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Le brio

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Leonardo Mezzelani16 giugno 2018Voto: 6.0
 

  • Foto dal film Le brio
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Ha inizio la 14ª edizione del Biografilm Festival con l’ormai consueta serata di gala all’Unipol Auditorium di Bologna. Ad aprire le danze è la proiezione di “Le Brio”, ultimo film di Sou Abadi che torna dopo l’inspiegabile vittoria della scorsa edizione.
In “sala” è presente la regista e la protagonista Camélia Jordana, anche madrina del festival, che chiamata sul palco sottolinea l’importanza di un film del genere e la grande responsabilità che sentiva nell’avere il ruolo di protagonista assoluta. Infatti quella formata dalla regista e l’attrice non è una coppia inedita. Le due avevano già collaborato per il già citato “Cherchez la Femme” (da noi “Due sotto il burqa”), commedietta dai buoni sentimenti sull’accettazione del diverso che arriva ad un telefonato finale ai limiti del moralismo più sfrenato.

Partendo da queste premesse “Le Brio” non può che essere visto come un passo avanti per Sou Abadi, ma andiamo con ordine.
Nata nella multietnica – e povera – banlieu parigina, Neila si iscrive alla prestigiosa università di Panthéon-Assas per inseguire il suo sogno di diventare avvocatessa. Arrivata in ritardo alla sua prima lezione deve immediatamente scontrarsi contro il professor Mazard (interpretato da un brillante Daniel Auteuil), noto per la sua durezza e le sue inclinazioni razziste, che la provocherà davanti a tutta la classe. Nell’epoca dei social, però, bisogna - giustamente - prestare molta attenzione alle proprie dichiarazioni. Il video del sopruso finisce in rete e il docente è costretto ad accettare di preparare la giovane studente per il prestigioso concorso nazionale di retorica, al fine di risollevare la propria reputazione ed evitare il licenziamento. Inizia così un percorso di conoscenza reciproca durante il quale entrambi conosceranno lati nascosti dell’altro e si miglioreranno a vicenda, seguendo il tipico percorso delle “commedie di formazione” (se mi si passa il termine). A condire tutto anche un abbozzo di storia amorosa.

Come già detto “Le Brio” sembra un netto passo avanti rispetto al precedente film di Abadi, se non altro da un punto di vista meramente tecnico. L’affascinante desolazione dei quartieri Banlieu e le fredde geometrie de la Panthéon-Assas sicuramente aiutano ma la regista di origine iraniana è brava nel saper valorizzare al massimo ciò che riprende. È impossibile non notare la sofisticatezza con la quale vengono resi certi scorci.
Il ritmo è meno serrato rispetto a “Due sotto il burqa”, la comicità meno spinta ma più elegante, più equilibrata, non c’è voglia di forzare la risata ed il film ne giova. L’importanza data alla parola è un elemento interessante, vengono citati i grandi oratori della storia: Schopenhauer, Cicerone, Foucault. Ma non si affonda mai veramente il colpo.

La storia non convince del tutto. Tutta sa di già visto, non si capisce se l’autrice vuole giocare con vari cliché oppure gli sceneggiatori arrivati ad un certo punto abbiano avuto un momento di confusione cosmica. Un po’ “Scent of Woman”, un po’ “High School Musical”, un po’ “L’attimo fuggente”, il film sembra non capire cosa voler raccontare. Davvero un peccato, perché le premesse erano tutt’altro che da buttare, sembrava anche si potesse evitare la solita morale anti-xenofoba (sacrosanta, sia chiaro, ma un gran film non deve aver come primo intento quello di moralizzare), e in parte è così.
Forse il finale è in grado di risollevare un po’ il tutto, riuscendo ad esse non completamente telefonato.

Come giudicare quindi “Le Brio”? Come una buana commedia che parla della propria identità, dell’importanza della parola (quanto sarebbe stato bello approfondire), capace di strappare qualche risata ma che, alla fine, non ha nulla che la distingua da molte altre.
Forse non il film migliore per rappresentare un festival come il Biografilm che, sulla carta, dovrebbe proporre opere di nicchia basate su storia vere.


FilmUP
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