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Il filo nascosto

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Pozzo19 gennaio 2018Voto: 9.0
 

  • Foto dal film Il filo nascosto
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Giunto all’ottavo opus cinematografico e costruita un’invidiabile maturità artistica che non smette di sorprendere e annichilire, Paul Thomas Anderson si riunisce con l’amato Daniel Day-Lewis dopo quel Petroliere che valse la terza statuetta al titanico attore britannico con una delle più complesse e sfaccettate prove attoriali della settima arte e con un’opera ridefinente per la storia americana del nuovo millennio, e lo fa ancora una volta sovvertendo le già altissime aspettative e battendo nuovi ed inesplorati percorsi.

All’apice dell’ispirazione e della più assoluta e rifulgente libertà artistica, Anderson si arma di carta, penna e macchina da presa e ci parla dell’amore, o meglio delle conseguenze dell’amore e delle mille contraddizioni ed ostacoli che esso comporta, di come talvolta si possa amare anche facendosi molto male, di come passione e dolore siano in fondo due facce della stessa medaglia e vadano talvolta amorevolmente e perversamente a braccetto, e ce lo illustra scavando nella psiche di un monumentale, perfetto e chirurgicamente impeccabile Day-Lewis che si cuce su misura il ruolo dell’anima come uno dei meravigliosi abiti su cui lo vediamo minuziosamente e costantemente al lavoro seguito dagli occhi colmi di vita della stupefacente Alma di Vicky Krieps, musa piena di grazia che non sbaglia una virgola e gli tiene testa regalandoci una performance sofferta, sottile, indimenticabile.

Memore della mai dimenticata lezione dei maestri e della Rebecca hitchcockiana che cita con amore, rispetto ed ammirevole intelligenza, Anderson ammalia, commuove, ondeggia, divaga, rielabora i canoni e riconferma il suo statuto di fondamentale cineasta e prezioso e illuminante drammaturgo conducendo l’orchestra come un maestro d’altri tempi osservando e immortalando scale, mani, pori della pelle, mobili impolverati, tazze, orpelli, tessuti, volti e occhi dei suoi magnifici e stratificati personaggi bagnati da miracolosi squarci di luce che cattura abilmente egli stesso con lo sguardo trasognato che lo contraddistingue fra rêverie e spietata analisi antropologica, rintracciando la profonda verità delle cose e delle relazioni umane nelle dissonanze, nelle interferenze, negli attimi inaspettati e nel filo nascosto delle cose, con un bacio rubato o con il sofferto e costante dialogo con un’ingombrante e spettrale figura materna troppo prematuramente scomparsa ma carica di un amore purificante che valica i confini del tempo, sempre pronta a scomparire e riapparire fra sogno e allucinazione nella tormentata mente del nostro sfuggente ed impenetrabile antieroe.

Così, con una sicurezza e una discrezione esemplari, Anderson si prende il suo tempo e ci regala un’opera di una bellezza squassante, un capolavoro cristallino che ci ricorda a gran voce la deflagrante potenza del Cinema rintracciabile in un semplice sguardo, nello scoppiettio del focolare, nella sbavatura di un rossetto, nell’eleganza di un’ellissi sul meraviglioso silenzio delle montagne innevate o sull’altura di una scogliera sferzata dal vento passando per il calore di una camera da letto in un limbo invalicabile fra illusione e realtà, speziando ed elevando il suo mirabile ed illuminante racconto grazie a quel sottile strato di penetrante e corrosivo umorismo che è tratto distintivo e compenetrante che lo accompagna da sempre e che lo porta a scandagliare e scrutare con gli occhi curiosi di un bambino regole e rituali di questo sadico microcosmo dorato fino a soffermarsi con scetticismo e perversa compassione sul vuoto, sulla solitudine e sulle invalicabili abitudini del maniacale e distruttivo Woodcock, prigioniero del suo castello e vittima inconsapevole del suo spietato ed ottenebrante controllo, del suo testardo e pericoloso barricarsi in una dimensione parallela crogiolato nelle sue ossessioni e nei più intimi dettagli dei suoi vestiti, nei rituali e nelle manie, attratto ma al tempo stesso impaurito e ripugnato da una minaccia angelicata che arriva dall’esterno e che prova inutilmente ad annullare le distanze, a scalfire le superfici, a far valere la propria personalità e la propria dignità di donna, a far breccia nelle mura della fortezza andando al di là della figura di creatura idealizzata che il nostro vorrebbe cucirle addosso come tutte le anime che ha così brutalmente sedotto e abbandonato.

E poi c’è Cyril, l’amata sorella, memore della grande Mrs. Danvers di hitchcockiana memoria e unica figura capace di esercitare autorità sul fratello, algida custode di segreti che conosce Reynolds meglio di tutti e che lo accetta, lo squadra e gli tiene valorosamente testa, sempre pronta a ribadire la sua forza e a ricordargli le sue debolezze e il suo posto nel mondo, riportandoci ancora una volta all’inesorabile accettazione del fatto che forse, al di sotto delle nostre corazze, siamo e saremo sempre dei bambini bisognosi di calore ed attenzioni.
Perché Reynolds non è poi forse troppo distante dalla fagocitante distruttività di un Daniel Plainview, dalla tormentata e sacrale autorità di un Lancaster Dodd, dall’animalesca impetuosità e dalla toccante fragilità di un Freddie Quell, dalla stralunata tenerezza di un Barry Egan, dall’alienazione di un Doc Sportello o dalle tormentate e danneggiate anime di Magnolia, perché ad Anderson sta a cuore l’umanità e l’umanità soltanto, e di questo ci parla da sempre. Delle nostre contraddizioni, dei nostri limiti, della ricerca di qualcuno che ci comprenda.

Vedere un film di Paul Thomas Anderson è un’esperienza mistica e rigenerante, un bagno purificatore in un’età dell'oro mai dimenticata narrata da un maestro che ci prende dolcemente per mano rammentandoci il sacro valore della visione cinematografica con una pellicola che è prosecuzione e potenziamento ideale dei classici e viaggio ridefinente nella parte più profonda di noi stessi, flusso estatico in cui lasciarsi andare respirando l’odore della pellicola e toccando i ricordi di una dimensione distante e quasi scomparsa viaggiando fino agli albori del Cinema e ad un ballo felliniano che è inizio e fine di tutto, immersi nei gesti e nelle pieghe dei volti delle sue splendide ed imperfette creature verso il mistero e l’accettazione dell’altro, ricordandoci sempre e prima di tutto che con le nostre idiosincrasie e le nostre fragilità ci dovremo convivere sempre, nella consapevolezza che la vita, come l’amore, è un sentiero doloroso e meraviglioso al tempo stesso che vale comunque la pena percorrere, possibilmente nella mano della persona che amiamo.

E se questo sarà davvero il canto del cigno del sublime, gigantesco e insuperato Daniel Day-Lewis, altro non possiamo fare che genufletterci e ringraziare.


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