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Autore lodo mondadori
gmgregori

Reg.: 31 Dic 2002
Messaggi: 4790
Da: Milano (MI)
Inviato: 19-04-2003 18:41  
Qualcuno gentilmente mi sa spiegare la genesi, l'anamnesi e quantaltro per capire?
Guardo poco la tv.
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la bruttura del vuoto è tanto profonda fin quando, cadendo, non ti accorgi di poterti ripigliare. I ganci fanno male, portano ferite, ma correre e faticare per poi giorie è un obbiettivo per cui vale la pena soffrire.
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hitman

Reg.: 22 Ago 2002
Messaggi: 1010
Da: Castiglione delle Stiviere (MN)
Inviato: 01-05-2003 12:06  
Dato che tra i tanti giudici presenti sul forum, nessuno si è degnato di risponderti, ho fatto mente locale e ho cercato di stilare un breve resoconto, basandomi anche su fonti quali “il corriere della sera” e “il nuovo.it”.
Ammetto di aver accumulato una notevole confusione dall’inizio delle indagini (dato che allo scoppio del caso ero ancora un ragazzo), ma ti faccio comunque il punto di questo processo (che accorpa tre vicende diverse), per quel che mi ricordo e per quel che sono riuscito a reperire.

Si tratta di una vicenda giudiziaria lunga ormai otto anni.
Il tempo trascorso da quando, tra luglio e ottobre del 1995, la contessa Stefania Ariosto raccontò ai pubblici ministeri Margherita Taddei, Francesco Greco e Ilda Boccassini di poter dimostrare che Cesare Previti aveva pagato alcuni magistrati romani, perché "aggiustassero" i processi e che presso la Efibanca vi era un conto che Silvio Berlusconi aveva messo a disposizione di Previti per corrompere i giudici.
Furono proprio le dichiarazioni rese da Stefania Ariosto a dare il via alle indagini, dalle quali scaturirono tre inchieste, basate su alltrettante vicende di corruzione ipotizzate dalla procura di Milano: Sme, Imi Sir e Lodo Mondadori. Tre inchieste dalle quali sono nati tre diversi processi, due dei quali, Imi Sir e Lodo Mondadori, sono stati riuniti a gennaio del 2002 e dibattuti dinnanzi alla IV sezione del Tribunale di Milano, presieduta dal giudice Paolo Carfì.

Partiamo della questione IMI-SIR:

Rovelli muore e lascia l’incombenza della richiesta di risarcimento, che con gli interessi è arrivato a 800 miliardi, a moglie e figli. Nel 1992 l’Imi ricorre in Cassazione. A questo punto scompare dagli atti processuali una importante requisitoria, che ricompare magicamente qualche mese dopo, accompagnata da una lettera anonima. Nel 1992 la sentenza definitiva: l’Imi deve pagare 980,3 miliardi di lire alla famiglia Rovelli.
Ma, secondo i magistrati di Milano, questa sentenza è frutto della corruzione dei magistrati.
Le indagini sulla pratica scomparsa e con essa sulla questione Imi-Sir, portando in giudizio: Cesare Previti (avvocato), Renato Squillante (ex capo dei gip di Roma), Attilio Pacifico (avvocato), Giovanni Acampora (avvocato), Filippo Verde (ex giudice), Vittorio Metta (ex giudice), Felice Rovelli (figlio di Nino) e Primarosa Battistelli (vedova Rovelli). Secondo i pm la famiglia Rovelli versò a Previti, Pacifico e Acampora una maxi tangente di 66 miliardi e 800 milioni perché essi facessero andare a buon fine la causa contro l'Imi. Il denaro era da ripartire in questo modo: 21 miliardi a Previti, 33 a Pacifico e 13 ad Acampora. Previti si difende dichiarandosi estraneo ai fatti e giustificando la maxi entrata con un pagamento per “ordinarie prestazioni”.

