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Cesare deve morire

Opinioni presenti: 5
Media Voto: Media Voto: 8.5 (8.5/10)

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Faticoso

(7/10) Voto 7di 10

Capisco quanto sia stato faticoso per gli attori portare in scena il dramma di Cesare, ma è stato altrettanto faticoso per me riuscire a seguire ciò che gli stessi recitavano. Peccato perché l'idea era ottima e i ragazzi sono stati eccezionali nell'impegno.



Graziano, 29 anni, Cassano d'Adda (MI).




Capolavoro

(10/10) Voto 10di 10

Ho apprezzato il film gia' dai primi minuti .Grande raffinatezza nell'affrontare i drammi umani dei protagonisti senza intaccarne la dignita' .Vere pennellate d'autore in tutto lo spettacolo.Porgo un grande tributo alla genialita' dei registi e per me l'oscar lo hanno gia' vinto. Meravigliosi gli attori tutti quanti!



Teresa, 44 anni, Torino (TO).




il cinema italiano sa essere ancora arte

(10/10) Voto 10di 10

I fratelli Taviani devono essersi chiesti: cosa si potrebbe ottenere dall'incontro tra il genio teatrale di Shakespeare, la realtà dura del carcere e la magia della macchina da presa? La risposta è un capolavoro di autenticità e forza espressiva che onora il cinema italiano e lascia nello spettatore la confortante certezza che l'arte, che il cinema non sono ancora morti in questo paese, che ci sono ancora idee, intelligenze, persone vere su cui contare per risollevarci in tutti i sensi.



Cinzia, 44 anni, santarcangelo.




Basito per l'Orso d'Oro

(6/10) Voto 6di 10

PERPLESSO nel momento in cui ho saputo dell'Orso d'Oro conferito alla Berlinale ai Fratelli Taviani per il film/documentario "Cesare deve morire" BASITO dopo aver visto il film. Nulla da eccepire nei confronti dell'utilità sociale dell'iniziativa e della sua coincidenza con la finalità riabilitativa della pena carceraria e ancor meno da eccepire nei confronti di una generale valutazione positiva del lavoro nel suo complesso ad eccezione dell'utilizzo libero dei dialetti che spesso non permettono una piena comprensione dei dialoghi. Tutto, invece, da eccepire nei confronti del conferimento di un premio cinematrografico così prestigioso. Perchè? Dunque: 1) l'ORSO D'ORO è un premio al film e premiare un film significa, in prima istanza, premiare sceneggiatura, regia e attori. La SCENEGGIATURA è una rilettura di un classico del teatro, già pluripremiato. Mi sembra, quindi, superfluo, nonchè anacronisitco, un ulteriore, indiretto, premio a Shakespeare. La regia non mi sembra degna di nota e la direzione degli attori un po' troppo lasciata all'improvvisazione. Quest' ultimo aspetto deporrebbe a favore di un certo teatro, quello povero di Grotowski ad esempio. Peccato però che qui stiamo parlando d ipremio CINEMATOGRAFICO. Inoltre, probabili per esigenze di privacy/sicurezza non potevano permettere inquadrature più aperte e talvolta si soffre di una certa claustrofobia. Per quanto riguarda gli ATTORI ci leggo una certa mancanza di rispetto nei confronti di chi, per fare l'attore, investe anni di sacrifici e di gavetta! 2) Il pessimo messaggio "prefessionale" che esce non tanto dal film ma dal premio conferito al film è questo: o tra gli attori si materializza una forte propensione al crimine oppure l'attore, per diventare tale, non necessita di alcuna formazione. Quindi tutti possiamo essere attori, criminali in particolare. Sarebbe stato più appropriato un, più che giusto, riconoscimento alla carriera dei due Fratelli Registi.



enrico, 45 anni, milano (MI).




uno Shakespeare di eccezionale attualità

(10/10) Voto 10di 10

Cesare è morto e continuerà a morire, ma l’opera di Shakespeare vive perché è interprete di sentimenti universali ed analisi potente, per chi sappia leggerla, della psiche umana. A presentare una rilettura del “Giulio Cesare” del grande commediografo inglese sono i fratelli Taviani, collocandola in un contesto singolare di cui molto si parla in queste settimane con distratta attenzione. Il ritorno al cinema, dopo i sei anni trascorsi da “La masseria delle allodole”, ha fatto ritrovare al .pubblico la possibilità di veder ancora fuse in una grande opera le varie componenti che caratterizzano da sempre la produzione dei due fratelli: la cronaca che si trasforma in storia e questa in epica, le azioni umane come dettato delle passioni che si agitano nel profondo, l’inesorabilità del fato che in veste di giustizia condanna le persone alla morte quotidiana del penitenziario. Il tutto rappresentato in una sintesi lucida e sentita, lineare e quasi distaccata, ma percorsa da un’adesione e condivisione straordinaria. “Cesare deve morire” ha svolgimento nel carcere romano di Rebibbia, sezione Alta Sicurezza, dove ogni anno il regista Fabio Cavalli realizza con quei detenuti che superano il provino uno spettacolo teatrale come un momento catartico e liberatorio unico per i detenuti. Questi spesso scontano il carcere a vita e hanno sulle spalle il peso di delitti di mafia, omicidi, spaccio di droga. E la cinepresa digitale dei Taviani riprende proprio il faticoso impegno del loro collega nei vari momenti della realizzazione, aggiungendo ad essa la propria impronta inconfondibile. Ad esempio la scelta di un bianco e nero di tipo neorealistico che marca tutto il film. Dello spettacolo shakespeariano si mostrano i due momenti di massima drammaticità: l’uccisione di Cesare e la fine di Bruto e Cassio a Filippi. L’attenzione è concentrata sulla figura di Antonio come ambiguo personaggio di raccordo tra i due momenti che si tingono di rosso, il colore della passione e del sangue. Finito lo spettacolo, tutti tornano nel silenzio delle loro celle. Ma sarà tutto come prima? La dinamica dei sentimenti forti e già noti ai reclusi, come odio, conflitto, tradimento, onore, colpa, viene allo scoperto durante l’allestimento della rappresentazione come riflesso di quanto sulla scena si verifica tra Cesare e i congiurati. Ed è con grande finezza che i Taviani fanno entrare e uscire da se stessi i personaggi e gli interpreti. La verità delle loro esistenze è sempre presente o latente ma mai enfatizzata, risolta in lampi di sguardi, momenti di tensione in salita, accenni pudichi ai ricordi personali, presenti solo in forme riservate e insieme intense, quali un manifesto raffigurante un tratto di mare o il gesto di un detenuto che con la mano accarezza una poltrona del teatro pensando che forse su di essa l’indomani siederà una donna.



olga, 66 anni, perugia (PG).





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