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Hitchcock: The Masterpiece Collection

Hitchcock: The Masterpiece Collection

In Blu-ray l’eredità del Maestro del Brivido


di Redazione FilmUP.com07 novembre 201216:01




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Considerato da molti il più grande regista della storia del cinema ed indiscusso Maestro del Brivido, Alfred Hitchcock riassunse così il suo atteggiamento verso il pubblico: “Dategli il piacere – lo stesso piacere che provano quando si svegliano da un incubo.” La sua missione? “Semplicemente spaventarli a morte.” Ed il suo motto? “Far soffrire sempre il pubblico il più possibile.” Se volete rivivere il piacere di svegliarvi da un incubo, non potete perdere Alfred Hitchcock: The Masterpiece Collection, l’esclusivo boxset disponibile dal 7 novembre: 14 film in Blu-ray (di cui 13 mai editati in Blu-ray), inclusa la versione restaurata de Gli Uccelli ed oltre 15 ore di contenuti speciali (tra cui un inedito documentario proprio su Gli Uccelli).
Se Hitchcock ha segnato in modo indelebile il concetto di suspense al cinema, un motivo c’è, anzi più d’uno.
Il regista ha sicuramente tenuto fede al suo proposito primario, ovvero quello di spaventare a morte il suo pubblico. Nel suo periodo d’oro, tra gli anni ‘50 e ’60, Hitchcock divenne il più famoso regista di Hollywood regalandoci film come La finestra sul cortile, La donna che visse due volte, Psycho e Gli Uccelli (tutti film contenuti in questa Masterpiece Collection), ognuno dei quali è un capolavoro di thriller, brivido ed insostenibile suspense. Questo signore paffuto dal profilo inconfondibile, con un sottile senso dello humour ed un insaziabile appetito per omicidi e vicende macabre, dichiarò “Mi piace giocare con il pubblico come se stessi suonando il piano” ed è stato, più di ogni altro regista, la mente di indimenticabili sequenze che hanno tenuto il pubblico con il fiato sospeso.
La definizione di Maestro del Brivido (che può essere stata ideate da un critico o da Hitchcock stesso, nessuno lo sa di sicuro) era perfetta per qualcuno che si cimentava allegramente nell’arte del prendere in giro i suoi spettatori. “Non c’è spavento nello sparo, solo nell’anticipazione di esso”, disse l’uomo che spese più di 45 minuti per allestire la scena della doccia per Psycho. I fan sapevano già dal trailer, in cui Alfred Hitchcock presentava un tour del Bates Motel e lasciava intendere che qualcosa di terribile sarebbe accaduto, che nel film avrebbero assistito a qualcosa di scioccante ma non avevano idea di quando, né che sarebbe capitato proprio alla protagonista Janet Leigh. Semplicemente a nessuno sarebbe mai venuto in mente di far uccidere la star del film, ma nessuno poteva mai immaginare in anticipo cosa riservasse il genio di Hitchcock.
Figlio di un droghiere, nato a Londra nel 1899, da adolescente si diletta scrivendo brevi racconti ed entra nel mondo del cinema come designer di titoli di testa per il cinema muto. Debuttò come regista negli anni ’20 e diresse una serie di film muti. Quando alla fine del decennio arriva il sonoro, Hitchcock adottò la nuova tecnologia ma sostenne sempre: “Le pellicole mute erano la forma più pura del cinema. Se un film è veramente buono, il suono potrebbe interrompersi ed il pubblico avrebbe comunque chiaro cosa sta succedendo.”




Hitchcock curò meticolosamente gli storyboard dei suoi film prima che iniziasse la produzione delle pellicole e la parte visiva era per lui fondamentale. Basti pensare alla sequenza dell’inseguimento sul monte Rushmore in Intrigo Internazionale (1959); a Grace Kelly che fissava l’appartamento mentre James Stewart la guarda dall’altra parte del cortile, incapace di avvertirla del fatto che l’assassino si sta avvicinando (La finestra sul cortile, 1954); alle scene degli assalti ne Gli Uccelli (1963) in cui non c’è nemmeno musica, solo effetti sonori; al climax in Sabotatori (1942) quando Norman Lloyd cade dalla Statua della Libertà, l’eroico Robert Cummings lo afferra per il braccio e poi la manica di Lloyd inizia a srotolarsi; alla scena in Frenzy (1972) in cui il killer si avvicina ad Anna Massey e, invece di indugiare sul raccapricciante assassino, l’occhio della camera fugge via, si muove giù per le scale fino a fuori sulla strada. L’elenco potrebbe continuare all’infinito ed includere praticamente ogni sequenza de La donna che visse due volte (1958) (il suo film meglio riuscito da un punto di vista visivo, che fu un flop quando uscì nelle sale ma divenne poi un cult) e Psycho (1960), pieno di immagini inquietanti dai titoli di testa fino alla scena finale dello scheletro sovrimpresso sul viso di Anthony Perkins.

