ho visto amores perros, ma non credo che babel sia ai livelli di 21 grammi.
secondo me c'è meno insistenza sulla retorica.

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DEMONSETH

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Esteban

Reg.: 11 Ago 2004
Messaggi: 6
Da: Como (CO)
Inviato: 01-11-2006 18:52  
Ma nessuno ha notato il pessimo doppiaggio? I personaggi messicani hanno l'accento bergamasco...

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Schizobis

Reg.: 13 Apr 2006
Messaggi: 1658
Da: Aosta (AO)
Inviato: 01-11-2006 18:53  
Ok vada per Babel...
Al massimo me la prendo con te....
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True love waits...

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gatsby

Reg.: 21 Nov 2002
Messaggi: 15032
Da: Roma (RM)
Inviato: 01-11-2006 19:00  
quote:
In data 2006-11-01 18:46, Schizobis scrive:
Ho visto sia Amores perros che 21 grammi.
Il primo mi era piaciuto anche se si cominciavano a vedere gli eccessi melodrammatici di 21 grammi.
21 grammi è uno di quei film che detesto per il modo disonesto di tirare colpi bassi allo spettatore, insistendo sul tasto retorico.
Che faccio, rischio e vado a vedere Babel, sperando di ritrovare l'autore della prima parte del film Amores Perros?


sto nella tua stessa situzaione, anche se 21 grammi non mi è paiciuto anche e soprattutto per altro.
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Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento : quello in cui l'uomo sa per sempre chi è

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Ayrtonit
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Reg.: 06 Giu 2004
Messaggi: 12883
Da: treviglio (BG)
Inviato: 01-11-2006 19:02  
andate, andate!

cmq è vero gente, un doppiaggio al di là del comico: i messicani hanno accento non bergamasco bensi VENETO.
una cosa paurosa.
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sloberi

Reg.: 05 Feb 2003
Messaggi: 15093
Da: San Polo d'Enza (RE)
Inviato: 02-11-2006 10:46  
Anch'io sono nella situazione di schizo e gatsby; però faccio un ragionamento diverso. Ovvero, ho talmente odiato 21 grammi che non posso che dare un'altra possibilità ad un regista che, con Amoresperros, mi ha colpito come raramente mi era successo di fronte ad uno schermo.
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E' ok per me!

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badlands

Reg.: 01 Mag 2002
Messaggi: 14498
Da: urbania (PS)
Inviato: 02-11-2006 12:34  
ma perchè nei giornali allora scrivono che è un film sottotitolato?21 grammi era imperdonabile,se lo vedrò sarà solo sul divano di caso sto babel.
ciao!

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Ayrtonit
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Reg.: 06 Giu 2004
Messaggi: 12883
Da: treviglio (BG)
Inviato: 02-11-2006 14:37  
quote:
In data 2006-11-02 12:34, badlands scrive:
ma perchè nei giornali allora scrivono che è un film sottotitolato?21 grammi era imperdonabile,se lo vedrò sarà solo sul divano di caso sto babel.
ciao!


le parti in marocchino e giapponese son sottotitolate, ma quelle in inglese ovviamente doppiate in italiano.

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bunch311

Reg.: 20 Gen 2005
Messaggi: 430
Da: roma (RM)
Inviato: 03-11-2006 21:36  
quote:
In data 2006-10-29 03:32, Ahsaas scrive:
posto anch'io le mie intrippanti considerazioni sul film:

BRUISE PRUISTINE: WE WERE BORN TO LOSE

Mentre si sta guardando un film di Inàrritu, si è sempre avvolti, ogni secondo, da una percezione di paura emotiva per quello che sappiamo o intuiamo stia per accadere: la tragedia umana. Estremizzata da una dimensione esplicita ed esplosiva a cui da sempre il filmaker ricorre, in quanto cant(aut)ore del dramma, del dolore che vuole irrimediabilmente toccare, coinvolgere, distruggere lo spettatore.
Così era per le sue precedenti opere, e così è per Babel, che ripercorre casi di fatalità, coincidenze mortali che stavolta non legano più solamente diversi personaggi di un medesimo spazio, bensì diverse nazioni. Una scatola nera che cuce frammenti internazionali per legarli in un unico grande disegno che parte da una pistola regalata dal Giappone, che in mano a due ragazzi marocchini, finirà per sparare ad una turista americana, i cui figli subiranno orrori similmente fatali in Messico.
Ancora una volta, è il destino che unisce questi turbinii di frantumazione spirituale, a riportare l’uomo, che sia americano o marocchino, nella sua condizione premeditata e scritta: la sofferenza. E Inàrritu non conosce il fuori-campo, l’immaginato, in quanto intende portare questa stessa sofferenza in chi assiste all’opera (un po’ come quell’altro Lars Von Trier, in fondo) con continui attacchi ed aggressioni estreme, un’amplificazione del dramma sempre pronta a colpire (ed affondare), a penetrare oltre le immagini mostrate, ad eccitare sensazioni che non possono lasciare indifferenti.
Una macchina da presa che non conosce le dimensioni dell’elisse, sorta di voyeur sadico che gode, vuole far vedere ed incidere a tutti i costi.




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[ Questo messaggio è stato modificato da: Ahsaas il 29-10-2006 alle 04:01 ]

innaritu conosce benissimo l'ellissi e sa come lasciare che le inferenze creino il film basta che vedi in 21 grammi come l'incidente mortale non viene mai fatto vedere ma è raccontato attraverso il suono fuori campo delle macchine che si scontrano
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