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Autore I Vitelloni - di F. Fellini
RICHMOND

Reg.: 03 Mag 2003
Messaggi: 13088
Da: genova (GE)
Inviato: 09-07-2007 13:30  
Che cosa sono i vitelloni? Giovani erbivori perennemente in bilico fra il bisogno di procacciarsi il cibo (afflitti da una condizione di impotenza e schiacciati dall'esigenza di trovare pascoli più verdi) e l'apatia di una vita piatta e monotona, il cui unico ed ironicamente tragico gesto rituale è quello di abbassare il capo per brucare l'erba.
Non c'è molta differenza fra l’irresponsabile donnaiolo trentenne Fausto (Fabrizi), il più giovane Moraldo (Interlenghi), Alberto (Sordi) e Riccardo (Fellini) ed un branco di vitelloni. Loro sono I Vitelloni, sì, almeno così li ha visti Fellini, nel suo film più introverso ed autobiorafico.
La vita di provincia (in una Rimini ancora lontana dall'esplosione turistica dei giorni nostri, ed appositamente dipinta nel suo periodo invernale) opprime questi cinque giovani, legati fra loro dalla calma piatta di una generazione precipitosamente gettata nel caos dell'epoca moderna, appena affacciatasi sui problemi del lavoro e della famiglia.
Ed ognuno è alle prese con i problemi suoi: chi mette incinta la reginetta di bellezza del Paese, e si becca le cinghiate del proprio padre, così indotto a sposarla più dal dolore fisico che da un barlume di coscienza; chi è in cerca di un lavoro; chi si deprime nello squallore della monotonia che passa in rassegna i giorni come un contagocce.

Quest'opera è una scacchiera, ed i protagonisti sono pedine immobili, in eterna attesa di muovere un passo decisivo che non avverrà mai. E la figura centrale è Moraldo (il personaggio in cui lo stesso Fellini si riconoscerà maggiormente), interpretato dal giovane Interlenghi, l’unico a trovare il coraggio di abbandonare il paese per recarsi in città.
Federico Fellini compie così il suo grande passo nel cinema, e non si accontenta di poco, ma preferisce accollarsi tematiche complesse dimostrando però già un sapiente intuito psicologico e un azzeccato senso sociologico. Egli deforma la realtà che ci descrive, gettando i protagonisti in un vortice di colori carnascialeschi (Alcool, allegria e goliardia si impossessano di Alberto Sordi donando alla storia un momento divertente – fra gli altri - pur nello squallore di fondo), ma non si scorda che ciò che ci racconta è ben altra cosa, che la felicità è effimera fra i vitelloni, e torna quindi a malinconiche panoramiche sulle spiagge e sui litorali d’inverno, spettatori insensibili dell’angoscia dei loro giovani abitanti.
E’ con questo tocco naif che I Vitelloni riesce a colpire nel segno, e nella tavolozza il Ligabue/Fellini “dal cuore sacro” non si è risparmiato sarcasmo in buona quantità.
Quindi, dietro alla sua facciata sempliciotta e vagamente infantile, questo film ci proietta con la mente già parecchi decenni dopo la sua data di produzione, cioè ai giorni nostri.
I Vitelloni è profetico per la sua epoca, ma anche incredibilmente pessimistico: Moraldo fugge dal passato, ma non trova sicurezza in quello che fa. Il suo è forse un salto nel buio, egli rimane nel suo disagio, forse con più coraggio, è vero, ma pur sempre ancora in precario equilibrio, come un simbolo (a mio avviso volutamente ricercato) di una gioventù insicura sui propri passi e dal palato ancora amaro.
In tutto ciò Glauco Viazzi intravede mancanza di spirito critico, di capacità analitica, sia in senso storico che sociale. Egli scrive:

[Fellini è] ancor legato ai pregiudizi dell'«imparzialità», delle idealistiche teorie dell'arte che se ne sta «al di sopra della mischia». Nei Vitelloni una precisa determinazione critica, sia in senso storico che in senso sociale, manca. Vi è sincera inquietudine, lirica effusione, moralismo sentimentale, e qualche intuizione di un mondo nuovo, diverso. Ma non vi è organica compiutezza, non consequenzialità, tutto tende a fermarsi a metà strada, e si contraddice. Accanto a bellissimi
squarci realistici, ecco momenti laterali, secondari, irrilevanti, vere e proprie dispersioni naturalistiche. Ma in un periodo in cui il realismo critico procede frammezzo a tante difficoltà, la cosa non può sorprendere.


