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Jackie

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Pozzo06 febbraio 2017Voto: 7.5
 

  • Foto dal film Jackie
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Com’è bello ritrovare in sala, in un momento di profonda crisi d'identità e di valori in cui ci si dimentica costantemente della storia e delle nostre conquiste umane e sociali, lo sguardo profondo e delicato del grande Pablo Larraín, che ci prende per mano come farebbe un padre con il proprio bambino e ci riporta coi piedi per terra regalandoci un'opera colma di un’umanità e di un rispetto perduti, una fiaba in Super 16mm che è molte cose ma prima di tutto un inedito viaggio di costruzione di un mito e di ricostruzione del dolore e delle contraddizioni di una donna a suo modo straordinaria.
Perché Pablo Larraín, prima di un grande e saggio cineasta, è un grande poeta, capace di cogliere magnificamente i piccoli gesti e tutti quei dettagli che potrebbero passare a prima vista inosservati, catturati con mano sicura da un artista che ci dimostra costantemente di saper comprendere a fondo i suoi personaggi e le persone, le difficoltà e le battaglie interiori, i sentimenti e le afflizioni, siano essi esemplificati dalle scelte del vestiario o dalle pieghe del volto, con uno sguardo simile a quello che potremmo trovare in quel capolavoro di incontri, ellissi e piccole cose che è ‘Il Curioso Caso di Benjamin Button’.

Perché se in quel film clamorosamente denso e meraviglioso che è ‘Neruda’ Larraín ha saputo cogliere come nessun altro la grandezza dell’artista e dell’uomo in un costante e sublime viaggio fra sogno e realtà, arte e politica, dimensione pubblica e privata, qui il nostro tratteggia con delicatezza e originalità lo sfuggente ritratto di Jacqueline Kennedy dinnanzi al momento più difficile della sua esistenza, quando sola agli occhi del mondo si trovò ad affrontare il macigno della morte di una delle personalità più iconiche ed importanti di sempre, quel JFK che con la sua improvvisa dipartita ci ha lasciati con l'amaro quesito di cosa sarebbe potuto succedere se avesse invece vissuto, di quali sviluppi avrebbero potuto prendere gli eventi se l’immagine scioccante e orrorifica della sua morte, che Larraín cattura con una carrellata di estrema e raggelante potenza, non fosse stata consegnata per sempre alle pagine della storia.
E se Larraín stesso accenna più volte all’imperfezione della vedova Kennedy, figura contrastante se non talvolta anche a disagio e fuori luogo, intrappolata forse in un contesto per lei troppo grande e complesso, ciò che sembra davvero stargli a cuore è ricordarci che proprio nell’isolamento e nel momento più buio della sua esistenza, questa piccola donna spesso dimenticata dalle pagine dei libri riuscì a trovare la forza di prendere in mano la situazione e di fare la cosa giusta, armandosi del coraggio necessario per combattere e rendere mito l’uomo che seguì e amò fino alla fine, plasmando e affidando alla memoria la figura che conosciamo noi tutti.
Costruendone lei stessa, in un certo modo, la reputazione e la grandezza, con un ardore capace di vincere la tragedia e una determinazione e un’humanitas che il grande cineasta cileno ci illustra ricongiungendo pazientemente i tasselli di una vita avvolta nel mistero e nella discrezione, regalandoci così un’altra memorabile favola sulla fallacia del potere e sulla caducità degli uomini e l’aleatorietà del tempo, ma anche sulla forza della determinazione e sul peso delle nostre scelte e di ciò che tramandiamo ai nostri figli, una favola in cui possiamo ritrovare in tutta la sua magnificenza e per un ultima volta anche l’amato e compianto Sir John Hurt, al quale vengono sapientemente affidati i momenti più belli e toccanti del film, con quelle passeggiate e quei tipici vis-à-vis larraíniani che sono confronto e Cinema nell’accezione più alta ed elevata del termine, e al quale è lasciato anche il lirico, lacerante e tristemente profetico finale, un arrivederci che spezza il cuore facendoci uscire con brividi di gioia, ma anche avvolti da una penetrante malinconia difficile da lasciarsi alle spalle.

Perché la vita è un viaggio il cui esito può essere talvolta crudele e impossibile da comprendere ed accettare, la prova che quella Camelot rappresenta realmente un’utopia inafferrabile e indefinita, un’idea alla quale dovremmo forse rassegnarci e rinunciare per sempre, accettando che non viviamo più in tempi di dame e cavalieri e che la vita non è uno scenario del Mago di Oz filtrato dagli occhi di un bambino, anche se spesso, pur non volendolo ammettere a noi stessi, vorremmo tanto tornare indietro, coccolati dai nostri cari in quel tempo puro e incontaminato in cui le difficoltà non erano parte del nostro mondo, e in cui ogni cosa ci sembrava incantata.

Tuttavia, ci ricorda Larraín, questo non ci deve impedire di guardare verso il futuro, di seguire la nostra visione e i nostri percorsi onorando con tutte le nostre forze e la nostra volontà quelle persone che hanno vissuto accanto a noi e che tanto ci hanno donato, che sia tramite le tappe di un’intervista o nella scelta di un abito o di una collana, così come fece Jackie e così come ci mostra con coraggio e intelligenza questo film sincero e inusuale, armonioso e toccante, che sotto l’apparente semplicità cova tutta la complessità della ricca e sfaccettata opera di questo giovane e straordinario regista. Perché i suoi film sono proprio questo: opere dense, stratificate, illuminanti, come quelle poesie di Ungaretti all’apparenza tanto semplici e scarne, ma che in realtà racchiudono il mondo, la vita, l’esperienza umana.
Perché la poesia, ci ricorda Larraín, è in tutto. Nel décor, nell’aria, in un lieve movimento di macchina, nella delicatezza di un volto coperto da un velo funebre, ed è proprio grazie ad essa che possiamo scorgere i nostri cari che non ci sono più come forse li scorgerebbe anche Larraín stesso, in una stella o in un raggio di sole lassù in cielo, o in terra, in un ruscello o in un paesaggio ricoperto di neve.


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