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05 Aprile 2011 - Conferenza
"C'è chi dice no"
Intervista al regista e al cast.
di Federica Di Bartolo

Dalla collaborazione fra le case di produzione Universal Pictures International e Cattleya nasce la pellicola "C'è chi dice no", una commedia di carattere sociale che vuole raccontare il malcostume italiano della "raccomandazione". Tre giovani, interpretati da Luca Argentero, Paola Cortellesi e Paolo Ruffini, decidono di lottare contro questo sistema corrotto che distrugge le loro speranze, i loro sogni e la loro vita. Alla presentazione del film erano presenti non solo i tre attori, ma anche lo straordinario Giorgio Albertazzi e il regista Giambattista Avellino insieme al produttore Marco Chimenz.

L'opera tratta un argomento originale e decisamente molto forte che appare continuamente sulla cronaca dei giornali.
Marco Chimenz: Il film è nato da una riflessione che ho fatto insieme allo sceneggiatore Fabio Bonifacci riflettendo su situazioni, vissute da amici e conoscenti, a volte inverosimili, sopratutto di un amico che mi ha spiegato come funzionano le cose all'Università per avere una cattedra e come i concorsi ad Edimburgo ad esempio siano molto più trasparenti e chiari di quelli italiani.

E' una commedia sociale che la avvicina ad altre commedie come "Diverso da chi" o "Si può fare" e tratta un argomento che appare sempre sulle pagine dei giornali. Come mai è stato scelto il genere della commedia per trattare un tema così serio, invece di un film di denuncia?
Giambattista Avellino: Ci sono tante commedie e la nostra si occupa di un tema sociale con ricadute esistenziali, senza però edulcorare o dare un'idea consolatoria. Ritengo che il grimaldello del sorriso sia uno strumento forte che fa più presa sul pubblico.
Luca Argentero: Io inserirei nella linea delle commedie sociali anche "Lezioni di cioccolato" perché si parla di immigrazione, ma soprattutto di morti bianche. Affrontare i temi spinosi utilizzando i toni della commedia significa avere dei toni più pungenti. Il mestiere dell'attore è fatto di "no", è un percorso naturale. Nel nostro mestiere un attore vorrebbe fare tanti ruoli ma poi si viene scartati. Io, se devo essere sincero, ho detto vari no, mi sono state fatte proposte di vario tipo, visto il mio passato non proprio accademico, ma dire qualche no mi ha aiutato a fare cose più interessanti. Questo film mi ha fatto riflettere su quanto ormai le raccomandazioni siano parte di noi, tutti i giorni a ognuno capita di pensare al modo più facile per risolvere ogni cosa, bisognerebbe riflettere su questo.
Paola Cortellesi: Concordo, di "no" ne ho ricevuti tantissimi, ma molti ne ho detti pure io, l'importante è non prenderli come delle sconfitte.
Paolo Ruffini: Ne ho avuti tanti anch'io, ma non mi domando mai se me li meritavo... piuttosto, mi chiedo spesso se merito i "sì". Dopo essersi fatti due risate, secondo me, si pensa meglio.
Giorgio Albertazzi: La commedia ha una grande tradizione di denuncia, basti pensare alla commedia romana. Vogliamo parlare poi dell'opera di Dante, che si chiamava semplicemente "Comedia" di Dante Alighieri, prima che qualcuno aggiungesse quel "Divina"? Io credo che questo sia un buon film, girato con leggerezza: il che non vuol dire superficialità, tutt'altro. E' una denuncia, non solo delle raccomandazioni e del nepotismo, ma anche di un altro male italiano, che è la burocrazia opprimente.

Albertazzi, il male delle raccomandazioni è peggiore ora, o lo era ai suoi tempi?
Giorgio Albertazzi: Io mi sono laureato nel '52, e quella era un'epoca terribile: si compravano e vendevano lauree. Ora tuttavia è anche peggio, perché al male delle raccomandazioni si è aggiunto quello della burocrazia: ora sono di più le persone che prendono le decisioni, ci sono delle vere e proprie caste.
Luca Argentero: Quello delle raccomandazioni è un tema che fa parte della nostra vita quotidiana, da sempre. Chi non ha mai pensato, in certe situazioni, di avere delle piccole agevolazioni da conoscenze che potevano aiutarlo? E' un pensiero, una mentalità talmente radicata che è diventata parte della nostra vita. La presa di coscienza dovrebbe partire proprio da questi casi, dalle piccole cose.

Come siete riusciti a mediare tra il lato più leggero e l'intrattenimento del film con quello legato alla realtà?
Giambattista Avellino: E' una commedia ma non è evasiva, c'è equilibrio tra commedia ed emozioni, volevamo far riflettere su un problema nazionale. Il finale non è consolatorio ma nemmeno pessimista, volevamo lasciare la speranza di una possibilità, quel piccolo seme che seminano i tre amici. C'è stato in effetti un equilibrio tra il registro più da commedia del film, e quello maggiormente legato all'emozione. Quest'ultimo poi è venuto fuori più prepotentemente, e inaspettatamente, in fase di montaggio.

Avete citato Monicelli. Non vi pare, però, che rispetto ai film di maestri come Mario Monicelli e Marco Risi manchi un po' di cattiveria? Il personaggio di Argentero, per esempio, ha la tentazione di farsi raccomandare, ma alla fine torna sulla retta via.
Giambattista Avellino: Dai tempi di Monicelli le cose sono molto cambiate intorno a noi: quella era l'Italia del dopoguerra e del periodo immediatamente successivo, era un paese che doveva ritrovarsi e ricostruirsi, e dentro di esso si aggiravano personaggi più o meno squallidi. Oggi c'è un maggiore bisogno di redenzione, di spinta verso la positività.

Come mai la scelta di ambientare il film a Firenze e non a Roma? Dato il tema, nell'immaginario comune, la Capitale sembra il luogo più adatto.
Giambattista Avellino: Innanzitutto il problema che trattiamo è un problema nazionale, quindi qualsiasi luogo sarebbe andato bene. Abbiamo scelto Firenze perché nelle grandi città si ha la sensazione che, una volta che una porta ti si chiude, te se ne aprano altre cento: si ha l'illusione di avere più possibilità. In una città più piccola, i personaggi si trovano invece in una situazione più compressa, più opprimente.

Negli ultimi tempi le sale cinematografiche italiane sono invase dalle commedie. Non pensate che ci sia il rischio di una saturazione, che il pubblico si stanchi?
Paola Cortellesi: Io eviterei il termine "invasa". Il registro della commedia è un veicolo importantissimo per parlare della nostra realtà, basti pensare ai film di un maestro come Mario Monicelli. I film vanno valutati per la loro qualità, le etichette lasciano il tempo che trovano.

La colonna sonora del film è particolarmente ricca ed eclettica. Come ci avete lavorato?
Pivio: Io e Aldo De Scalzi ne abbiamo discusso molto, insieme a Giambattista, e alla fine abbiamo deciso di evitare un impianto orchestrale per inserire soprattutto canzoni. Ci sembrava interessante affrontare musicalmente una commedia in modo diverso, con un'impostazione che ricordasse le commedie anglosassoni.

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