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Sole a catinelle

"Everest"

Intervista al regista e al cast.


di Thomas Cardinali02 settembre 2015



La conferenza di "Everest", film d'apertura della 72esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è probabilmente il primo grande evento mediatico al Lido per l'edizione 2015. Il red carpet ospiterà il divo Jake Gyllenhaal, ma anche attori come Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Emily Watson e il regista Baltasar Kormákur. La laguna attendeva con ansia anche l'arrivo dell'altra protagonista femminile, ma di Keira Knightley non c'è stata traccia nella conferenza stampa del film. Gli attori si sono intrattenuti rispondendo a tutte le domande dei giornalisti, che hanno fatto particolare leva sul significato metaforico della montagna e delle difficoltà di girare in difficili condizioni climatiche. Particolarmente applaudita è stata la presenza della moglie e della figlia di Rob Hall, Jane e Sarah Hall, più di altri sopravvissuti a quell'immane tragedia. Venezia omaggia quindi i caduti della tragica spedizione del 1996 sul monte Everest, leggi la conferenza stampa integrale con le dichiarazioni del regista e del cast artistico.


Jason Clarke nel momento corale del film quando decide di accompagnare Doug Hanson si potrebbe dire che è per un motivo commerciale di non vedere un cliente fallire per due anni di seguito oppure è la passione e la generosità di Rob Hall?
Jason Clarke: Ci sono diversissimi motivi. Ci sono molti significati in più, sia per Rob che per Doug. Ci sono dei momenti che nessuno ha mai visto. Quando ho girato con John abbiamo girato in modo intenso e forte. Abbiamo semplicemente sperato che venisse bene. Rob deve aver creduto di poter arrivare in cima con sicurezza insieme a Doug. Aveva questo senso di intelligenza e condivisione ed era la sua forza. Abbiamo cercato di capire perché un possibile errore potesse essere comunque accettato dalla volontà di portare Doug a realizzare il suo sogno

Come avete deciso dove mettere maggiore l'attenzione? Ci sono diversi resoconti e diversi libri che parlano di questa storia. La signora Watson come si è interessata a questo personaggio non di primo piano?
Baltasar Kormákur: L'attenzione è stata incentrata sulla storia del gruppo. I libri vengono scritti in modo personale e individuale, mentre noi abbiamo cercato di sapere il più possibile di tutti i personaggi. Quello che ci preoccupava era ricreare il rapporto tra la guida e il cliente e questo è avvenuto con Rob e Beck. Nel film vengono mostrati tutti i vari aspetti della scalata di una montagna. Non ci sono personaggi migliori e avere un cast così straordinario è stata una fortuna. Emily ha una parte importante e ci mostra ciò che accade in un campo base
Emily Watson: Mi sono interessato a questo personaggio perché proveniva da un posto diverso, lei aveva il ruolo di testimone. Assisteva a ciò che stava per accadere e credo che per me sia stato straordinario essere per un po' in questo film

Potrebbe dirci che qualità islandesi ha portato all'interno del film? Come ha lavorato e quali location erano reali e quali ricostruite? Ci sono state situazioni di pericolo durante le riprese?
Baltasar Kormákur: Sicuramente ho portato con me il tempo islandese, mi sono preparato per questo film negli anni da bambino affrontando le intemperie. Quando andavo a scuola e c'era una tempesta di neve venivo soffiato via dalla strada e ho riproposto la stessa situazione a 29 mila piedi di altezza. Abbiamo iniziato a girare il film in Nepal nei veri luoghi della storia e da li abbiamo camminato fino a raggiungere il campo base. Avevamo soltanto yak e elicotteri e abbiamo girato al campo base e al memoriale. La gente ha cominciato a stare male e abbiamo dovuto evacuare tutti perché si era fatto pericoloso e abbiamo terminato sulle Dolomiti al confine tra Austria e Italia. Alcune scene invece sono state girate in studio, ma abbiamo preso filmati dei luoghi reali. Non abbiamo mai cercato di mettere in pericolo nessuno, li ho fatti soffrire ma non ho mi rischiato di poterli ferire

Si può fare tanto con la computer grafica, perché ha cercato di farlo nel modo più difficile possibile?
Baltasar Kormákur: Più si trae dalla realtà più si da il senso della realtà, così da avere qualcosa da cui giudicarne il senso. Volevo dei personaggi più intimi, una storia intima e epica come i Blockbuster. Non volevo questa esplosività scenica degli attori tipica del cinema americano. Sarebbe stato impossibile raccontare questa storia vera senza essere li. Ci siamo adattati a meno 60 gradi di temperatura ed è stata dura

