Le 13 rose
Storia vera. La notte del 5 agosto del 1939, quando la guerra civile spagnola ormai aveva trovato, da circa cinque mesi, il proprio epilogo dittatoriale in Franco, quarantotto uomini e tredici donne furono giustiziati per essere stati, anche solo marginalmente, coinvolti nella resistenza repubblicana. Quelle tredici donne, o meglio, ragazze, visto che l’età media era di circa diciannove anni, sono le protagoniste di "13 rose". Il loro impegno civile, affrontato con quell’entusiasmo giovanile che non ha freni quando si accosta a questioni che sembrano indiscutibilmente giuste, i primi amori, gli errori, la sottovalutazione di un nemico che non ha nessuno scrupolo fino al tragico epilogo, sono al centro di questa pellicola ispirata all’omonimo romanzo (non pubblicato in Italia) dello spagnolo Carlos Fonseca.
La tragedia in questione, per quanto nota, fu a lungo sottaciuta alle masse per non urtare quei non pochi filo franchisti, o comunque non strenui oppositori della tirannia che fu, quando la Spagna cominciò ad affacciarsi verso l’esterno nei primi anni ’80. Pare che quando Fonseca ha scritto il libro nel ’95, molti suoi connazionali hanno polemizzato sui contenuti e sull’opportunità di ricordare una pagina così nera della storia nazionale in un momento di ritrovata unità e sviluppo. Facciamo questa premessa perché se c’è una ragione di visione di "13 rose" è la sua capacità di divulgazione di una vicenda che merita di essere conosciuta.
Come spesso capita per gli sceneggiati televisivi delle reti generaliste italiane, si crede che una forte storia vera del passato, meglio se imperniata di eroismo e martirio, sia ragione sufficiente ad essere al centro di un film o di un prodotto visivo in generale. Nella scrittura della sceneggiatura sembra che si parta sempre dal potente evento finale, l’ingiusta morte di innocenti che si erano battuti per ideali e concetti di libertà che oggi crediamo impossibili da negare, per ricostruire poi a ritroso le vite dei suoi protagonisti. Sicuri di avere un crescendo conclusivo, la sceneggiatura si preoccupa così di narrare, ricorrendo spesso agli stereotipi di più facile lettura (in questo caso abbiamo, tra gli altri, il pestaggio dei vecchi che non cantano l’inno e i bambini che giocano e scimmiottano i militari) per avvicinare gradualmente lo spettatore verso quella conclusione che sicuramente lo sdegnerà.
I dialoghi sono quello che sono, con qualche deviazione fortemente filo cristiana mal inserita nel contesto e che fa nascere il dubbio che, tra i molti innocenti giustiziati, si considerino un po’ più "innocenti" quelli che hanno sempre pregato e creduto ("c’è un errore"). Ecco un esempio di dialogo, la conclusiva, strappalacrime lettera di una mamma al bambino che non rivedrà più: "Non serbare rancore verso gli assassini dei tuoi genitori. Gli uomini buoni non serbano rancore. Dovrai fare come me, dovrai essere sempre ben preparato. Figlio, figlio mio, ti guarderò dal cielo. Riceverai, dopo un’infinità di baci, il bacio eterno di tua madre".
Poche idee di regia, invasione costante della colonna sonora, scarso impegno nella ricostruzione di un significato che vada al di là del "Ecco, vedete cosa sono stati capaci di fare i nostri nonni? Non dimentichiamocelo". Una morale che, purtroppo, non ha necessità di veder ricamati sopra centoventi minuti di racconto per farla arrivare come un pugno nello stomaco.
Nelle sue non alte ambizioni, "13 rose" riesce comunque a raggiungere una fluidità di racconto che, prendendo come termine di riferimento i già citati prodotti televisivi italiani, non tutti posseggono. La buona gestione dei tempi dedicati ai vari personaggi riesce a non far perdere mai di vista la coralità del racconto (anche se qualche personaggio, come il militare fidanzato che offre cibo e frutta non si capisce dove vada a finire) e in certi frangenti, come la carrellata delle varie gonne delle condannate, si vede la volontà di comunicare qualcosa in più della semplice parola.
In definitiva "13 rose" può essere catalogato sia come un film piuttosto superficiale e appiattito sul proprio progetto che come un utile strumento per riportare alla luce un evento importante della storia di tutti noi. Dipende tutto da che cosa si sta cercando.

La frase: "Che il mio nome non sia cancellato dalla storia!".

Andrea D’Addio

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