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Mister Universo

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato09 marzo 2017Voto: 6.5
 

  • Foto dal film Mister Universo
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Talvolta siamo così legati ad un portafortuna da non poterne farne a meno e quando lo perdiamo, ci sentiamo incompleti, come se una piccola parte di noi fosse scomparsa per sempre e questo ci porta a fare di tutto per ritrovarlo o comunque ottenerlo di nuovo.
Questo è quanto avviene nella pellicola “Mister Universo” di Tizza Covi e Rainer Frimmel. Tairo Caroli a vent’anni è diventato un domatore di leoni come suo padre. Il piccolo circo in cui lavora (da quando era bambino) attraversa una crisi profonda: roulotte cadenti, pochi spettatori, artisti spesso malconci, animali vecchi e stanchi. Anche il giovane Tairo è in un brutto momento: uno dei suoi leoni è morto, la leonessa è ormai anziana, le tigri svogliate; come se non bastasse, perde l’oggetto cui teneva di più, il suo portafortuna: una sbarra di ferro piegata a mani nude davanti a lui, allora bambino. Quell’uomo si chiama Arthur Robin, Mr. Universo nel 1957 e primo uomo di colore a vincere tale titolo. Tairo inizierà a cercarlo in giro per l’Italia, spinto anche dalla superstizione dell’amica contorsionista Wendy, che dopo una seduta con la sua cartomante di fiducia si convince che l’amuleto vada ritrovato o sostituito al più presto; un viaggio che lo porterà a ritrovare amici e parenti, come la madre e il fratello che non vede da quattro anni. Quando finalmente raggiungerà Arthur Robin, troverà un uomo che dopo anni di palcoscenico e fatica si gode in pace l’amore della moglie, indebolito dal tempo ma non nello spirito. Un uomo che non può più compiere lo sforzo di piegare il ferro ma che ha tanto da insegnare.

Mister Universo può essere definito una sorta di docufilm che, attraverso il viaggio di Tairo Caroli, racconta il mondo di un uomo la cui vita è fatta di affetti, di gioie e di problemi, toccando ogni singolo aspetto di essa: dal modo di approcciarsi al lavoro al modo di relazionarsi con parenti e amici.
Ciò che colpisce del progetto sono i dialoghi semplici e diretti e l’uso di un linguaggio tipico della gioventù odierna, che poco si cura di apparire volgare agli occhi dei più e non disdegna qualche parolaccia di troppo. Un linguaggio rozzo che però ci permette di capire lo stato d’animo del protagonista in quel dato momento, nonostante Tairo sia stato poco espressivo nell’interpretazione.
Questo ci consente di capire anche quanto sia importante il modo di esprimersi all’interno di una pellicola. Punto di forza del film è la naturalezza con cui prendono vita determinate dinamiche familiari.
Per quanto riguarda la regia, non convince particolarmente in quanto lo spettatore si trova di fronte a inquadrature semplici, poco elaborate. Nonostante ciò sono adatte al genere documentaristico, dove l’importante è mostrare un dato fatto, senza bisogno di ‘spettacolarizzare’ gli eventi che si susseguono.

Un particolare che potrebbe affascinare il pubblico è una fotografia fatta di tonalità calde e fredde che si manifestano a seconda della scena trattata e con una certa logica.
Non convince invece il passaggio da una scena all’altra e da un argomento all’altro in quanto troppo repentino a volte. Talvolta, inoltre, non è così immediato capire chi sia il personaggio con cui Tairo Caroli si sta confrontando in quel momento e questo, in più occasioni, deriva dal fatto che vi è un’assoluta mancanza di approfondimento delle figure coinvolte. Sono elementi da non sottovalutare, ma possiamo dire che dal punto di vista documentaristico il progetto è ben riuscito, anche per merito di una colonna sonora originale e del tema di fondo: la ricerca di sé stessi.
C’è anche da dire che non è possibile criticare in tutto e per tutto l’interpretazione delle persone perché il loro ruolo è semplicemente quello di essere se stessi.


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