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Anna Karenina

Opinioni presenti: 6
Media Voto: Media Voto: 7.5 (7.5/10)

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Sorprendente

(8/10) Voto 8di 10

Era da tempo che non venivo incantato da un film. Mi aspettavo un polpettone sdolcinato e invece tratti di pura poesia. In evidenza la prima parte del film, i cambi di scena volanti danno l'idea dell'arte in divenire. La seconda parte purtroppo abbandona gradualmente l'idea dei cambi di scena. In tutti i casi sono stato piacevolmente sorpreso.



Francesco, 45 anni, Roma (RM).




così così

(5/10) Voto 5di 10

Non c'è che dire, l'impatto con la visione è notevole: la fotografia è eccezionale, l'idea di ambientare lo svolgimento all'interno di un teatro, con il sipario che si apre ad ogni cambio di scena è originale e azzeccata e si sposa anche con i tempi molto teatrali della narrazione. Qui però si fermano le note positive, proprio quei tempi teatrali danno infatti una lentezza pesante allo scorrimento, il film a tratti va, ma molto più spesso no, lo spettatore non si immedesima mai nella protagonista, non ne viene coinvolto e accoglie la sua morte senza sussulti. Si può guardare con interesse letterario, ma alla fine non lascia granchè.



Fabio, 38 anni, Trieste (TS).




Troppo moderno...

(7/10) Voto 7di 10

La storia è risaputa, i personaggi grandiosi, impeccabile l'interpretazione di Jude Law, intermittente la Knightley. Il film viene trattato come una pièce teatrale in cui le scene si susseguono con veloci cambi di scenografie in un'atmosfera dal sapore meccanico, nonostante la splendida colonna sonora. Un buon film nell'insieme, troppo freddo per toccare il cuore come ci si aspetterebbe da un capolavoro del romanticismo. La morte della protagonista viene sublimata al punto da apparire irreale e non riesce a commuovere. Consigliato ai palati fini, amanti del teatro, della fotografia e dei costumi. Sconsigliato a chi, come me, si aspettava una mise en scène struggente della Russia imperiale.



Myriam, 35 anni, Roma (RM).




scenografico

(8/10) Voto 8di 10

temevo che la ricercatezza scenografica di questo film mettesse a repentaglio il lato interiore e profondo di questo dramma femminile che Tolstoj seppe così potentemente descrivere. Forse in parte è così, ma devo ammettere che la originalità della scenografia, la sua estetizzante perfezione,declinata in una sorta di danza armoniosamente sottolineata dalle musiche, alla fine si fa apprezzare. Penso si sia cercata volutamente una chiave originale per distinguersi dalle molte, troppe, trasposizioni cinematografiche di questo memorabile romanzo. Come sempre un poco ci fa soffrire la discrasia tra i personaggi come ce li eravamo immaginati leggendo il libro e quelli portati sullo schermo. Anna la immaginavo più opulenta e intensa, Vronskj più tenebroso , ma devo dire che pian piano i due reggono degnamente la parte. Personalmente mi è piaciuto molto Levin. Insomma in definitiva un buon prodotto, coraggioso, per sfidare l'altezza di Tolstoj e distinguersi dalle troppe versioni cinematografiche precedenti.



Sandra, 49 anni, ascoli piceno (ap).




di tutto un po'

(7/10) Voto 7di 10

Partendo dall’idea di mischiare le arti, Joe Wright ha realizzato un’opera che potrà piacere più o meno, ma certo raffinata, sontuosa o accurata nelle scenografie e nei costumi, nuova per ritmo e modalità che rivitalizzano la tensione romantica della storia e le caratteristiche del contesto in cui si svolge. Durante il primo tempo l’attenzione è desta e si passa di meraviglia in meraviglia, poichè il barocco che connota molte scene, oltre che negli elementi ornamentali, è coerente alla scelta di mescolare teatro, maschera, cinema e danza. Ad esempio lo sguardo dello spettatore balla con la macchina da ripresa nella scena clou del valzer, nella quale tra i due protagonisti scocca la scintilla, mentre la lunghezza della sequenza (come non pensare al Gattopardo) sottolinea la centralità di quella coppia abbandonata al ritmo volteggiante, anticamera del turbine passionale. Ma non ci sono soltanto Anna e Vroskij a seguire i fili con cui regista e sceneggiatore, l’esperto Tom Stoppard, manovrano i personaggi; dietro le quinte, in alto, si muove il mondo dei poveri, servi dell’aristocrazia zarista; sono loro che fanno anche i servi di scena aprendo e chiudendo le porte o i sipari che introducono i diversi quadri. E facciamo la conoscenza anche con i contadini russi intenti alla mietitura, perché in alcune sequenze si passa dal palcoscenico alle inquadrature in plein aire con paesaggi da favola, collocati in Inghilterra. In altre sequenze ci si ritira nello spazio del teatro, dove i personaggi si ritrovano come spettatori, quando non sono attori sul proscenio (vedi scena all’Opera dove viene rappresentata con modalità da burattini la riprovazione del pubblico per i comportamenti di Anna). In questa continua contaminazione di stili e di arti, l’autore colloca poi i nuclei centrali della narrazione tolstoiana, non dimenticando altri comprimari di quella vita recitata che Tolstoj aveva inventato nel suo romanzo. Wright ci fa perciò conoscere costumi, mode, relazioni di classi dell’epoca, ma soprattutto le varie declinazioni dell’amore coniugale nella società borghese del 1800 russo. Vediamo così come lo vivono il marito di Anna tra convenzione e tormento vero, l’aristocratico di campagna che reputa come sacro solo il matrimonio monogamico e religioso, il gaudente di città il cui vincolo coniugale è solo malinconica routine legata all’esistenza di figli, ma appannatissima nel vissuto. Al di fuori di queste storie, corre verso l’autodistruzione la passione folle dei due protagonisti, con il sacrificio finale di Anna, incapace di vivere ciò che ha scelto poichè la espone al pettegolo rifiuto del suo mondo e alla perdita dei figli. Siamo all’ “amore e morte” classici, mentre il bel ritmo del film si perde in troppi particolari, con punte ripetitive, eccessi di patetismo maledetto o di pop-opera e un di più di artificio.



olga, 67 anni, perugia (pg).





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