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19 ottobre 2012 - Conferenza
"Argo"
Intervista al regista.
di Angela Cinicolo

Ben Affleck racconta Argo, nato dall'amore per il cinema e gli States
Dramma politico capace di trovare il giusto equilibrio con un umorismo intelligente e carico di una sorprendente tensione, “Argo” è l’ultima prova registica della star hollywoodiana Ben Affleck, volata a Roma per presentare il film alla stampa. Brillante come pochi attori sanno dimostrare nel corso di una conferenza, e di poche battute, simpatico e modesto, l’attore al suo terzo lungometraggio dietro la macchina da presa, dopo “Gone Baby Gone” e “The Town”, presentato a Venezia 67, ha spiegato cosa lo ha spinto a realizzare un progetto che rischiava di affondare nelle tinte del documentarismo, raccontando la vera storia di Tony Mendez, consulente della CIA che risolse negli anni ‘70 la crisi degli ostaggi americani a Teheran grazie a una missione audace quanto originale. Schivando i colpi pericolosamente taglienti della lenta narrazione politica e quelli addolciti e rammolliti del romance, Affleck, che si è detto umilmente grato ai suoi attori, in gran parte provenienti da serie cult come Breaking Bad, si è documentato profondamente per mettere in scena una storia delicata e poco conosciuta. La sceneggiatura del film, firmata da Chris Terrio, è infatti basata sul saggio “The Master of Disguise” dello stesso Mendez (a cui dà il volto) e a “The great escape”, un articolo di Joshuah Bearman pubblicato su Wired.  La pellicola, prodotta insieme all’amico e collega George Clooney, arriverà nelle sale italiane l'8 novembre, distribuita in 300 copie dalla Warner Bros.


Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia, l’amore per il suo Paese o quello per il cinema?
Ben Affleck: La genesi è partita dall’amore per il cinema: la sceneggiatura mi aveva commosso e sorpreso e volevo partecipare al progetto come artista. Tuttavia amo il mio Paese, riconosco che ci sono molte persone che fanno sacrifici per esso e volevo dargli voce. Jean Renoir è uno dei miei registi preferiti per l’umanità dei suoi personaggi, ma il mio amore per il cinema trascende e va oltre i confini nazionali.

Il suo film potrebbe essere interpretato come lo sforzo di riabilitare un presidente democratico come Carter, la cui voce originale compare sui titoli di coda. Era tra i suoi obiettivi?
Ben Affleck: Non sono un esperto politico, ma, sulla base delle ricerche fatte, la crisi degli ostaggi ha procurato seri problemi all’amministrazione Carter all’epoca. Reagan probabilmente ci sarebbe riuscito lo stesso a vincere le elezioni successive... Volevo mostrare diverse prospettive, che raccontassero una storia di 30 anni fa e ho inserito la voce di Carter per cementarla nella mente delle persone: ho utilizzato quella voce perché lo trovavo elegante e perché sottolineava la risoluzione dei problemi e la sua integrità. L’obiettivo del cinema non è salvare le persone, per me è una forma d’arte e le persone si esprimono appieno con questo mezzo, la grande arte trasforma e credo che l’obiettivo giusto fosse sollevare domande senza essere didattico

Ha mai pensato che in Argo si potessero riconoscere le più recenti rivoluzioni arabe?
Ben Affleck: Quando ho iniziato a pensare a questo film diversi anni fa immaginavo che ci sarebbero state delle connessioni con le “rivoluzioni” arabe  e islamiche. Mi sono commosso davanti all’attacco a Bengasi e alla tragedia de Il Cairo: quello che mi ha colpito sono state le persone che hanno perso la vita per dare qualcosa alla loro nazione. La Storia si è ripetuta ed è triste pensare che non ci siamo allontanati dalle vecchie situazioni.