A mio modo di vedere, invece, l’abilità di Fellini in questo film sta proprio nel negare un finale sicuro e che tenda a far intuire un preciso pensiero di fondo. L’analisi sociologica non manca, ma Fellini non vuole esprimere un personale punto di vista, solo descrivere una realtà sociale (come negare che l’abbia fatto?) servendosi di uno stile crudelmente ironico e dai toni vivaci, che diluisce poi nel suo finale, il quale non rimane a “metà strada”, bensì – malinconicamente - goffamente (e aggiungerei: volutamente) in affanno nella ricerca del proprio iter evolutivo. Esattamente come la gioventù che ci descrive, precisamente come i "giovani d'oggi". Forse di sempre.
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L'amico Fritz diceva che un film che ha bisogno di essere commentato, non è un buon film . Forse, nella sua somma chiaroveggenza, gli erano apparsi in sogno i miei post.

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Schizobis

Reg.: 13 Apr 2006
Messaggi: 1658
Da: Aosta (AO)
Inviato: 16-07-2007 17:08  
Questo film è davvero avanti nei tempi, talmente avanti che Fellini fu costretto a una parziale retromarcia verso il racconto morale de La Strada e Le Notti di Cabiria.
In realtà proprio nei Vitelloni, Fellini pone le fondamenta di tutto il suo cinema decadente e surreale a partire dalla Dolce Vita (e in effetti La Dolce Vita sembra Il vitellone trasportato da Rimini a Roma).
Prendere un treno forse può cambiare le cose.
O forse no.
La scena della festa, con il faccione di Alberto Sordi accanto alla maschera è il manifesto di una crisi esistenziale che deforma non solo i caratteri dei personaggi ma anche i lineamenti. Qui il seme di tutte le variazioni oniriche e grottesche che prenderanno il sopravvento negli anni sessanta. 'altra faccia del Boom.
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True love waits...

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RICHMOND

Reg.: 03 Mag 2003
Messaggi: 13088
Da: genova (GE)
Inviato: 16-07-2007 17:42  
quote:
In data 2007-07-16 17:08, Schizobis scrive:

...il manifesto di una crisi esistenziale che deforma non solo i caratteri dei personaggi ma anche i lineamenti. Qui il seme di tutte le variazioni oniriche e grottesche che prenderanno il sopravvento negli anni sessanta. 'altra faccia del Boom.




Che poi, ho sempre pensato che se dovesse esserci un remake attuale, quale titolo più provocatorio ed azzeccato di "the bulls" (ahahah)? Doppia valenza, a metà fra il "toro" inglese ed il "bullo" italiano, il giovane d'oggi è molto più aggressivo, morde il freno per essere uomo, adulto, non ragazzetto.
Ma altro che carnevale e qualche bicchiere di troppo sorseggiato amaramente in squallida compagnia degli amici: droga, sangue, violenza ed ipertrofia d'abbandono e smarrimento. Totale dipendenza dalla pensione/famiglia (almeno ai tempi di Fellini era un albergo), eterno rituale di pagar rate in una facoltà che non verrà mai terminata.
Verrebbe fuori un'opera molto più trash e sanguinolenta.
Ma effettivamente, oggi come oggi, più che l'altra faccia del boom (per noi solo tecnologico) sarebbe l'unico e solo volto della gioventù moderna.
Sì, Fellini ci aveva visto bene.

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E la Terra sentii nell'Universo.
Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso
errare, tra le stelle, in una stella.

[ Questo messaggio è stato modificato da: RICHMOND il 16-07-2007 alle 17:43 ]

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