LODO MONDADORI:

La vicenda del Lodo Mondadori risale al 1990: tre arbitri furono incaricati di dirimere una controversia sorta intorno alla vendita, da parte della famiglia Formenton a De Benedetti di azioni di una società che controllava il gruppo Mondadori. Gli arbitri diedero ragione a De Benedetti che ottenne così il controllo della società, della quale fino a quel momento era stato presidente Silvio Berlusconi. Decisione, quella arbitrale, annullata da una sentenza della Corte d'Appello, presieduta da Arnaldo Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni Paolini, emessa il 21 iugno del 1990. Secondo la Procura anche questa sentenza fu frutto di corruzione: 400 milioni di vecchie lire finiti nelle tasche di Vittorio Metta e "riconducibili al cosiddetto comparto estero del Gruppo Fininvest".
Il ruolo di mediatori tra Berlusconi e Metta fu affidato, a detta dell’accusa, agli avvocati Previti, Pacifico e Acampora.

SME-ARIOSTO

Il processo Sme riguarda la finanziaria che avrebbe portato all’acquisto della Sme da parte di De Benedetti, che voleva creare un polo alimentare italiano. Non appena le sentenze contrarie a De Benedetti diventano definitive, dal conto di Pietro Barilla partono, secondo i pm, 1 miliardo e 750 milioni diretti verso quello (svizzero) di Attilio Pacifico, collega di Previti.
Pietro Barilla è morto e non può quindi essere processato, ma vengono indagati Squillante e Pacifico. Berlusconi è rinviato a giudizio per concorso in corruzione. Molto importanti ai fini del processo le dichiarazioni di Stefania Ariosto, antiquaria milanese con la passione del gioco compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, che avrebbe più volte visto Previti e Pacifico promettere prima e dare poi, mazzette a Renato Squillante.
L’Ariosto diventa così una fonte confidenziale della Guardia di Finanza e comincia a mettere a verbale presunti episodi di corruzione dei giudici romani.
Gli indagati per “concorso in corruzione in atti giudiziari” sono Silvio Berlusconi, Cesare Previti ed Attilio Pacifico. In questo processo gioca un ruolo dominante anche lo Stato, che nel 2000 si costituisce parte lesa a causa della corruzione dei giudici.


LE INDAGINI

L'inchiesta sulla presunta corruzione dei magistrati romani si fonda su tre pilastri: la testimonianza di Stefania Ariosto, le registrazioni di alcune conversazioni del giudice Squillante (le cui copie originali, richieste dagli imputati, sono andate misteriosamente distrutte) ed una serie di complessi passaggi di denaro tra i presunti corrotti e corruttori per lo più rintracciati e dimostrati attraverso rogatorie su conti esteri.
La fase preliminare del processo Imi Sir si conclude a novembre del 1999, con il rinvio a giudizio da parte del gip milanese Alessandro Rossato del senatore di Forza Italia Cesare Previti, dell'ex capo dei gip romani Renato Squillante e di Felice Rovelli, figlio del petroliere Nino. Sono tutti accusati di concorso in corruzione in atti giudiziari nell'ambito della vicenda Imi-Sir. Imputati anche gli ex giudici capitolini Vittorio Metta e Filippo Verde, gli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acampora e la vedova di Nino Rovelli, Primarosa Battistella. L'udienza preliminare era cominciata poco più di un anno prima, a novembre 1998. Un anno trascorso tra burrascose udienze caratterizzate da un aspro scontro tra le difese e l'accusa e da numerose iniziative dei difensori contro il Gip Alessandro Rossato. Quasi sempre presente, tra gli imputati, Cesare Previti che, per questa vicenda, ha subito anche due richieste di arresto, rigettate dalla Camera. Previti si è sempre difeso sostenendo la sua estraneità ai fatti. Secondo l'accusa, la famiglia Rovelli versò circa 66 miliardi e 800 milioni di lire a Previti (21 miliardi), Pacifico (33 miliardi) e Acampora (13 miliardi) per "aggiustare" la causa che vedeva opposta la Sir di Nino Rovelli all'Imi e che fruttò alla famiglia circa mille miliardi al lordo delle imposte.
Ben diversa la storia processuale della vicenda del Lodo Mondadori. La richiesta di rinvio a giudizio presentata dai pubblici ministeri viene, infatti, rigettata a giugno del 2000 dal giudice per l'udienza preliminare Rosario Lupo. Prosciolti "perché il fatto non sussiste" tutti gli imputati: Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Attilio Pacifico, Vittorio Metta e Giovanni Acampora. Decisione, questa, ribaltata dalla Corte d'Appello di Milano a giugno dell'anno successivo. Se, infatti, per Silvio Berlusconi, cui viene contestato il reato di corruzione semplice è maturata la prescrizione, tutti gli altri imputati vengono rinviati a giudizio.

