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Silenzio in sala…giochi: dai videogame allo schermo!

Silenzio in sala…giochi: dai videogame allo schermo!

Qualcuno li chiama movie-game, ma qualcun altro precisa che il termine giusto per definirli è cineVgame: sono i film tratti dai videogiochi, da quella forma d'intrattenimento che, circa trent'anni fa, ha cominciato progressivamente a sostituire nelle case dei comuni mortali bambole e macchinine tra le mani dei bambini (e non solo), sempre più propensi ad abbandonarsi dinanzi ad astratti scenari in cui far agire altrettanto astratti personaggi più o meno combattivi.
Gli ultimi esempi di cineVgame sono sicuramente gli sparatutto "Hitman-L'assassino" (2007) di Xavier Gens e "Max Payne" (2008) di John Moore, ma, al di là di contaminazioni su pellicola tra l'universo dei videogiochi e quello della celluloide che ci hanno regalato piccoli classici come "Tron" (1982) di Steven Lisberger e "War games-Giochi di guerra" (1983) di John Badham, quando è cominciata ufficialmente la migrazione dei personaggi virtuali verso il più concreto schermo cinematografico?

Anni Novanta: arrivano al cinema i videogiochi
Senza dubbio, il primo personaggio dei videogiochi a finire in un film è stato l'avventuroso idraulico baffuto Mario, protagonista di quel "Super Mario Bros" che tanto successo riscosse ai tempi della glorosa console NES (Nintendo Entertainment System) e dal quale, nel 1993, Annabel Jankel e Rocky Morton - in realtà affiancati da non accreditati Roland Joffé e Dean Semler - presero ispirazione per l'omonimo lungometraggio interpretato da Bob Hoskins insieme a John Leguizamo nei panni del fratello Luigi, entrambi alle prese con rettili parlanti e creature varie in una dimensione parallela governata dal perfido Koopa, con le fattezze di Dennis Hopper.
Il tutto, nello stesso anno in cui Wong Jing, a Hong Kong, trasferiva in maniera demenziale su pellicola le avventure degli eroi di "Street fighter", da noi rese cinematograficamente ancor più note, nel 1994, tramite "Street fighter-La sfida finale", primo lungometraggio diretto dallo sceneggiatore Steven E. de Souza (quello di "Commando" e "Die hard-Trappola di cristallo", per intenderci), in realtà assai lontano dall'originale picchiaduro in quanto prevalentemente incentrato sulla figura del muscoloso colonnello Jean-Claude Van Damme, alla guida di una task force contro il dittatore del sud-ovest asiatico Raul Julia.
E, mentre nel medesimo 1994 James Yukich sfornò il poco celebrato (giustamente) "Double dragon", con Mark Dacascos e Scott Wolf calati nelle mitiche "divise" blu e rosse dei due fratelli esperti d'arti marziali che, in possesso della metà di un magico medaglione in una futuristica Los Angeles post-Big One, tentano di recuperare la parte mancante finita nelle mani del cattivo Robert Patrick (per chi non lo ricorda, fu il liquido T-1000 di "Terminator 2-Il giorno del giudizio"), Paul W.S. Anderson si occupò l'anno successivo di "Mortal kombat", con grande sfoggio di effetti digitali e Christopher Lambert stregone buono a tenere sotto la propria ala tre lottatori contro i mostruosi guerrieri dell'oscuro universo di Outworld, intenti a dominare la Terra. Un discutibile prodotto destinato a generare nel 1997 il sequel "Mortal kombat-Distruzione totale" di John R. Leonetti, con James"I guerrieri della notte"Remar al posto di Lambert, e nel 1998 una serie televisiva i cui primi due episodi, dalle nostre parti, finirono anche in home video con il titolo "Mortal kombat-Il mito".
Ultimi tra i primi esempi di cineVgame, la cui più o meno dimenticabile ondata Anni Novanta venne chiusa a fine millennio dal pessimo "Wing commander-Attacco alla Terra", firmato dallo stesso Chris Roberts che fu anche il game designer della nota saga di giochi basata su un simulatore di volo futuristico.



