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Gli amici del bar Margherita

Opinioni presenti: 17
Media Voto: Media Voto: 4.5 (4.5/10)

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Che delusione!

(2/10) Voto 2di 10

Non pensavo proprio che un film di Pupi Avati mi potesse deludere così tanto. Non vedevo l'ora che finisse tanto era insopportabilmente e incredibilmente noioso, insulso, sciocco e irritante. Ma come si fa solo a pensare di avvicinarlo a " I vitelloni " o a " Amici miei "? Per carità, non sprecate un'ora e mezza con questo inutile film.



Giuseppe, 65 anni, Latini (AN).




niente di speciale

(3/10) Voto 3di 10

Ho deciso di vedere questo film perche' Pupi Avati per me finora era una garanzia pero' sono rimasta perplessa:mi aspettavo molto di piu'e invece niente mi ha emozionata:una serie di situazioni,personaggi senza un vero legame.....Brava pero'Katia Riccirelli! Io e l'amica con cui sono andata a vedere il film,alla fine ci siamo guardate e ci siamo dette:forse siamo troppo esigenti?



Anna, 64 anni, Cascina (PI).




sull'onda della crisi

(8/10) Voto 8di 10

Diffido in genere dei remake o di opere che hanno come antecedente un capolavoro del quale riprendono spirito e forma. In questo caso si tratta ovviamente del Fellini dei Vitelloni e di Amarcord. E il confronto non giova all’ultima creazione di Pupi Avati, che salvo alcuni casi (Regalo di Natale, I cavalieri che fecero l’impresa, Il papà di Giovanna) è ormai definibile come il cantore della nostalgia targata Romagna anni ’50. Perché anche nei film più difformi da questo vagheggiamento del passato, l’essere bolognese e aver trascorso in quel luogo la giovinezza è diventata per Avati quasi una categoria dello spirito. Per ciò che riguarda gli attori, salvo qualche nuovo arrivato, gli altri sono diventati quasi la sua famiglia, i suoi compagni di bar (in questo caso il Margherita), ma non saprei dire se questa situazione di conoscenza profonda sia un male o un bene. Ad esempio, nel caso di Abatantuono mi pare che provochi un invito alla pigrizia creativa, per cui il simpaticissimo Diego sembra ripetersi all’infinito nei modi e nella sostanza del personaggio. Neanche nuova nell’opera del regista è quella punta di malignità paesana, di torbidezza nei rapporti di amicizia che non fanno dimenticare ad Avati, pure quando è intento a ritrarre la bonomia del passato, che nel quotidiano e abituale giocano anche forze negative, momenti oscuri in cui il familiare diventa quasi noir. A tal proposito vedi in questo film le sequenze sul ballo a casa dell’adolescente, alter ego di Pupi, mentre nella stanza accanto l’amato nonno giace morto. Per inseguire troppi personaggi messi in scena, Avati finisce poi col lasciarne molti a livello di nome e cognome, senza svilupparne il carattere o il ruolo giocato nel gruppo. Si tratta di comparse di un teatrino a volte stucchevole o addirittura sciocco quando non riscattato dallo humour o dall’ironia. Su tutto quindi aleggia un senso di già visto e di noiosamente provinciale. Come ho già accennato, la scena è posta a Bologna, più o meno negli anni ’50. Al bar Margherita (Bologna anni ’50)si riuniscono i frequentatori abituali, un gruppo eterogeneo con alcuni leader, come Al (Diego Abatantuono), introdotto nei nights, ottimo giocatore di biliardo, un po’ il padre di tutti. Lui è il modello da imitare per il diciottenne Taddeo (Pier Paolo Zizzi), che inaspettatamente finisce col diventare il suo autista. C’è poi Neri Marcorè (alias Bepi) ancora una volta nei panni dell’inadeguato-imbranato che, ovviamente, ama la donna sbagliata; c’è il ripescaggio di Gianni Cavina (il nonno di Taddeo), che insegue ancora conquiste femminili; c’è il bravo Fabio De Luigi (alias Gian) che aspira a partecipare a Sanremo, ma riesce solo ad eccitare lo spiritello cattivo del gruppo. Tra le donne, protagoniste secondarie rispetto agli avventori del bar o “eroi sciocchi”, come li definisce lo stesso regista, citerei solo una splendente Luisa Ranieri nel ruolo di Minni, maestra di pianoforte e ultima spiaggia del desiderio del nonno di Taddeo.



Olga, 63 anni, Di comite.




Pupi Avati rinnega tutta la sua storia

(3/10) Voto 3di 10

Da una vita sono un grandissimo estimatore di Pupi Avati, l'ho sempre difeso dall'accusa che spesso gli viene mossa di "girare sempre lo stesso film", che per me è un pregio, in quanto nei suoi film egli ci parla sempre della sua giovinezza e della sua vita, ma questo film mi ha profondamente deluso. E’ vero che da un po’ di anni Pupi ha cominciato a farci sapere che la compagnia dei suoi anni giovanili non era composta solo di persone meravigliose, unite, legate da un vincolo indissolubile, come apparirebbe dai suoi primi film... è vero che nei suoi due film sul poker ha parlato di cattiverie, vigliaccherie, interessi personali... è vero che nel bellissimo e poco conosciuto “Dichiarazione d’amore” ci ha invitati a non chiederci come sarà stato il futuro della bella, vincente ed irraggiungibile che ciascuno di noi ha sognato nell’adolescenza e perso di vista per sempre... ma un film così da lui non me lo aspettavo. Come se Olmi facesse un film blasfemo ed inneggiante all’ateismo, come se Salvatores ci dicesse che il Sessantotto ha prodotto solo eroina e Brigate Rosse... Gli amici del bar Margherita che dànno il titolo al film sono persone squallide, amorali, profittatrici, cattive non solo con gli altri, ma soprattutto tra di loro. La critica ha parlato di “Amici miei”, ma nel capolavoro di Monicelli i personaggi tra di loro si vogliono bene e si proteggono a vicenda, ho sentito avvicinare il film ai “Vitelloni”, ma qui è del tutto assente la critica di costume. Il regista fotografa questo squallore, questi personaggi senza un minimo di correttezza (e questa amoralità coinvolge anche i personaggi estranei al bar: dal nonno alla maestra di piano, -si salva solo la madre...), ma non mi sembra partecipe dell’amarezza che assale lo spettatore. Certo il film ha anche dei pregi: dalla ricostruzione d’ambiente accuratissima ad una recitazione splendida (tutti bravissimi da Abatantuono a Cavina, dalla Chiatti alla Ricciarelli), ma alla fine uno si chiede che senso avesse frequentare il bar Margherita nel 1954 e soprattutto che senso abbia parlarne oggi.



Silvano, 60 anni, Cormano (MI).




buono

(9/10) Voto 9di 10

Non capisco questo "tepore" nel giudicare il film di Pupi Avati...per me è sempre grande, lui e (finalmente) tutti gli attori italiani. E' una garanzia, ma certo non dovete aspettarvi "americanate". Delicato e cinico nello stesso tempo, ma comunque gradevolissimo! Grandi Neri Marcorè, Diego Abatantuono e Luigi Lo Cascio!! Alzo la media con un voto in più!



Rosanna, 49 anni, Roma (RM).





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