IL PROCESSO

E' da maggio del 2000 che dinnanzi alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano si discute della corruzione dei giudici romani. In quella data, infatti, prese il via il processo Imi Sir. Il dibattimento per la vicenda del Lodo Mondadori inizia ad ottobre dell'anno successivo. I due procedimenti vengono riuniti a gennaio del 2002. "Entrambi - spiegherà in quell'occasione il giudice Carfì - si trovano nella fase di assunzione delle prove da parte del pm". Prove contestate dalla difesa degli imputati. Il teste "omega", la contessa Ariosto viene duramente attaccata. Le conversazioni tra il giudice Squillante e il capo dei Gip romani Francesco Misiani intecettate in un bar della Capitale, in cui si parla di conti all'estero vengono contestate dalla difesa: non furono registrate attraverso microspie, ma trascritte da un agente presente sul luogo.
Infine i passaggi di denaro tra corrotti e corruttori avvenuti per lo più su conti esteri e ricostruiti dalla Procura: la legge sulle rogatorie internazionali approvata nel 2001 dal Parlamento rischia di rendere inutulizzabili la maggior parte degli atti.
Ma tutta la fase dibattimentale del processo è condizionata da sospensioni, assenze degli imputati per impegni parlamentari, richieste di ricusazione per l'intero Tribunale e ricorsi a vario titolo e sotto varie forme alla Corte di Cassazione e alla Corte Costituzionale.
La fase conclusiva del processo prende il via ad ottobre del 2002, con la requisitoria del pubblico ministero Ilda Boccassini. La Procura chiede al Tribunale di condannare Cesare Previti e Attilio Pacifico a 13 anni di reclusione, Vittorio Metta a 13 anni e sei mesi, Renato Squillante e Filippo Verde a 10 anni, Giovanni Acampora e Felice Rovelli a 7 anni e Primarosa Battistella a 5 anni e 4 mesi. Oltre alle interdizioni dai pubblici uffici e, per i tre avvocati, anche dall'esercizio della professione per 5 anni di tutti gli imputati.
La requisitoria del pubblico ministero dura due giorni. Ilda Boccassini ricostruisce in aula l'intero impianto accusatorio e riserva parole durissime soprattutto ai magistrati corrotti. "C'è una cosa - dice - che accomuna questi tre servitori dello Stato che hanno giurato fedeltà al loro Paese: che, come dato minimale, sono tutti evasori fiscali. Lo ammettono loro". La parola passa, poi, ai difensori degli imputati. Tutti negano di aver commesso i reati loro contestati e spiegano i "passaggi di denaro" contestati dalla Procura: pagamento di debiti di gioco, parcelle per prestazioni professionali, eredità.

Il recente epilogo, lo conosciamo tutti…
Previti, farà ricorso in appello alla sentenza di primo grado non prima di tre mesi, anche perché bisognerà attendere il deposito delle motivazioni. Nel frattempo chiede che la faccia luce autonomamente su una lunghissima serie di anomalie denunciate nel processo di primo grado.
E il riferimento alle vicende del bar Mandara e alla sparizione del dossier che avrebbe provato l'innocenza sua e di Berlusconi è fin troppo chiaro.

Vedremo come andrà a finire.

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