Fantasia, avventura e survival horror
La vera moda dei film-videogioco, infatti, sembra essere esplosa soltanto dopo l'inizio del XXI secolo, in parte grazie alla Lara Croft interpretata da Angelina Jolie in "Lara Coft: Tomb raider" di Simon West e nel sequel "Lara Croft: Tomb raider-La culla della vita" di Jan de Bont, rispettivamente del 2001 e del 2003, in parte per merito di tecnologie sempre più avanzate che hanno consentito, tra l'altro, di trasformare la saga videoludica "Final fantasy" nell'omonimo film di Hironobu Sakaguchi e Moto Sakakibara, primo in computer graphic interpretato da attori digitalmente ricreati, cui ha fatto seguito nel 2005 "Final fantasy VII: Advent children" di Tetsuya Nomura e Takeshi Nozue.
E, al di là di "D.O.A.-Dead or alive", diretto nel 2006 da Corey Yuen e dominato da tre sexy combattenti donne alle prese con assurdi scontri nel corso di un torneo di lotta, il genere più gettonato è stato sicuramente il cosiddetto survival horror, i cui personaggi vengono immersi in situazioni tutt'altro che razionali, e che riconosce il suo capostipite su celluloide in "Resident evil", firmato nel 2002 dallo stesso Paul W.S. Anderson del già citato "Mortal kombat". In seguito allo zombie-movie interpretato da Milla Jovovich, infatti, oltre ai riusciti sequel "Resident evil: Apocalypse", del 2004, e "Resident evil: Extinction", del 2007, rispettivamente diretti dallo specialista in seconde unità Alexander Witt e dal veterano Russell Mulcahy, la maggior parte dei cineVgames partoriti ha trovato classificazione sotto il genere horror; a cominciare dall'ottimo "Doom" di Andrzej Bartkowiak che, datato 2005, prende le mosse dal più famoso FPS (First Person Shooter: gioco interamente effettuato in soggettiva), tirando in ballo, in un'epoca futuristica, un equipaggio super armato impegnato ad impedire che niente e nessuno esca vivo da una stazione di ricerca situata su Marte e messa in quarantena dopo che i dottori del posto hanno involontariamente scatenato un esercito di mostruose creature assassine.
Titolo che precede di un solo anno "Silent Hill" di Christophe Gans, ambientato nell'omonima città-covo di poco raccomandabili esseri, e "Sairen-Forbidden siren" di Yukihiko Tsutsumi, il cui scenario è invece un'isola che nasconde un terribile segreto.

SuperBoll!
Proprio come quella del trashissimo "House of the dead", del 2003, su cui un manipolo di studenti si trova a fronteggiare zombi cannibali, con tanto di grottesco inserimento di sequenze direttamente prese dal videogioco.
Del resto, a firmare il lungometraggio, che ha avuto due anni dopo anche il sequel televisivo "Cacciatori di zombi" di Michael Hurst, è il tedesco Uwe Boll, da molti considerato (ingiustamente, per la verità) il degno erede di Edward D. Wood Jr, nonché il peggior cineasta vivente, ma sicuramente il più prolifico regista di cineVgames.
Infatti, basta dare uno sguardo alla sua filmografia per rendersi conto del fatto che la maggior parte dei lavori presenti provengono da videogame, a partire da quell'"Alone in the dark" che, tratto nel 2005 dal vero capostipite del genere survival horror ed interpretato da Christian Slater e Tara Reid, porta in scena i temibili sleepers, nati dall'intento di fondere gli esseri umani con altre creature.
E, oltre ai due "Bloodrayne", con protagonista la dampyr Rayne, metà essere umano e metà vampira, la sola fetta 2005-2008 del suo curriculum include il demenziale "Postal", l'action-movie "Far cry" e "In the name of the king", in cui l'imponente Jason Statham veste i panni di un umile contadino che s'improvvisa cavaliere per ritrovare la moglie rapita dai mostruosi Krug.
Senza contare "Alone in the dark 2", del quale ha curato soltanto la produzione affidando la regia a Michael Roesch e Peter Scheerer, e i già annunciati "Sabotage 1943", "Bloodrayne 3" e "Zombie massacre".
Game over?

Francesco Lomuscio

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