02 Dicembre 2008 - Conferenza stampa
"Come Dio comanda"
Intervista al regista e al cast.
di Andrea D'Addio

A Roma, per presentare la nuova collaborazione tra Gabriele Salvatores e Niccolò Ammaniti, il film "Come Dio comanda", sono presenti il regista, l'autore del libro e coautore della sceneggiatura, e gli attori Filippo Timi, Elio Germano, Alvaro Caleca e Angelica Leo

La genesi di questo progetto
Gabriele Salvatores: In questi anni io e Niccolò ci siamo frequentati, posso dire che siamo diventati amici. Quando lui ha cominciato a pensare al romanzo di Come Dio comanda mi ha raccontato subito quest'idea di un padre cattivo che insegna al figlio a difendersi, che gli insegna l'odio con tanto amore. All'inizio il padre era ancora più cattivo. Ho letto poi il libro alla sua pubblicazione, mentre ero in viaggio per l'Australia dove stavo andando a presentare Quo Vadis, Baby?, sono cinquecento e passa pagine, e mi sono reso conto che si potevano fare diversi film da questo romanzo, per la ricchezza di personaggi e contenuti.
Niccolò Ammaniti: Effettivamente era una storia che si poteva raccontare in due modi: come in Io non ho paura e cioè con la voce narrante del bambino, o come un racconto corale. Ho preferito quest'ultima che mi fa sentire più dentro ai personaggi, maggiormente in grado di manovrarli. Tagliare buona parte di loro nel film è stato doloroso, ma necessario. Volevo che il film fosse una sorta di documentario, una specie di osservazione di questo rapporto che lega padre e figlio.

Salvatores, cosa ha trovato di interessante nel romanzo?
Gabriele Salvatores: Spesso i romanzi di Ammaniti vengono intesi come metafora dell'attualità, dell'Italia contemporanea. A me, delle sue storie, mi piace la dimensione archetipica, ancestrale, ciò che supera il momento contingente della contemporaneità per arrivare all'essenza stessa degli esseri umani. Si potrebbe dire che ricordano le tragedie di William Shakespeare. Ci sono tre personaggi: un re, padre-padrone; un figlio, principe adolescente; e un fool, un buffone, un matto, un bosco intricato dove si perdono e un finale dove ne escono trasformati, gli equivoci. Quelle di Niccolò sono storie dal sapore antico che toccano problemi delicati. Oggi l'80% dei crimini in Italia si consuma all'interno della famiglia. Bisognerebbe chiedersi perché l'amore diventi così spesso tragico. Qui ci sono tre personaggi che hanno preso una cattiva strada e volevo guardarli negli occhi.
Ci sono un paio di momenti in cui lei sembra omaggiare Gus Van Sant con lo skateboard, e Cronenberg con il televisore simil-Videodrome. E' così?
Gabriele Salvatores: Sono due registi che mi piacciono moltissimo. Senza dubbio Gus Van Sant è stato quasi obbligato, non si può non mettere un ragazzo incappucciato se si inquadra una scuola, sarebbe come fare un western senza gli indiani e le pistole. Sul televisore, l'idea è stata di Elio Germano, un'idea venuta lì per lì, poco prima del ciak e che la scenografa è stata bravissima a realizzare velocemente.

Casuale che il film sia girato in Friuli e che vi partecipino, come colonna sonora, I tre ragazzi morti e Elisa, ovvero altri friuliani?
Gabriele Salvatores: Quella canzone di Elisa stava già nel romanzo. Su I tre ragazzi morti invece il merito è stato della Friuli film commission che me li ha fatti conoscere e li ha convinti ad organizzare un concerto che io potessi filmare.

Abbiamo citato Shakespeare. Ma lui di donne ne metteva eccome nelle sue opere….
Niccolò Ammaniti: Nell'idea originale del libro, il ragazzo andava a vivere da una donna. Poi la storia, mentre la scrivevo, ha preso un'altra strada. Il rapporto che lega il padre al figlio è caratterizzato dalla paura della separazione, è quello degli ultimi che si difendono gli uni con gli altri. Sentivo che questo tipo d'amore doveva essere esclusivo e perciò ho preferito non far entrare nessuna donna in questo rapporto, per certi versi però si potrebbe dire che anche l'assenza è una presenza.

