20 Novembre 2007 - Conferenza stampa
"Civico 0"
Intervista al regista e al cast.
di Federico Raponi

Simbolicamente, la conferenza stampa di presentazione di 'Civico 0' si è svolta accanto ad un locale che ospita 200 senza fissa dimora. Presenti il regista Citto Maselli e gli attori Ornella Muti, Massimo Ranieri, Letizia Sendrick e l'amministratore delegato dell'Istituto Luce, Luciano Sovena.

Citto Maselli ha preso subito la parola per raccontare la sua idea rispetto al film.
Citto Maselli: lo abbiamo realizzato molto in collaborazione. Gioia Benelli e Susanna Capristo hanno fatto analisi, ricerche e centinaia di interviste. Volevo qualcosa di fortemente simbolico, ed è stato lo sforzo di fare un film, non un documentario televisivo. Quindi senza interviste, con una scenografia che è stata una parte molto delicata, una cura per la fotografia e una musica lirica, suggestiva, fuori da un'enfasi voluttuosa, ma tragica. Per raccontare attraverso il cinema, non con le voci. Siamo usciti fuori per suscitare quella indignazione etica che oggi manca, e per una non accettazione. Non accetto l'adeguamento all'esistente e il buonismo. Francesca (vero nome di Ornella Muti, ndr) ha parlato del film alla trasmissione televisiva 'Porta a Porta'. Bruno Vespa le diceva che in fondo la donna che interpretava non viveva una brutta condizione, e lei ha risposto: "non esiste un metro per misurare il dolore". Vespa si è ammutolito e io sono rimasto ammirato da quelle parole. Nel mio primo film, fatto nel '53 a 22 anni con Zavattini, l'episodio 'storia di Caterina', facemmo rivivere la vicenda alla vera protagonista e i giornali si scagliarono contro di noi. Noi rispondemmo violentemente e con disinvoltura, il nostro era un manifesto di Neorealismo. Oggi invece per il film abbiamo chiamato tre attori senza creare l'incontro con le persone reali, per evitare il rischio finzione e imitazione. Abbiamo mostrato loro le interviste, siamo andati nei luoghi per reintepretare quelle storie. Vi racconto un aneddoto: Ranieri ha girato la scena della vendita al mercato senza provare. Io ho pensato: "la solita presunzione degli attori". Poi è stato bravo e mi ha detto che aveva lavorato a 10 anni alla bancarella della madre.
Massimo Ranieri: andavo a scuola e facevo il fruttivendolo. Perciò - dice scherzando - per il film ho fatto risparmiare la produzione sulle controfigure. Ho rivissuto la doppia condizione del lavoro e della povertà. Sono stato povero e me lo ricordo sempre, ma ricordo soprattutto di quando i nostri connazionali partivano per l'America del Nord e del Sud, come i disadattati di oggi in cerca di un tetto, di caldo e della comprensione di un paese sviluppato quale è il nostro. Bisognerebbe avere maggiore tolleranza, e la cosa più importante sarebbe suscitare quell'indignazione di cui parlava Citto. Lo ringrazio, gli sono molto riconoscente. Ci eravamo promessi un piccolo "fidanzamento" un anno fa. Nel nostro ambiente di stronzate se ne dicono, ma questa è stata una delle rare volte in cui le cose succedono davvero. Dopo pochi mesi ci siamo rivisti e ho lasciato la mia tournèe per correre ai suoi ordini. Non ci conoscevamo, e stando insieme ho scoperto quello che avevo già intuito. Ossia che è una persona con una grande sensibilità, umanità e simpatia. Ti lascia lavorare liberamente e poi sa quando stopparti. A quest'età non mi interessa la bravura di un regista, ma le sue doti umane. Anche con Francesca non avevo mai lavorato insieme.
Ornella Muti: con Citto ho lavorato insieme molti anni fa in qualcosa ('codice privato', ndr) che per gli attori non è consueto. Ero incinta, con i pensieri rivolti a tutt'altro. Appena ho partorito lui era già là, e io ero spaventatissima. Poi ho capito che è uno straordinario maestro, un artista di cui non puoi che godere.

Nella prefazione del libro da cui i film è tratto, Veltroni scriveva - nel 2001 - che bisognerebbe accogliere persone senza documenti e senza residenza.
Citto Maselli: sono stato attento a non cadere in questa trappola polemica, ma ho cercato il meccanismo profondo della barbarie della globalizzazione planetaria, un discorso generale. La mia posizione la conoscono tutti. Mi identifico con quanto detto da Scola a 'l'Unità', sulle ruspe contro le baracche di Tor di Quinto a Roma che gli ricordavano i vagoni piombati nazisti. Il film con questo non c'entra niente, vuole essere una metafora sui processi mortuari, precristiani in atto in cui l'elemento economico è fondamentale e centrale. Stiamo simpaticamente tornando agli schiavi prima della rivoluzione di Cristo.

