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London River

Opinioni presenti: 4
Media Voto: Media Voto: 8 (8/10)

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Culture in rotta di condivisione, nel dramma silente di Bouchareb

(8/10) Voto 8di 10

A far da cornice, nel secondo film del franco-algerino Rachid Bouchareb, é il plumbeo cielo londinese, supervisore silenzioso e mestamente contemplativo, in cui il sole, per citare Paolo Giordano, è solo “un disco più grigio della nebbia che avvolge il tutto”. Parecchi metri al di sotto di un impotente skyline, è il dannato 7 Luglio 2005 quando il convulso brulicare anglofono è scosso dalla tragedia di un mortifero attentato alla "Tube": l’abituale uggiosità muta nel famelico dramma che monopolizza vorace i Tg nazionali, attirando su di sé la terrorizzata, sgranata attenzione dell'intera nazione e della vedova Mrs. Sommers. Sola e disperata, la donna dà il via, dopo svariate telefonate prive di esito, alla spasmodica e speranzosa ricerca della figlia Jane, che nell’attentato potrebbe aver perso la vita. Tra sguardi contriti e intime commozioni che ne prostrano ancor di più la rugosa, corpulenta fragilità, durante il suo percorso alla cieca la signora Sommers, agricoltrice (Brenda Blethyn ne aveva già intepretata un'altra di tutt’altra natura nell’ excentric liberal “L’erba di Grace”, del 2001), bianca, britannica, protestante, schizzinosa, si imbatterà in Ousmane (Sotigui Kouyatè, Orso d’argento a Berlino come miglior attore), nero, musulmano, treccioluto e dinoccolato africano naturalizzato francese che, proprio come lei, si aggira ondivago per le strade londinesi in cerca del figlio che non vede da quando lo abbandonò in Africa all’età di sei anni per raggiungere la Francia. L’ostentato, altezzoso, a tratti sprezzante rifiuto per una cultura a lei ignota in un primo momento assolutizza il sentire della signora Sommers e sembra avere la meglio, anche dopo che il signor Ousmane le (di)mostra che i loro rispettivi figli si conoscevano servendosi di una foto che li ritrae l’uno accanto all’altra. Il doloroso sentire comune finisce però pian piano con l’avvicinarli sotterraneamente: i due raccolgono indizi e smozzicate testimonianze qua e là e si lasciano cullare dalla più dolce delle inquiete speranze. L’iniziale “non stretta di mano” e il cortese “salam” adocchiato dalla signora Sommers come una parola di assai dubbia, sinistra provenienza (di un saluto non può mica trattarsi) vengono spazzati via dalla condivisione del dramma comune, del riposo notturno in letti ravvicinati. Il personaggio della Blethyn e quello di Kouyaté (immensi) sono dei caratteri universali ed esemplificativi, emblemi delle due differenti modalità di reazione di fronte al dolore da parte di due culture antitetiche come quella occidentale e quella musulmana: lo strazio logorante ed urlato dell’una, l’interiorizzata rassegnazione al cospetto di un volere superiore dell’altra. La regia di Bouchareb è dal canto suo(onni)comprensiva, conciliante, a servizio di una messa in scena delicata, accorata, non ruffiana. Affine al Loach più suburbano per la forte affezione a fiumiciattoli e ambienti diroccati, il film unisce ciò che la cecità terroristica vorrebbe scindere per sempre.



Davide Stanzione, 17 anni, Erice (TP).




contro certa corrente

(8/10) Voto 8di 10

Senza avvalersi di maestri del thriller, il racconto sviluppa in chi guarda una suspence che nasce per intero da un evento reale, da scarsissimi dialoghi, da location indovinate, dalla bravura dei due protagonisti più i comprimari. Si parte dalla vita quotidiana di una donna che vice in Gran Bretagna e di un uomo che vive in Francia. I rispettivi figli frequentano gli studi a Londra. Sarà il drammatico evento degli attentati terroristici nella metropolitana di Londra (7 luglio 2005) a fare incrociare le vite di questi due genitori diversissimi. E qui entra in ballo in maniera discreta, non gridata ma penetrante, una riflessione sull’integrazione e su venature xenofobe sempre in agguato dopo l’11 settembre americano, anche in paesi di antica tradizione d’accoglienza come l’Inghilterra. I due protagonisti sono l’una protestante e di pelle bianca (la madre), l’altro musulmano e di pelle nera (il padre), l’una molto occidentale anche nell’aspetto, l’altro dalla presenza trascurata e lunghi capelli rasta. A loro insaputa i giovani convivono nello stesso appartamento in un quartiere arabo e insieme sono scomparsi. Tutta la storia consiste nella sofferta ricerca da parte dei genitori e nella difficoltà di dare inizio, specie da parte della donna inglese, a un rapporto umano e paritario tra di loro. Il tutto è suggerito con pochissimi dialoghi, molto sguardi intensi e ricchi di sfumature, molti fatti piccoli ma significativi che si inscrivono nella grande tragedia del terrorismo. Gli eventi conclusivi, gli unici a risentire di qualche effetto facile anche se non stonato, invitano a considerare come il dolore non abbia frontiere e come oggi si può resistere, riconvertendolo in una quotidianità non immemore, solo se si ricercano le radici comuni di tutti noi. Bravissimi nella misura e nella tensione i due in interpreti principali (Brenda Blethyn e Sotigui Kouyaté). Si diventa più buoni all’uscita dalla sala e ci si rassicura di non essere i soli a sognare ancora di migliorare il mondo.



olga, 65 anni, di comite (PG).




Delicato e non retorico.

(7/10) Voto 7di 10

Un film sulla distanza che separa le culture e presenta un invito alla comunicazione tra popoli. Costruito molto bene,fa cambiare più volte idea allo spettatore sulla sorte dei due ragazzi. È un bel film, che secondo me merita di essere visto.



Flavio, 25 anni, Napoli.




Intenso, commovente, intelligente

(9/10) Voto 9di 10

London river è un film che lascia il segno. La storia è originale, trae spunto dagli attentati di Londra senza scadere mai nel patetico. L'incontro tra le culture occidentale e musulmana è narrato con chiarezza e lucidità, senza sbavature; l'interpretazione dei protagonisti è credibile e misurata, intensa e toccante. Una storia finalmente diversa, uno spunto per riflettere su tematiche profonde in un film che "tiene" in tutte le sue componenti.



Elena, 40 anni, Reggio Emilia.





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