Rabbit Hole
Superare il dolore otto mesi dopo la morte dell’unico, piccolo, figlio. E’ questo il fondamento alla base di "Rabbit Hole", premio Pulitzer (migliore opera teatrale) nel 2007 ora arrivato con una sua versione cinematografica. Può continuare un matrimonio in cui l’amore che un tempo legava è ormai sommerso dalle macerie di una tragedia così profonda ed imponente, una di quelle che oltre ad uccidere il presente, modificano per sempre anche le proprie personalità future?
Il regista John Cameron Michell, autore fino ad oggi dei trasgressivi ed interessanti "Hedwig" e "Shortbus", vira il proprio stile verso una storia intimista e delicata senza perdere quanto a qualità.
Riesce a dare respiro ad una storia pensata per il palcoscenico, sfruttando la potenzialità degli esterni (il verde del parco come nuovo stimolo per un riaffacciarsi alla vita, le strade del quartiere come ulteriori pareti di un ambiente da cui non si riesce ad uscire) e dirigendo alla grande i suoi attori. E’ vero che Nicole Kidman, qui finalmente alle prese con un ruolo drammatico, ha voluto fortemente la realizzazione di questo film tanto da esserne produttrice - tanto era sicura che avrebbe potuto valorizzare le sue doti di attrice dopo una serie di flop - ma i risultati gli danno ragione. Nonostante il suo volto non sia più quello di un tempo, continuamente mutato da botulini o lifting dai dubbi effetti benefici, la sua intensità interpretativa è rimasta inalterata. Sullo stesso livello si muove Aaron Eckhart, già alle prese con storie di lutti familiari, come avvenuto nel recentissimo "Qualcosa di speciale" (con Jennifer Aniston, si parlava di un marito dopo la morte della moglie): la sua prova è da incorniciare. Insomma, cast e regia sono più che validi e allo stesso tempo non si può parlare male di una sceneggiatura che non ricorre a soluzioni banali, che siano l’adulterio o il ricorso alla nascita di un altro bambino, per imprimere radicali svolte narrative e mettere di fronte i protagonisti davanti a nuove situazioni ed emozioni, ma al contrario scava all’interno dello stesso sentimento di spaesamento, rigetti e disperazione arrivando bene o male ad un punto diverso. Purtroppo però, tutto questo non basta fino in fondo. Per quanto non si tratti di un lavoro "ricattatorio" nei confronti del pubblico, ricercandone continuamente tristezza e lacrime, l’intera pellicola tenta poche volte di alleggerire la propria narrazione, inserendo addirittura un secondo lutto (il fratello eroinomane) che sottolinea la malcelata intenzione di infierire, almeno un poco, sui protagonisti (come al solito ricchi e senza alcuna preoccupazione che sia diversa dall’andare avanti psicologicamente). E’ difficile scrivere un film che tratti il dolore di un evento così reale (e proprio per questo più coinvolgente) senza apparire retorici. "Rabbit Hole" ci riesce, ma purtroppo lo fa con alcuni difetti che, a seconda dei punti di vista, possono anche apparire fondamentali per il giudizio complessivo. Data l’accuratezza tecnica e recitativa, vale comunque la pena guardarlo per farsene quantomeno una propria, e sempre legittima, opinione.

La frase:
- "Io non voglio traslocare"
- "Ed io non voglio un altro bambino".

Andrea D'Addio

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