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Titolo film:    I Cancelli del Cielo
Opinioni presenti:    11
Media Voto:    8.5 - Media Voto: 8.5


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Voto 4di 10
...ed il giudizio è nettamente negativo. Beh, prendo atto che la versione originale è piaciuta, anche se stento un po' veramente a crederlo. Io, nella mia versione monca, ho comunque visto le seguenti cose: una parte introduttiva di almeno mezz'ora che non trasmette niente (con un Kris Kristofferson già 44enne che deve fare - senza riuscirci - il giovane neolaureato idealista); poi, all'improvviso, senza sapere il perché o il percome, c'è un salto temporale e di posizione mica da ridere, che trasferisce la scena nelle distese selvagge dello Wyoming, dove, seguendo con le orecchie ritte, si viene a sapere dell'esistenza di un contrasto tra i vecchi immigrati allevatori, di etnia ancora anglosassone, e i nuovi immigrati slavi intenzionati a fare gli agricoltori, tanto le terre incolte sono abbondanti e c'è/ci sarebbe posto per tutti... Peccato che non la pensino così gli allevatori e lo stesso stesso governo statunitense, il quale se deve stare dalla parte di qualcuno sceglie la parte più forte (gurda caso). Il film è la narrazione di questo conflitto intestino tra americani ed il vero movente drammatico dovrebbe trovarsi nel personaggio della Isabelle Huppert, prostituta, ugualmente concupita da Kris Kristofferson da una parte e Christopher Walken e John Hurt (che va e viene) dall'altra. Ok, la storia vola alto, ma non decolla mai. Un solo passaggio merita la citazione, è quando Walken - al soldo degli allevatori - trova uno uno dei nuovi venuti con un capo di bestiame (rubato) tra le mani, e con quest'ultimo ha il seguente scambio di vedute: - Vattene ragazzino, che non voglio ammazzare uno che si piscia ancora nelle mutande; - ...ma io sono un uomo sposato; - Va bene uomo sposato, comunque smamma e lascia stare il bovino, uomo sposato, o ti sarà difficile pentirtene, uomo sposato. (O qualcosa di simile, comunque molto gustoso). Per me una scena come questa, si chiama "cinema"; i buchi di sceneggiatura, i montaggi alla carlona, gli attori in stato catatonico (la Huppert), la patina di nebbia giallastra stesa sopra l'80% delle scene in interni, no. Peccato, perché Cimino è un grande (vd. L'anno del dragone e Verso il sole, soprattutto). Ciao
Fabio, 36 anni, Bergamo (BG).
(4 Maggio 2008)


Voto 8di 10
Mi è piaciuto, me lo aspettavo che fosse bello, anche se non rientra tra i miei film preferiti. sicuramente si capisce perchè non è piaciuto al pubblico americano all' epoca della sua uscita, dato che cimino mostra le brutture e i soprusicombinati dagli americani agli emigranti che volevano integrarsi nell' america dell' 800, ma non capisco perchè in italia non sia neanche piaciuto dato che è stato rivalutato dopo piu' di 20 anni. quando ho saputo che lo davano su fuori orario su rai3, a dicembre scorso, sia in versione integrale che ridotta, mi sono precipitato subito a registrarlo perchè era un film che volevo vedere da tanto tempo. mi dispiace solo che la versione integrale trasmessa da rai3 fosse in versione originale con sottotitoli in italiano, cosa che non mi piace in un film, la versione integrale di questo film è piu' bella perchè mostra molte parti in piu' ed ha una fotografia migliore. altra nota: ottimo walken.
Mauro, 23 anni, Trinitapoli.
(4 Aprile 2005)


Voto 10di 10
E' un vero capolavoro. Però occorre sostituire il finale della versione italiana con quello originale (esiste in inglese coi sottotitoli). Altrimenti si perde il collegamento con l'inizio del film. Non capisco proprio perchè alla versione italiana è stato dato quel finale insulso! Il voto massimo è per la versione originale, perlomeno per quanto riguarda il finale. Il ballo sui pattini non ti stanchi mai di rivederlo!
Kunta, 48 anni, Lecco (LC).
(8 Marzo 2005)


