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Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità

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Van Gogh, attraverso gli occhi dell'artista

(7/10) Voto 7di 10

Con il film Van Gogh, Schnabel non vuole mettere in scena una pellicola basata sulla biografia di un pittore, ormai molto divinizzato ed estremamente amato, ma desidera esaltare la grandezza della visione poetica che ciascun artista conserva dentro di sé. E Schnabel stesso, regista e pittore, lo può ben comprendere e trasmettere al suo pubblico. Van Gogh viene raccontato in uno dei suoi periodi più tormentati e bui, in un momento di ricerca estrema della luce. Ed è proprio negli attimi più oscuri che l'artista emerge. Quando Vincent arriva in Provenza trova l'inverno, un freddo intenso e un campo di girasoli appassiti. Ben presto, tuttavia, il tempo muta e l'artista scopre la natura e la luce: passeggia nei campi, si appisola all'aperto e dipinge. Dipinge veloce, in modo tormentato, lasciando strati di pittura scalfiti sulla tela. Dipinge la luce anche nella sua piccola stanza, che esplode di giallo e vivacità. La sua pittura deve essere stesa in maniera immediata, prima che il colpo di genio sparisca. Dai dialoghi con il prete, alla fine, ma prima ancora con Gauguin, amante del vermiglio, emerge il pensiero di Van Gogh, la sua visione della natura e la fedeltà ai maestri, come il povero Monet che per Gauguin è ormai superato ma non per Vincent, che liquida l'amico con un "a me piace Monet". Invece, il contrasto con il gruppo di bambini in gita o con gli abitanti paese di Arles segnalano le insicurezze del grande artista, il suo bisogno di essere accettato dalla società, la sua scarsa autostima e la necessità di avere vicini gli affetti, esplicitata dal rapporto morboso con il fratello Theo e con l'amico Paul, che ben presto fugge dal quel paese velenoso che è Arles. Nonostante le sue numerose incertezze e la sua povertà di talenti, Vincent Van Gogh ha un'unica certezza: è nato pittore e morirà tale. La sua arte è indubbia e l'artista ne è ben consapevole, eppure comprende di non essere apprezzato. Nella pellicola, tuttavia, si evidenzia l'idea che in futuro potrà essere capito ("forse Dio mi fa dipingere per quelli che nasceranno"). Questo sguardo di artista viene espresso dal regista attraverso vari espedienti: la telecamera spesso insegue il protagonista, non è ferma o fissa, oppure talvolta, verso la fine del film, nell'inquadratura pare quasi di ritrovarsi nell'occhio dell'artista, che sembra vedere solo per metà e per l'altra metà pare avere la vista offuscata da una lacrima. Benché questi accorgimenti possano apparire talvolta fastidiosi al pubblico, l'intento di Schnabel è chiaro: mostrare il mondo attraverso gli occhi di Van Gogh non soltanto a livello contenutistico, ma anche a livello fisico. E allora Schnabel, in questa sua creazione alternata da profondi silenzi, piacevoli sottofondi musicali e dialoghi che fanno pensare, forse ha commesso una pazzia. Ma si sa: se l'artista è folle colpisce, e Schnabel lo ha fatto, perché come dice il suo Van Gogh: "molti dicono che sono pazzo, ma la follia è una benedizione per l'artista".



Gloria Mora, 26 anni, Milano (Mi).




Van Gogh, attraverso gli occhi dell'artista

(7/10) Voto 7di 10

Con il film Van Gogh, Schnabel non vuole mettere in scena una pellicola basata sulla biografia di un pittore, ormai molto divinizzato ed estremamente amato, ma desidera esaltare la grandezza della visione poetica che ciascun artista conserva dentro di sé. E Schnabel stesso, regista e pittore, lo può ben comprendere e trasmettere al suo pubblico. Van Gogh viene raccontato in uno dei suoi periodi più tormentati e bui, in un momento di ricerca estrema della luce. Ed è proprio negli attimi più oscuri che l'artista emerge. Quando Vincent arriva in Provenza trova l'inverno, un freddo intenso e un campo di girasoli appassiti. Ben presto, tuttavia, il tempo muta e l'artista scopre la natura e la luce: passeggia nei campi, si appisola all'aperto e dipinge. Dipinge veloce, in modo tormentato, lasciando strati di pittura scalfiti sulla tela. Dipinge la luce anche nella sua piccola stanza, che esplode di giallo e vivacità. La sua pittura deve essere stesa in maniera immediata, prima che il colpo di genio sparisca. Dai dialoghi con il prete, alla fine, ma prima ancora con Gauguin, amante del vermiglio, emerge il pensiero di Van Gogh, la sua visione della natura e la fedeltà ai maestri, come il povero Monet che per Gauguin è ormai superato ma non per Vincent, che liquida l'amico con un "a me piace Monet". Invece, il contrasto con il gruppo di bambini in gita o con gli abitanti paese di Arles segnalano le insicurezze del grande artista, il suo bisogno di essere accettato dalla società, la sua scarsa autostima e la necessità di avere vicini gli affetti, esplicitata dal rapporto morboso con il fratello Theo e con l'amico Paul, che ben presto fugge da quel paese velenoso che è Arles. Nonostante le sue numerose incertezze e la sua povertà di talenti, Vincent Van Gogh ha un'unica certezza: è nato pittore e morirà tale. La sua arte è indubbia e l'artista ne è ben consapevole, eppure comprende di non essere apprezzato. Nella pellicola, tuttavia, si evidenzia l'idea che in futuro potrà essere capito ("forse Dio mi fa dipingere per quelli che nasceranno"). Questo sguardo di artista viene espresso dal regista attraverso vari espedienti: la telecamera spesso insegue il protagonista, non è ferma o fissa ma è traballante o, a volte, tramite l'inquadratura, pare quasi di ritrovarsi proprio nell'occhio dell'artista, il quale sembra vedere solo per metà e, per l'altra metà, pare avere la vista offuscata da una lacrima. Benché questi accorgimenti possano apparire talvolta fastidiosi al pubblico, l'intento di Schnabel è chiaro: mostrare il mondo attraverso gli occhi di Van Gogh non soltanto a livello contenutistico, ma anche a livello fisico. E allora Schnabel, in questa sua creazione alternata da profondi silenzi, piacevoli sottofondi musicali e dialoghi che fanno pensare, forse ha commesso una pazzia. Ma si sa: se l'artista è folle colpisce, e Schnabel lo ha fatto, perché come dice il suo Van Gogh: "molti dicono che sono pazzo, ma la follia è una benedizione per l'artista".



Gloria Mora, 26 anni, Milano (Mi).





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