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Bright Star

Opinioni presenti: 6
Media Voto: Media Voto: 7.5 (7.5/10)

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un'anima romantica può apprezzare questo film....

(9/10) Voto 9di 10

Non posso credere che questo film non piaccia. Per carità, i gusti sono gusti, però è un film che ti entra dentro a poco a poco e ti sensibilizza. Oltre ad essere un'ottima ricostruzione dell'artista, il film coinvolge: non è un'americata tutta azione e niente sostanza, è invece ricco di sostanza, di poeticità, di sentimentalismo, tipici del Romanticismo. BELLO! Il voto 7 non è per niente meritato. Per me un 9 pieno è più appropriato.



Nicola, 36 anni, Mestre (VE).




Noioso

(4/10) Voto 4di 10

Pieno di aspettative, ricordando la Campion di 'Un angelo alla mia tavola' e 'Lezioni di piano', sono andato a vedere questo film rimanendone molto deluso. La protagonista non ha neanche lontanamente la forza cinematografica delle protagoniste degli altri due film; e anche se questo riprende un po' il tema di 'Lezioni di piano' dell'arte come via per l'amore, il risultato è non ne è assolutamente all'altezza. La sceneggiatura non ha nulla di originale e i dialoghi piuttosto noiosi. Qualche bella immagine ogni tanto e prove attoriali discrete.



Andrea, 46 anni, Torino.




l'amore ai tempi del Romanticismo

(7/10) Voto 7di 10

Capita molto di rado ormai di vedere un film Romantico (con la maiuscola) pieni come siamo di fantasy, thriller, horror e, se va bene, di famiglie più o meno funzionanti e di amarcord più o meno riusciti. Se di romanticismo si parla è quello da soap-opera o da melensa borghesia in crisi. E allora perché no? Mi sono detta, ripensando soprattutto alla forza emotiva di Lezioni di piano. Per la verità avevo perso di vista da allora l’opera della regista e questo è stato un motivo in più per rivisitarla, attratta come ero dalla poesia e dalla bellezza. Si tratta infatti della relazione amorosa, intensa e platonica vissuta nel primo Ottocento dal poeta romantico inglese John Keats e Fanny Brawne, una giovane donna sua vicina di casa nella quale l’artista vide incarnata “la Bellezza che è Verità e la Verità che è Bellezza”. Intesa quest’ultima in senso universale e quasi mistico e che non disdegna di accendersi di bagliori e gesti delicatamente sensuali acquistano, per la bravura di chi narra e per il contrasto con la volgarità diffusa dell’approccio , una loro grazia irripetibile. Quel comunicare accostandosi alla parete dietro la quale c’è la presenza dell’altro, quell’abbracciarsi lungo e tenero come bambini che si addormentano vicini, quel vivere la natura che cambia come respiro immenso e cangiante, quell’amore che ha dietro l’ombra della morte di cui si ha consapevolezza reale e non sognata. In una mescolanza di esaltazioni sentimentali, coscienza di fallimenti, immaginazione, piccoli rituali indolenti, desiderio di esprimersi creando, ricercato da quasi tutti i personaggi, cresce la comunicazione tra i due innamorati che culminerà nella composizione di alcuni tra i sonetti più belli di Keats, il 32° e il 34°, citati anche nel film. Questo tuffo nel passato è condotto con sensibilità attenta dalla Campion, che sfodera qui tutta la sua capacità di valorizzare il bello dovunque esso si manifesti o si nasconda. Esso esplode nella natura primaverile e nei grigi invernali, si cela nelle tele e nelle sete che la protagonista maneggia, pieghetta, ricama per tirare fuori le sue creazioni artistiche, dagli abiti alla confezione di un cestino di dolci per l’amato. La fotografia e le inquadrature, con tagli da interno fiammingo o alla Vermeer, la fanno da padroni. Naturalmente, quando l’aspetto formale diventa estetizzante in eccesso, si sconfina nella maniera e questo avviene anche in Bright Star, ma personalmente ritengo che la Maniera non sia sempre da considerare vuota e artificiosa. Talvolta può essere un raffinato velo che ricopre le grazie della bellezza o la solitudine che la morte lascia dietro, quando il lamento di chi rimane sembra quello del mondo intero. Trovo perciò che il troppo di perfezione nel racconto della regista abbia una coerenza innegabile con i contenuti dell’epoca e che sia quindi in questo caso una specie di valore aggiunto.



Olga, 65 anni, Perugia (PG).




"Il signor Keats è andato a Londra senza il suo tabarro"

(7/10) Voto 7di 10

La frase che ho messo a titolo della mia recensione riassume in modo un po' ironico tutto il succo di questo film. chi più conosce o , ancor di più, usa, la parola "tabarro"??? il tabarro è un mantello in uso nei tempi ormai remoti. ecco questo film è remoto, desueto e fuori da ritmi e interessi contemporanei. il che potrebbe essere anche un merito. ma nella fattispecie non lo è, mi duole dirlo. di positivo cosa c'è?la meravigliosa ambientazione e meravigliosi costumi: la protagonista ama cucirsi i vestiti da sola e questi vestiti hanno quella rustica, tattile, imperfetta caratterizzazione degli abiti cuciti a mano. una vera chicca. e poi la sorellina della protagonista, una deliziosa bimbetta rossa di capelli, che assiste , stupefatta e attonita, accorata e partecipe alle dolorose vicende amorose della sorella per il poeta john keats. per il resto la storia d'amore romantica tra la bella fancuilla e il poeta ammalato di tisi, si dipana con una lentezza esasperante, esasperata ancor di più dal doppiaggio, che, con quei toni sommessi e monocordi, risulta di una stucchevolezza irritante. ergo: nello spettatore noia, noia , noia e senso di colpa perché un tale bellissimo amore avrebbe meritato una partecipazione che non riusciamo a dargli.



Sandra, 56 anni, Modestaprovincia (AP).




Si piange eccome

(8/10) Voto 8di 10

Condivido pienamente la recensione di FilmUp, tranne nella parte finale in cui si dice che guardando Bright Star non si versa nemmeno una lacrima. Io ne ho versate parecchie. Non bisogna confondere la luce limpida e fredda che permea (magistralmente) ogni inquadratura -e che, più ancora degli impressionisti, evoca la pittura fiamminga - con la freddezza del sentimento rappresentato. Non bisogna confondere il silenzio con un'assenza. E' proprio perché la storia in sé è troppo intensa, io credo, che la regista ha scelto di far parlare le immagini e i simboli. Soprattutto, è un film che andrebbe visto in lingua originale. I doppiatori italiani, pur molto bravi, non possono rendere, in traduzione, il ritmo delle poesie di Keats. E neanche le sfumature del dialogo, che in questo film sono particolarmente importanti. Quindi è estremamente difficile giudicare il "sentimento". La cui assenza o presenza è spesso più nello spirito di chi guarda, che nelle effettive intenzioni del regista. Ombretta Bertini, giornalista



Ombretta, 37 anni, Milano (MI).





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