La maggior parte delle scene è stata girata a Los Angeles, le sarebbe piaciuto utilizzare le location originali?
Ben Affleck: Siamo andati in Turchia, ci sarebbe piaciuto girare in Iran, ma non era pratico politicamente realizzare lì il film. So che è sbagliato girare un film su un Paese che non hai nemmeno visto. Ho fatto però tutte le ricerche possibili, ho incluso molti iraniani nella produzione e ho capito meglio questo luogo in questo modo. In Turchia non sono riuscito a trovare nessuno che parlasse il Farsi e che fosse disposto a partecipare al film perché tutti temevano che avrebbero esposto la propria famiglia a rappresaglie. Questo mi ha ricordato il tema delicato di Argo.

La suspense del film riporta ai classici del genere, come ha lavorato a quest’aspetto?
Ben Affleck: Credo che la tensione sia attribuibile agli attori, che permettono agli spettatori di empatizzarsi con loro. Ci sono film carichi di suspense come “Il braccio violento della legge”, per esempio, che mi ha ispirato molto per “The Town”: lì è Gene Hackman che ti collega a lui e ti fa vivere quella tensione. L’ambiente poi dev’essere credibile, ma devi costruire l’abc della suspense senza fare troppi calcoli: la cosa più intelligente per un regista è evitare di abbellire, a volte ho la sensazione che essere troppo coinvolti allontani il pubblico.

Del suo film colpisce una cura quasi maniacale dei dettagli nel ricreare le atmosfere degli anni Settanta. Anche dal punto di vista narrativo ha cercato di riprodurre la realtà raccontata o si è preso delle libertà?
Ben Affleck: Secondo me un regista che lavora a una storia vera ha due responsabilità: realizzare il miglior film possibile, che consenta empatia del pubblico con i personaggi, e attenersi alla verità della Storia. Nel tentativo di mantenere un equilibrio tra le due ho aggiunto qualcosa nel terzo atto perché il film non fosse piatto. Sicuramente ho commesso qualche pecca di omissione, ma era inevitabile perché il materiale avrebbe potuto essere adattato in una miniserie di dieci episodi.

I fan delle serie americane risconosceranno molti volti popolari nel suo film. Come mai la scelta di un cast così singolare da comprendere Brayn Cranston, John Goodman, Victor Garber, Scoot McNairy e tanti altri?
Ben Affleck: Molti attori vengono dalla tv perché la maggior parte dei drammi prodotti oggi a Los Angeles vengono realizzati per la tv, da Mad Men a The Killing fino a Breaking Bad. La mia però non è stata una scelta intenzionale: gli attori di talento vengono da lì ora! Inoltre mi sono basato anche sulle somiglianze fisiche, Goodman per esempio assomigliava incredibilmente al personaggio interpretato, il truccatore John Chambers.

Nel film più di un riferimento descrive Hollywood come un mondo di cialtroni. Lei condivide questa posizione?
Ben Affleck: Ammetterlo mi renderebbe difficile il ritorno a casa! Quei personaggi sono iperbolici, esagerano, ma c’è sempre un fondo di verità nell’umorismo. Hollywood è come Washington, spinge le cose in una direzione precisa, è il prodotto di una competizione ma è anche un luogo in cui si hanno amici che non ti mentono ogni giorno.

Come mai ha aspettato due anni per tornare nella cabina di regia?
Ben Affleck: Non è facile assumersi la responsabilità di questo ruolo, quando fai l’attore insegui le opportunità e sei come un uomo che muore di fame e cerca di mangiare quanto più possibile.

Cosa significa per un attore che è anche regista lasciarsi dirigere da un collega?
Ben Affleck: Lavoro con registi come Terrence Malick, che mi offrono opportunità che non avevo prima, sul set ora riesco a immaginare cosa vive il regista, con cosa sta lottando e come trova le soluzioni. E magari qualche volta gliele rubo. Con altri registi diventa invece frustrante essere diretto, ma non discuto più con loro, non mi metto contro di loro: se ho un’idea diversa, non conta quello che penso, devo seguire la direzione, non cercare di cambiarla.  

C’è un genere che predilige e nel quale pensa si metterà alla prova in futuro?
Ben Affleck: No, credo che sia interessante ma anche difficile sapere se un film funzionerà mentre lo realizzi. Non lavoro in base ai generi ma alle storie, che abbiano un riverbero dentro di me, e che vengano portati sullo schermo da attori di talento.

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