Come è nata l'idea della trasposizione, e cosa ne è stato dei personaggi, che ci hanno fatto palpitare?
Citto Maselli: è il miglior riconoscimento che pensavo di ricevere. Quindi sono riuscito nel mio intento, che era la cosa che mi premeva di più. Il libro mi ha più emozionato che ispirato. E' scritto da dio, Federico (Bonadonna, ndr) lo conosco da una vita, fin dai suoi primi documentari. E' un grande scrittore, di grande intelligenza, ha una carica artistica e umana straordinaria. Il film segue una logica più generale. Ricordo la frase finale di un articolo di Pintor sulle migrazioni che cresceranno sempre di più, "finché la terra tremerà di nuovo sotto i nostri ben calzati piedi". E' un'autocritica che ha fatto nascere il film, con una missione molto piccola per quanto possiamo riuscire, col nostro ruolo, a risvegliare le teste dall'assuefazione, che è la cosa più terrificante oggi. Le storie sono finite fortunatamente bene. Stella da pochi giorni ha una casa, Nina lavora in una gelateria e Giuliano vive dalla sorella.

Dopo una lunga carriera, oggi lavora a ruoli importanti e socialmente impegnati…
Ornella Muti: credo sia un dovere per tutti noi. I vissuti degli altri non li capisci mai fino in fondo. Io l'ho sentito quando sono entrata nella casa dove lavorava Nina, capendo che ti possono capitare cose al di là del bene e del male. Mi sono avvicinata al personaggio con molta umiltà e paura, per non fare un torto a lei. L'ho fatto senza idee, ma cercando di assorbire, sentire, capire, immaginare come reagire. Anche se nelle mani di Citto ti senti tranquilla.

Com'è stato il coinvolgimento dell'Istituto Luce, e in quante copie uscirà il film?
Luciano Sovena: per me era un film necessario, lo dovevamo fare. C'è chi pensa che il Luce dovrebbe essere solo archivio, ma nasce come cinema. C'è una politica oggi per cui i maestri non sono più considerati tali, mentre dall'estero, di Citto, continuano a chiedermi anche i cortometraggi. Và rivista anche la logica delle copie: se Boldi esce in 600 copie noi dobbiamo ridimensionarci e andare nelle sale radicate del Circuito Cinema che per fortuna abbiamo. Usciremo in massimo 10 copie, a Roma, Torino e poi Milano.
Citto Maselli: come ANAC ci siamo battuti per anni energicamente perché, con il mortale duopolio distributivo di Medusa e 01, il Luce dovrebbe diventare il terzo polo, dinamico e forte, indirizzato alla qualità e alle opere prime e seconde, rischiando anche di non incassare. Riportarlo solo ad un ruolo di archivio è profondamente sbagliato e negativo.
Luciano Sovena: seguiamo la linea di indirizzo del Ministero, cioè verso opere italiane ed europee, prime e seconde, e nuove tecnologie. Questo film ha una funzione pubblica, credo che senza di noi non ci sarebbe stato. Gli indipendenti non ci sono più, avremo sempre di più un'offerta estremamente massificata.

Con la nuova legge sul cinema si può pensare ad un sostegno al documentario?
Citto Maselli: nel '47 Andreotti fece due leggi straordinarie per il cinema ispirate da Nicola De Pirro, un uomo intelligente che nel Fascismo si distingueva, legato all'ambiente antifascista, anche se di salotto. De Pirro aveva avuto un'idea geniale grazie alla quale il cinema italiano era rinato. Era la legge del 3%, secondo la quale al cinema ogni proiezione abbinava un film ad un documentario di massimo 10 minuti, al produttore del quale andava il 3% dell'incasso. I documentari costavano poco, e un lavoro abbinato al film 'duello al sole' incassò miliardi. Questo fece fare le ossa ad almeno una decina di registi fondamentali. Ma dopo in molti si scatenarono, girando cose discutibili e provocando sperequazioni imbarazzanti. E poi il punto debole della legge era che gli esercenti non li proiettavano. Oggi probabilmente, senza un controllo, andrebbe allo stesso modo.

La scelta di Letizia Sendrick?
Citto Maselli: mi ha molto colpito. Il primo giorno dovevamo girare la scena dei piedi e avevo pensato ad una controfigura. Lei non ha accettato, ha mollato tutto, anche cose redditizie che stava facendo, ed è venuta. Mi ha commosso il fatto che i giovani abbiano questo spirito e una professionalità profonda. A quel punto la scena l'ho fatta diventare una sequenza.
Letizia Sendrick: sono lusingata e onorata di aver lavorato con Citto e due grandi attori. Mi stava particolarmente a cuore parlare di povertà e immigrazione, temi a cui tutti siamo tenuti a prestare attenzione. Il mio personaggio, Stella, dà voce agli invisibili che però ci sono e non riescono a integrarsi nonostante il lavoro e l'onestà.
Citto Maselli: per concludere, il nostro è un lavoro a lunga gittata, possiamo seminare e influire per un miliardesimo di millimetro per far crescere e suscitare reazioni umane. Pìetas e caritas le ritenevamo acquisite, ma con le ruspe non hanno niente a che vedere. E' una deriva.

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