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Gente de Bien

Uno dei più grandi esordi della storia del cinema e sicuramente uno dei film più belli del London Film Festival di quest’anno viene dalla Colombia ed è Gente de Bien diretto e co-sceneggiato da Franco Lolli.
Il film è parte del premio Sutherland per migliore opera prima a Londra ma ha già impressionato molti degli addetti ai lavori e non all’anteprima mondiale durante la settimana della critica a Cannes.

Il film è forse parte di quel genere di cinema sudamericano che viene soprannominato ‘pornomiseria’. In altre parole un tipo di film che inquadra le realtà più disadagiate quasi come un piacere pornografico per lo spettatore. Il film di Lolli però non cade facilmente in questa categoria, è un tipo di film che osserva la realtà attraverso un realismo molto secco, con un’estetica molto documentarista ma al contempo un occhio molto più soggettivo che etnografico.

La natura soggettiva del film va a favore dell’identificazione dello spettatore con il piccolo Eric, dieci anni, costretto a trasferirsi con il padre Gabriel a Bogotá per permettere alla madre di tentare di perseguire un progetto per la sua carriera. L’impatto con la realtà del padre, e sua vita giornaliera è assolutamente sconvolgente per Eric non solo deve allontanarsi dalla madre e dagli amici ma è forzato a vivere con il padre che considera un estraneo, in una casa piccola, caotica, con la cucina condivisa e con coinquilini scontrosi.

La proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, oltre ad essere il tema principale del film, è la dicotomia tra la ricchezza e la povertà in cui si trova intrappolato Eric nella sua nuova esperienza con il padre. Il padre, infatti, lavora come riparatore di mobili per Maria Isabel una ricca signora che abita in centro città. Non potendo badare a Eric in altro modo, Gabriel è costretto a portarlo con se a lavoro e lasciarlo giocare con i figli di Maria Isabel. Il film è superlativo nel mostrare l’impatto devastante di questa vicinanza tra due realtà economiche e sociali opposte dalla prospettiva del bambino.

Per Eric vi è da una parte il grande desiderio di appartenere a quella realtà stravagante fatta di eccessi e dall’altra il rifiuto reprobo da parte dei figli di Maria Isabel e i loro amici di vedere Eric come un loro eguale. Molto spesso ci dimentichiamo di quanto crudeli possano essere i bambini e quanto traumatizzanti siano quelle esperienze di bullismo e/o di segregazione a cui la maggior parte dei bambini sono esposti durante la crescita. Lolli cattura questa realtà con un’efficacia incontrastata. Per tutto il film la videocamera indugia perfettamente su Eric riuscendo ad catturare tutti quei piccoli e grandi momenti che hanno caratterizzato, e segnato, la sua esistenza nell’arco del periodo descritto dal film.

Il problema per Eric, e la cosa che Lolli riesce a catturare con la più grande maestria, è appunto questo dondolare tra sentimenti di estasi quando ha la possibilità di partecipare in attività che prima di allora avrebbe potuto solo sognare di fare e momenti in cui ripiomba nella cruda realtà del fatto che la sua famiglia non può permettersi di concedergli quella vita di sfarzi e, ancora peggio, di cui i bambini ricchi non gli permettono di essere parte.

Il valore aggiunto di questo grande film è il fatto che la riflessione di Lolli cade altrettanto sulla pressione sociale sofferta dai bambini che sugli effetti deleteri che ha la società del consumismo sulle classi minori. Messo a contatto con la famiglia benestante di Maria Isabel, infatti, Eric non desidera altro che gli oggetti che non può permettersi: la Nintendo wii, i quad e così via, finendo col confonderli con il sentimento di felicità stessa.

Forse non casualmente il climax narrativo del film culmina alla vigilia di Natale, il simbolo del consumismo, ed Eric ritorna da Gabriel dalla casa di vacanza di Maria Isabel, dove era stato lasciato, forse non casualmente dimenticando i suoi regali. Appena riconciliato con il padre, la vita tira subito un gran ceffone a Eric perché sono costretti a sopprimere il loro amato cane Lupe, ammalato di una malattia terminale, proprio la notte di Natale. Eppure lo schiaffo, dopo il dolore iniziale, sembra non lasciare il segno, appare più come un risveglio da una vita falsa per Eric e mentre padre e figlio tornano a casa a piedi dalla clinica veterinaria c’è un’aria di “vero” che arriva fresca e rinfrescante verso lo spettatore e dona al film una grande nota finale di dolcezza che traspira quasi improvvisamente nell’ultimo fotogramma del film.

La frase:
"Noi non apparteniamo qui".

a cura di Franco Lolli

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