Qual è la motivazione per cui non scalare l'Everest? Quale significato oltre l'Everest per l'umanità in questo film che apre la mostra?
Baltasar Kormákur: Non sono mai stato un amante della montagna, ma quella che è importante è la passione per il lavoro e capire come relazionarsi con la natura. Qualsiasi ambizione può essere rapportata alla metafora della montagna

Qual è il vostro rapporto con la montagna dopo aver girato questo film?
Josh Brolin: Quando si va a fare un film non c'è mai un confronto con la natura vero e proprio, noi però l'abbiamo simulata. Se facciamo un film con l'aereo che cade non cade veramente, qui siamo andati al campo base. Abbiamo creato una guerra dentro ognuno di noi, abbiamo abitato anche in un villaggio. Abbiamo vissuto il dramma dei nostri personaggi, si trattava di un'esperienza isolata e grandi personalità si scontravano come nel film. Quando andiamo a Londra alla fine qualcosa si era rotto ed era un parallelo del film. Non eravamo più in montagna da soli e quello ci è mancato. Volevamo tornare a casa e il film diventa molto bello. Abbiamo creato una manipolazione che aiuta a vedere le reazioni delle persone
Jason Clarke: Era bellissimo lavorare con una persona che è stata per 17 volte sulla vetta, è stata un'opportunità che si ha una volta nella vita. Fare questa cosa insieme e capire cosa fosse, andare in Nuova Zelanda anche è stato fantastico. Toccare questa gente e capire la loro passione per questi posti è straordinario. Tutti dovrebbero vedere l'Everest almeno una volta
Jake Gyllenhaal: Abbiamo una grande responsabilità quando interpretiamo fatti realmente accaduti. I figli di Scott erano preoccupati del ritratto che avrei dato del padre ed è stato molto bello sedere con loro e sentire lui attraverso i suoi figli. Mi sono assunto questa responsabilità per cercare un'energia e metterla nel personaggio. Era l'essenza ad essere importante, l'essenza dei personaggi che abbiamo aggiunto noi
John Hawkes: È una cosa difficile fa ritornare una storia che delle persone non hanno piacere di risentire. Era importante il nostro ruolo perché non sapevamo cosa pensassero effettivamente le persone, tutto ciò che potevamo era fare del nostro meglio
Josh Brolin: La responsabilità è molto grande, non sono più con noi ma alcuni si. Quando si fa un lavoro del genere bisogna mettere da parte la responsabilità e sperare che quando vedranno il film andrà bene. Sembra che noi abbiamo rispetto l'essenza di tutti, questo è molto importante ed è un'esperienza speciale
Emily Watson: Hellen è qui e noi abbiamo parlato molto durante il film. Aveva registrazioni, rapporti di ciò che succedeva ed è una risorsa incredibile. Ho cercato di vivere questa parte e non fare fiasco
Baltasar Kormákur: Bisogna mantenere un equilibrio quando si parla della vita di qualcun altro, ma nello stesso momento bisogna raccontare una storia. Indicare errori, cose che succedevano in montagna rende i personaggi umani. Non possiamo sanitizzarli troppo, loro si sono fidati di noi

Era più interessato a raccontare la storia oppure a realizzare l'esperienza in 3D per lo spettatore? Emily, i ruoli femminili di questo film sono telefonici e sono solo supporto emotivo?
Baltasar Kormákur: Una parte della storia è stato raccontare il potere della montagna sullo sfondo e un'altra utilizzare gli effetti speciali. Spiegare la montagna fa parte del raccontare la storia
Emily Watson: Mi piace recitare un ruolo di persone vere, non quelli inventati da produttori o scrittori. Tutto quello che dico è quasi tutto tratto dai dialoghi reali, non è stato inventato e amo fare questo tipo di lavori. Non posso parlare per tutte le donne, ma ritengo sia stata una fortuna aver avuto esperienze così interessanti sulla mia strada. Una delle eroine è la scalatrice giapponese, la prima donna ad aver scalato tutte e sette le cime. Abbiamo qui la scalatrice Jane e non credo sia un mondo dominato dalla figura maschile, ci sono donne che sono arrivate in cima all'Everest, sono di più gli uomini ma non vuol dire che siano migliori
Baltasar Kormákur: Le donne al campo base hanno un ruolo fondamentale, la scalata non richiede mascolinità. Come ha detto Emily una delle donne dei partecipanti alla scalata non era con loro solo perché incinta

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