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Il grande Gatsby











Leggere un film come “Il grande Gatsby” è un’intricata e affascinante impresa. Tratto da un’opera universalmente riconosciuta come una delle grandi storie americane, il film già da sé pone un altissimo sistema di aspettative che la produzione e la regia si incaricano di affrontare, con l’intenzione di non togliere al film un’aurea di mito che il titolo giustamente si merita. L’incontro con il regista Baz Luhrmannn rende ancor più frammentaria e caleidoscopica quest’opera proprio per la sua visione poliedrica del cinema già dimostrata in “Moulin Rouge” e “William Shakespeare’s Romeo + Juliet”.
Assumere un’ottica interpretativa singola nei confronti di questo film ne riduce la portata di contenuti; ogni singolo spettatore può percepisce nella giusta misura un merito, una sensazione o un gusto ma ognuno di questi non riesce a completarne la visione d’insieme. Il regista affida il racconto e la focalizzazione a Nick Carraway (Tobey Maguire), alter-ego dello stesso Fitzgerald nel libro, e porta avanti in corso d’opera una dimensione autobiografica dello stesso Nick che sembra essere così il vero centro della narrazione. Con i suoi occhi esploriamo la New York degli anni ’20 in una carica dirompente di colori, musica, suoni, feste, eccitazione, soldi e isteria. Il sogno americano di inizio secolo prende vita e diventa desiderio di ricchezza, fama, donne e divertimento seppur nell’innocenza di Carraway che ha “sempre cercato di vedere il lato migliore delle persone”. Altri personaggi però possono essere filtro per accostarsi a questo mondo fantastico: l’aristocratico e altezzoso Tom Buchanan (“Siamo nati diversi. Ce l’abbiamo nel sangue”) che ne trae un piacere egoista e immorale, incarnando gli ideali razzisti dei ricchi ereditieri americani. Daisy, la donna dei sogni, si muove in equilibrio tra il suo paralizzante bisogno di protezione e le sue aspirazioni romantiche e dipinge un ruolo della donna americana di inizio secolo che può e deve far pensare al ruolo che la donna anche oggi assume nella società in piena crisi economica. È significativa una frase che pronuncia, “E’ la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo. Una bella, piccola, stupida”. Nelle sequenze iniziali il film catapulta tutti i personaggi in un tripudio di jazz, hip-hop e pop più marcato per catturarci negli scintillanti e ruggenti anni ’20 americani.
Luhrmann inserisce una colonna musicale contemporanea proprio per renderci familiare quest’ambiente e per dettare una rilettura anche contemporanea dell’opera. Scenografia e fotografia spudorati si esibiscono davanti a movimenti della macchina da presa volutamente virtuosistici e creano, insieme con l’immersione nelle immagini data dal 3D, un meraviglioso mondo di fuochi artificiali, danze e sorrisi. L’attesa e il sospetto della delusione per questo mondo che di lì a pochi anni sarebbe crollato, cresce, e si fa sentire ancora di più con l’arrivo dell’ospite per eccezione, il grande Gatsby, che incarna più di tutti proprio questa sfumata e pericolosa ambiguità: di lui si dice che “ha uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento”; “è già più ricco di Dio”; “scommetterei che ha ucciso un uomo”; DiCaprio conferma (come se ce ne fosse bisogno) le sue ottime qualità attoriali interpretando uno dei suoi ruoli più difficili, riportando sul grande schermo un carattere sfuggente, calmo ma impetuoso, gentile ma brutale, romantico ma cinico, affascinante e terribilmente spaventoso. La storia di Gatsby interroga ancora la nostra coscienza e la nostra morale e le domande che pone la sua tragica vicenda sono personali eppure universali, americane senza dubbio, ma anche nostrane; sicuramente, come ha intuito Baz Luhrmann, fortemente contemporanee. Proprio per questo il regista ha voluto imprimere nel film un forte parallelismo con i giorni nostri, rendendo acerbo il contrasto tra l’avidità e il romanticismo, tra l’artificiosità della ricchezza e l’umanità povera dei personaggi, tra la sfarzosità dei palazzi e il degrado della discarica di carbone. Queste e tante altre possono essere le letture dualistiche dell’opera, che tuttavia singolarmente impoveriscono l’impatto che il film offre nella sua caleidoscopica ricchezza.

La frase:
"La sua mente sarebbe stata capace di elevarsi come quella di un Dio. L’innamorarsi avrebbe cambiato tutto.".

a cura di Matteo Brufatto

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