Sicuramente la cronaca nera di questi anni ha un peso nel racconto del film…
Gabriele Salvatores: Ho cercato di evitare di guardare a questi eventi come ad episodi di cronaca, ma ho voluto mettere i personaggi in una dimensione più ampia e antica, da favola nera, una sorta di cappuccetto rosso, che dopotutto c'è nel film, che incontra in un bosco un lupo cattivo, che in questo caso è un ragazzo pieno di problemi. Lo spettatore inizialmente può anche interpretare positivamente questo personaggio, quasi giustificarlo e cadere in errore visto poi quello che fa.
Niccolò Ammaniti: Mi fa sempre una certa impressione il fatto che normalmente tv e giornali chiamino una serie di esperti, quali sociologi, psicologi e criminologi, ad esaminare i più terribili fatti di cronaca, mentre per me solo la letteratura può invece raccontare tutto ciò che c'è prima, può mettersi nei panni di chi agisce in un certo modo e quindi provare a comprenderlo.

I personaggi sembrano solo reagire e mai agire, com'è stato interpretarli?
Filippo Timi: La possibilità di interpretare un personaggio borderline è sempre interessante per un attore, qualcuno che quando vive un'emozione la estremizza, la porta al limite. Per prepararmi al ruolo sono partito dall'immagine di mio nonno, che per me è sinonimo di purezza, che prendeva a calci mia nonna. Partendo da questa visione ho estremizzato sentimenti che anch'io provo. Io ho ancora speranza di poter vivere e sorridere, ma Rino, il personaggio che interpreto, è un animale ferito che sanguina. Dopotutto siamo tutti prima o poi animali feriti, ma se la ferita continua a perdere sangue alla fine muori. Nella vita di tutti i giorni non mi riesce di provare sentimenti così forti, e sul set è catartico amare per una volta fino in fondo. Dopo un'esperienza del genere tornare alla vita reale è un casino. Io avevo voglia di andare da mia madre e dirle 'Stronza, hai sbagliato tutto!', ma non è una cosa che si può fare.
Elio Germano: Sono d'accordo con quanto detto da Filippo. Sono personaggi sono di una bellezza incredibile, per me è il personaggio più bello che mi sia mai capitato di interpretare. Sono personaggi totali, da sempre sognavo di fare un personaggio così shakespeariano. Avere la possibilità di confrontarsi con attori che sono molto teatrali è veramente una grande possibilità, abbiamo costruito veramente i nostri personaggi al dettaglio, sono estremamente profondi. Ti andrebbe di reinterpretarli ancora, quasi come se fossi in una piece teatrale.
Alvaro Caleca: Sono diverso da Cristiano, il personaggio che interpreto nel film. Cristiano rappresenta quella parte di me che ho sempre represso e durante le riprese ho dato libero sfogo a quello che non sono nella realtà.

All'inizio del film c'è anche un discorso razzista che poi si perde. Nel libro era più forte?
Niccolò Ammaniti: Sì, è molto più forte rispetto al film. Uno degli aspetti che mi interessava affrontare era questa forma di razzismo che si è sviluppata negli ultimi dieci anni e che si è riversata nel fenomeno ultrà. Il razzismo nasce fondamentalmente dalla paura di perdere qualcosa con l'arrivo di qualcun'altro. Il padre si sente dimenticato dallo Stato e vede arrivare lo straniero che si prende quello che dovrebbe essere suo. Insegna perciò cose sbagliate al figlio che poi scrive temi senza senso. Il razzismo nasce dall'insicurezza e dalle paure, piuttosto che dalla voglia di attaccare il diverso.
Gabriele Salvatores: Fa strano pensare che se da una parte questi personaggi si difendono da un mondo che gli fa paura e che sentono estraneo noi che siamo il mondo dall'altra parte abbiamo paura di loro. C'è qualcosa che non va quindi, forse bisognerebbe guardarci negli occhi per capire.

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