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Il diritto di contare

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato25 gennaio 2017Voto: 7.5
 

  • Foto dal film Il diritto di contare
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Il problema della discriminazione nei confronti di donne e persone di colore esiste da tempo in tutto il mondo, anche se in America il tema era particolarmente caldo e sentito molti anni fa. Ma cosa succede quando l’ostacolo coinvolge persone che non solo hanno un colore diverso, ma sono anche donne?
Questo il tema centrale de “Il diritto di contare”, l’incredibile storia mai raccontata di Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson, tre brillanti donne afroamericane che alla NASA lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obbiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò la Corsa allo Spazio, galvanizzando il mondo intero. Le tre pioniere - superando ogni forma di barriera - sono state un modello d’ispirazione per intere generazioni.

Il progetto, diretto da Theodore Melfi e interpretato tra i più noti da Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst e Jim Parsons, ha una forza retorica che ben si accosta al tema di fondo.
Nonostante quello che si potrebbe pensare leggendo la trama, il film è incentrato sul tema del razzismo e sulla determinazione delle donne di colore nel dimostrare il loro reale valore, senza lasciarsi fermare dall’ignoranza e dalle convinzioni che al tempo caratterizzavano la società americana.
Il tema di fondo, purtroppo, è ancora molto attuale perché il problema del razzismo e di ogni sorta di discriminazione - a detta degli studiosi è dovuto alla paura del diverso e, come sappiamo - non ha mai avuto una fine. Ancora adesso è presente ovunque nel mondo.
Ma “Il diritto di contare” mostra anche un lato positivo della vicenda che non è solo quello di poter uscire vincitori da una situazione difficile da gestire, ma il fatto che non tutti gli uomini sono uguali, il che lascia spazio alla speranza che prima o poi qualcosa possa cambiare definitivamente.
La pellicola inoltre è volta a mandare un altro messaggio chiaro: per raggiungere un obiettivo importante è necessario fare dei sacrifici, ma il risultato finale sarà sempre una grande soddisfazione.
Il regista ha sottolineato anche l’importanza dei numeri nella vita di tutti i giorni: è vero che in questo caso ogni definizione è rivolta al calcolo per eseguire senza margini di errore la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, ma è anche giusto riflettere sul fatto che la matematica la troviamo è fondamentale in qualsiasi circostanza e, soprattutto, non ammette errori.

Theodore Melfi ha dato vita a una pellicola basata su una sceneggiatura ben scritta e solida, ricca di definizioni geniali e di battute dirette e concise che spesso mirano a indurre il pubblico a una profonda riflessione e ad una maggiore presa di coscienza su come le donne nere venivano trattate anni fa: non potevano usare lo stesso bagno dei ‘bianchi’, non potevano entrare in determinati negozi, dovevano sedersi sugli autobus vicino ad altre persone di colore e non solo.
Alcune scene lasceranno lo spettatore sgomento di fronte alla realtà mostrata da un regista che ha sapientemente dato il giusto peso a ogni dialogo, a ogni espressione, a ogni gesto, anche grazie all'uso continuo di primi piani e un’attenzione al dettaglio molto incisiva. È palese, infatti, che lo scopo della pellicola sia quello di smuovere le coscienze del pubblico in sala, senza però annoiare.
La pellicola di Theodore Melfi, infatti, ha una caratteristica rilevante, che ha permesso allo spettatore di mantenere l’attenzione per tutta la sua durata: non è solo il ritmo serrato, o una colonna sonora perfetta per il periodo storico di riferimento, a fare la grandezza di essa, ma anche la capacità della Melfi di alternare in modo equilibrato scene più improntate verso l’umorismo (talvolta molto sottile ma efficace) a scene meno leggere a livello mentale.

Nonostante la recitazione di tutti gli interpreti sia degna di nota, a colpire per la forte carica espressiva - con la quale hanno dato modo al pubblico di entrare in empatia con i loro personaggi - sono state le attrici protagoniste: Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe.


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