Voto 7di 10
Il più grande western dell’epoca post-hollywoodiana è illuminato da squarci lirici degni di john ford; ha l’andamento tragico e ieratico di un film di akira kurusawa e mescola l’estetismo decadente con la lotta di classe. lo firma michael cimino: il regista più geniale e più disordinato del cinema americano; che, sulla scia dei trionfi de il cacciatore (1979), riuscì a trascinare la united artists in un’impresa fallimentare. uscito sugli schermi in edizioni più volte tagliate (un’ora in meno a cannes; decurtato dell’epilogo anche in italia), i cancelli del cielo è tornato alla versione originale solo in vhs e per alcuni passaggi televisivi, dove finalmente si è potuto apprezzarlo per quello che è. un film megalomane e squilibrato, certo. ma anche una delle opere cinematografiche più intriganti degli ultimi decenni. le cose più straordinarie cimino riesce a metterle in scena soprattutto quando prende le distanze dalle vicende individuali, per raccontare la vita di una comunità (gli studenti di harvard o i coloni della contea johnson), il metafisico sgomento di fronte alla morte (l’uccisione di christopher walken e, pur in tono minore, quella di isabelle huppert), lo svolgimento sanguinoso di una battaglia (lo scontro finale costruito con rigore geometrico sul modello dei più tradizionali assalti indiani, ma con rovesciamento dei valori etici in campo). vengono, poi, gli splendidi e improvvisi scorci su un paesaggio avvolto in un tragico livore o i grandi momenti di bravura rappresentati dai balli: quello universitario a ritmo di valzer e quello sui pattini a rotelle, sotto la volta del grande capannone in cui i colori si riuniscono. non è importante, allora, se certi passaggi narrativi risultano troppo ellittici; se un po’ eccessivi sono i controluce fumosi e i viraggi color seppia; se lo sviluppo drammaturgico del triangolo amoroso ogni tanto s’ingarbuglia. cimino fa sempre del cinema: alla grande. il suo rapporto con il western è assolutamente libero e senza complessi. lontano dalle banali vocazioni demistificatorie di molti registi suoi contemporanei, compresi arthur penn e robert altman. esente anche dai sentimenti nostalgici, cari a sam peckinpah. michael cimino ha con la storia un rapporto visionario. pensa per immagini e racconta per sequenze; proprio per questo la sua descrizione amara e disperata dell’america (passata, presente e futura) risulta così originale e affascinante.
Mario, 20 anni, Frigento (AV).
(5 Marzo 2005)


Voto 9di 10
Siamo nel 1980, in piena guerra fredda, e Cimino negli USA ha il coraggio di scrivere un copione e girare un film nei quali, prendendo ad esempio proprio dei russi anche se immigrati e risalenti al tempo del Far West, si denuncia il fatto che in quel paese non si vuole che i poveri entrino a farne parte della vita. Soggetti che partono con un simile piglio non possono che dare risultati eccellenti. L’immigrazione viene rappresentata con la gente che viaggia sui tetti del treno perché non ha i soldi per il biglietto, con le donne che tirano l’aratro perché non ci sono i soldi per i buoi. Il Far West viene rappresentato con i pattini a rotelle nelle feste da ballo, con i soldati della cavalleria che giocano a baseball di domenica e con la casa dello sceriffo adiacente e comunicante con il dormitorio pubblico. Aspetti sorprendenti dell’America di fine secolo (l’800) che finalmente emergono in un western dai precisi connotati culturali e sociali. E anche ambientali con una fotografia che sembra faccia respirare il film: miseria di un dettaglio urbano, inspirazione, imponenza della natura circostante, espirazione. Contemporaneamente una storia d’amore complessa e contorta che vuole riscoprire nell’animo femminile la predilezione per la spontaneità di chi sa essere anche gentile a scapito del machismo, di chi si dà troppo spesso delle arie. Ma attenzione: diffidate della versione montata, tradotta e distribuita nei circuiti cinematografici di questo film. Sono stati tagliati dialoghi essenziali per capire il riapproccio finale della coppia, sono state tagliate scene che avrebbero potuto impreziosire ulteriormente il contesto folcloristico del film e sono stati tolti poetici “fermi” sul paesaggio che rendono meno brusco il passaggio da una scena all’altra. In compenso è stato eccessivamente indurito il linguaggio per renderlo più western al posto di preoccuparsi di sottotitolare le frasi dette in russo. Procuratevi la versione integrale, sequenziale e in lingua originale. C’è tutta la magia del film, la storia non perde importanti dettagli e i sottotitoli rendono meglio del doppiaggio nello spiegare i toni e gli argomenti usati.
Mariani, 39 anni, Inzago (MI).
(10 Dicembre 2004)




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