Prima ancora di Martin Scorsese, Steven Spielberg e Quentin Tarantino – i quali hanno riconosciuto l’influenza del Maestro sulla loro opera – Hitchcock è stato un regista superstar. Costruì attentamente la sua carriera iniziando con una prima esperienza in Germania, continuando con piccole e poi sfarzose produzioni in patria, conquistando i critici americani per la sua abilità nel raccontare storie di suspense e quindi riuscendo a costruirsi una reputazione che gli permise di emigrare negli Stati Uniti. La sua carriera ad Hollywood prese il via con un capolavoro dopo l’altro e ben presto ottenne una nomination all’Oscar come miglior regista (verrà poi nominato cinque volte in tutto e sorprendentemente perse sempre, assicurandosi finalmente un Premio Oscar alla carriera nel 1968). Gli anni ’40 furono segnati da produzioni acclamate come Sabotatori, L’ombra del dubbio e Nodo alla gola e negli anni ’50 raggiunse il top, dirigendo un successo dopo l’altro anche con l’aiuto della sua amata moglie Alma – che lavorò inizialmente come co-sceneggiatrice ufficiale e poi, quando diventò mamma e nonna, rivestì lo stesso ruolo non ufficialmente. I segni distintivi di Hitchcock sono i movimenti elaborati della cinepresa (che ruota vorticosamente attorno a James Stewart e Kim Novak mentre si baciano ne La donna che visse due volte), riprese innovative (nello stesso film, la cinepresa fa una carrellata sulla scala zoomando indietro allo stesso tempo e creando così un effetto di stordimento che Spielberg riprese ne Lo Squalo (1975) molti anni dopo), algide bionde, eroi garbati e scenari in cui questi stessi eroi si trovano loro malgrado ed innocentemente coinvolti in situazioni pericolose. E poi dobbiamo ricordare il MacGuffin, una trovata come il riferimento ai segreti del governo in Intrigo Internazionale o ai diamanti in Complotto di Famiglia (1976) che portano avanti la storia ma la cui importanza non è mai pienamente svelata. Hitchcock stesso ammise che l’origine del termine MacGuffin era vaga e probabilmente venne fuori dalla storia di due scozzesi su un treno che discutevano su un passeggero misterioso; quando uno dei due chiede cosa c’è nel bagaglio, l’altro risponde che si tratta di un attrezzo per catturare leoni chiamato MacGuffin.




Mentre la sua levatura come regista (e la sua stazza) aumentano, così fa il suo talento di auto-promozione. Appare nei trailer e nelle campagne promozionali dei propri film, descrivendo Psycho “così spaventoso che alcune persone rimarranno senza parole” e ravvivando l’interesse nel film rifiutando di far entrare persone nelle sale cinematografiche a proiezione iniziata.
La serie televisiva Alfred Hitchcock Presenta (andata in onda per dieci anni dal 1955) fu fondamentale nell’accrescere il suo profilo – anche letteralmente, dato che i titoli di testa mostravano una bozza (fatta da Hitch stesso) del suo viso tondo e mento prominente – ma Hitchcock compariva nei suoi film già dagli anni ’20. Lo vediamo mentre dà un’occhiata nell’ufficio di Janet Leigh in Psycho, quando perde un autobus in Intrigo Internazionale, mentre tiene in braccio un neonato nella reception di un hotel ne Il sipario strappato (1966) e mentre viene spinto su una carrozzella in aeroporto in Topaz (1969).
Il regista ebbe il merito di non prendersi mai troppo sul serio. Aveva un grande senso dell’umorismo, anche se un po’ contorto come nei suoi film; una volta disse “Ho un rimedio eccellente per il mal di gola: tagliarla” e disse che la televisione aveva “riportato l’omicidio nelle case, dove deve stare”. Ed i suoi scherzi (su cui si può scrivere un libro intero: dall’ammanettare un membro della troupe ad una cinepresa dopo avergli versato lassativo nel caffè, all’organizzare una cena in cui tutto il cibo era stato dipinto di blu) contribuirono a creare la leggenda attorno al regista.
Poco prima del suo 80o compleanno divenne Sir Alfred Hitchcock e scherzò sul fatto che fu nominato Cavaliere perché sarebbe morto presto. Quattro mesi dopo, il 29 aprile 1980, morì per un collasso renale; lasciò un’eredità (circa 60 film, diversi capolavori e l’inconfondibile stile Hitchcockiano) che nessun altro regista poteva sperare di eguagliare. Come disse Brian De Palma, che omaggiò il Maestro del Brivido in film come Obsession – Complesso di colpa (1979) e Vestito per uccidere (1980): “Ha sempre usato gli elementi cinematografici nella loro forma più pura e lo ha sempre fatto meglio di chiunque altro”. Amante della buona cucina, il regista stesso ha brillantemente sintetizzato la sua opera dichiarando: “Alcuni film sono “fette di vita”, i miei invece sono fette di torta”. Ed hanno ancora un ottimo sapore.

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