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La regola del gioco











Gary Webb (Jeremy Renner) lavora come giornalista presso il San Jose Mercury News, sacrificando buona parte della propria vita privata in nome della professione.
Verso la metà degli anni Novanta, Webb indaga sulla diffusione dilagante di cocaina e crack negli Stati Uniti e viene in possesso, quasi per caso, di una trascrizione giudiziaria che rivela un oscuro legame tra la CIA e i signori della droga, nato con il preciso scopo di finanziare i Contras, i ribelli anti-comunisti in Nicaragua. Sostenuto da moglie e figli, Webb porta alla luce la vicenda in un articolo intitolato "Dark Alliance", ma diviene ben presto oggetto di una feroce campagna diffamatoria architettata dalla stessa CIA con la connivenza dei giornalisti rivali, ritrovandosi così a combattere con tutte le sue forze per salvare reputazione e famiglia.
C'era una volta il thriller politico.
Quel filone squisitamente americano situato al crocicchio tra spy story, poliziesco e dramma giudiziario, spesso incentrato sulla possibilità, neanche troppo remota, che il governo cospiri alle spalle di quegli stessi cittadini che dovrebbe tutelare e che ha avuto il suo periodo di maggior splendore negli anni Settanta.
Il perché è presto detto e coincide con lo scandalo Watergate e le conseguenti dimissioni dell'allora Presidente Nixon, una perdita dell'innocenza da cui la coscienza americana faticherà non poco a riprendersi che è, allo stesso tempo, la piena dimostrazione di come il giornalismo politico a volte sia in grado di scardinare e portare alla luce anche i segreti più inconfessabili del potere.
A partire da quel materiale scottante, un'intera generazione di cineasti che faceva capo ad Alan J. Pakula e al suo Tutti gli uomini del presidente si dimostrò abilissima nell'interpretare il clima di insicurezza e di paranoia diffusa che attanagliò gli Stati Uniti da quel momento in poi.
E, se è proprio a quello specifico sottogenere che La regola del gioco sembra volersi riallacciare, non appaia come frutto del caso che a dirigerlo sia Michael Cuesta, regista di più di una puntata di Homeland, la serie TV che, più di qualsiasi opera cinematografica, ha reinventato integralmente il concetto di thriller politico alla luce del trauma post-9/11.
Se però Homeland rappresenta uno dei massimi picchi qualitativi raggiunti negli ultimi anni dal mercato dell'entertainment nel tentativo di interpretare le moderne paure statunitensi (per lo più legate alle moderne minacce terroristiche) questo La regola del gioco finisce con l'ereditarne esclusivamente il taglio televisivo. Cuesta, infatti, approccia la (vera) storia del giornalista Gary Webb con taglio essenziale, quasi spartano, appoggiandosi in maniera massiccia sui dialoghi e su un cast ricchissimo di volti noti (si va dai redivivi Andy Garcia e Ray Liotta a Barry Pepper, passando per la femme fatale Paz Vega e Michael Sheen) utilizzati in parti anche piccole, tutte però funzionali all'affresco che insieme vanno a comporre.
Il ruolo del leone spetta indubbiamente a Jeremy Renner, qui anche produttore, per la prima volta alle prese con un ruolo così complesso nel suo essere svincolato dalla sfera più prettamente fisica che in passato (The Bourne Legacy, The Avengers) ha connotato molte delle sue prove attoriali. Il vissuto non propriamente limpido del protagonista contribuisce poi a renderlo più umano, allontanandolo dall'idea di eroe tout court, reso spesso ancora più irreale da una sana vocazione al martirio, che molto cinema di denuncia tende a veicolare.
Film prevalentemente di attori dunque che, alla tanta sostanza messa sul piatto dalla storia, non associa però né uno stile visivo particolarmente definito né, soprattutto, uno script che riesca ad andare oltre una didascalica, seppure corretta, cronistoria degli eventi narrati, finendo con l'apparire come un compitino formalmente inappuntabile ma nulla di più.
Ed è un peccato perché si sarebbe potuto - e, in qualche modo, dovuto - lavorare di più sui metodi utilizzati dalla CIA per screditare chiunque osi rovistare negli angoli oscuri dei segreti di stato, ponendo magari anche meno attenzione sul processo di costruzione del reportage vero e proprio.
La regola del gioco resta comunque un'opera che ha il merito di aver riportato a galla fatti poco noti, messi all'epoca ancora più in ombra dal clamore suscitato nell'opinione pubblica da quel Sexgate che occupò per mesi le prime pagine dei giornali e quasi costò la presidenza a Clinton.
Sulla coincidenza temporale dei due eventi, i complottisti più ortodossi - i quali, inutile a dirsi, saranno quelli che trarranno maggiore piacere dalla visione del film - si sentano pure liberi di scatenarsi.

La frase:
"Ci sono storie troppo vere per essere raccontate".

a cura di Fabio Giusti

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