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23 Giugno 2010 - Intervista
"Urlo"
Intervista al regista.
di Nicola Di Francesco

L'americano Jeffrey Friedman, classe 1951, è il co-regista di Urlo, pellicola dedicata all'omonimo poema "beat" di Allen Ginsberg da cui scaturiscono riflessioni riguardo i limiti della libertà di espressione e il ruolo sociale dell'artista.
Con Rob Epstein, forma una coppia quasi leggendaria nell'ambito della realizzazione di documentari: registi, sceneggiatori e produttori molto stimati in patria, vantano due Oscar, molteplici Emmy Awards, tre Peabody Awards e una Guggenheim Fellowship. Tra i loro lavori più riusciti ricordiamo: Lo schermo velato (storia dei personaggi gay che hanno animato lo scenario hollywoodiano), Paragraph 175 (sulla persecuzione nazista nei confronti degli omosessuali), Common Threads (che racconta i primi dieci anni dall'avvento dell'AIDS e della relativa risposta del governo).
In occasione dell'anteprima italiana di Howl al Teatro Strehler di Milano, lo abbiamo incontrato scoprendo una persona molto disponibile, sobria e sensibile; ne è nata una piacevole chiacchierata durante la quale abbiamo cercato di conoscere il suo punto di vista riguardo argomenti professionali, sociali e qualche interessante curiosità.


La tematica omosessuale, affrontata dal punto di vista sociologico, è assoluta protagonista dei suoi precedenti lavori; qual è la ragione più profonda di questa precisa direzione artistica?
Jeffrey Friedman: Non so indicare esattamente una ragione; in effetti gran parte dei temi che io e Rob scegliamo per i nostri film, che parlano comunque di tematiche universali, hanno una connotazione omosessuale. Non so bene il motivo, forse dipende dal fatto che siamo a San Francisco, in un contesto che certamente favorisce una riflessione su questi argomenti.

A proposito di omosessualità; l'omofobia oggi rappresenta un problema sociale importante che innesca - come purtroppo abbiamo avuto modo di constatare ultimamente in Italia - con una certa frequenza scellerati episodi di violenza. Come pensa si possa combattere la questione? Ritiene che la "potenza espressiva" del cinema possa essere uno strumento efficace in questo senso?
Jeffrey Friedman: Io spero che il cinema possa contribuire a questa lotta, ma tuttavia non mi illudo che possa cambiare il mondo. Di fatto la maggior parte degli atteggiamenti che abbiamo sono una conseguenza del contatto umano con le persone mentre l'omosessualità è stata repressa così a lungo nel tempo, costretta quindi a nascondersi e far sì che il maggior numero di omosessuali celassero la loro identità che è diventata qualcosa che è stata percepita come una minaccia, che incute paura proprio perché non viene palesata al mondo esterno. Poi, con il passare degli anni, molti omosessuali hanno fatto outing dunque smesso di nascondersi e la gente ha cominciato a familiarizzare con loro; proprio in questo modo la situazione può migliorare, perché si conosce di più la tematica e si crea una conoscenza che favorisce la relazione. La potenza del cinema consiste nel simulare questo contatto umano; non mostrando i gay necessariamente come degli eroi o come delle vittime, ma semplicemente come persone normali che vivono una vita serena nella società, e in questo senso il cinema può contribuire a scacciare la paura e favorire l'integrazione.

Con "Howl", lei e Rob Epstein avete deciso di esplorare la San Francisco degli anni 50 e lo sviluppo della così detta Beat Generation: che significato e importanza culturale ha per lei questo movimento artistico?
Jeffrey Friedman: San Francisco per qualche strana ragione è il luogo che sembra accogliere tutte le persone che non si sentono a proprio agio, e come tale ha alimentato tantissimi movimenti della contro-cultura americana, di cui i Beats (slang di Beat Generation, ndr) sono stati uno dei tanti; penso ad esempio al Free Speech Movement di Berkeley (Movimento per la Libertà di Parola), al movimento Hippie e al movimento Gay, infatti non a caso San Francisco è la città dove si sono formate le prime comunità omosessuali. La storia di Howl è stata da noi scelta perché abbiamo ritenuto potesse interessare ai giovani, proprio per questo aspetto: ovvero, tante delle idee che abbiamo assimilato e diamo per scontati, che sono appunto il femminismo, la liberalizzazione degli omosessuali e i diritti civili contro le minoranze etniche sono tutti concetti che sostanzialmente derivano da un movimento nato a metà degli anni 50 per volontà di un gruppo di poeti dissidenti; tu parlavi un attimo fa della forza del cinema, pensa quanto sia ancora più incredibile il fatto che siano stati dei poeti a generare un cambiamento così straordinario.

Che opinione ha in merito all'industria cinematografica americana? Quali sono a suo avviso le principali differenze - in positivo e negativo - rispetto, ad esempio, alla scena europea e asiatica?
Jeffrey Friedman: È sempre esistita una Hollywood mainstream da cui deriva la cultura cinematografica dominante statunitense e in base alla prevalenza di Hollywood c'è uno spazio più o meno grande che viene lasciato alle voci indipendenti, che sono quelle che interessano a me. Sono molti i film americani che mi interessano, ma seguo anche quelli realizzati nel resto del mondo e trovo un elemento di connessione tra le varie scene; spesso si parla di new-wave ed è come se questa "nuova ondata" fosse in atto in posti diversi e continuasse a propagarsi in tutti i peasi del mondo simultaneamente. Per esempio, negli Stati Uniti c'è stato un importante periodo di novità negli anni 70 con un nuovo picco di creatività negli anni 90 che probabilmente hanno favorito l'affermarsi di scene come quelle di Taiwan o Messico. Credo che abbia a che vedere con la realtà politica di una determinata cultura in un determinato periodo storico; e naturalmente poi dipende anche dalla dimensione economica di questa cultura, perché fare film è un'attività che ha un costo elevato, quindi è certamente apprezzabile che ciò nonostante continuino a esistere cineasti indipendenti che hanno la possibilità di distribuire le loro pellicole e produrre anche un profitto da questi lavori.

Per terminare, facciamo una specie di gioco; potrebbe citarmi (senza necessariamente motivarne le scelte): tre pellicole imperdibili per chi intende approfondire il tema dell'omosessualità, tre film tra i suoi preferiti in assoluto, i tre libri della sua vita?
Jeffrey Friedman: Film con tematiche omosessuali - [dopo diversi secondi di silenzio…] Ehm, ci sto pensando, non sono preparato! [gli suggerisco alcuni film che trovo rappresentativi del filone tra cui Brokeback Mountain di Ang Lee…]
Oh, Brokeback Mountain è davvero bellissimo! Ma sicuramente il mio Lo schermo velato lo trovo molto appropriato al caso; poi anche tutti i film di François Ozon, che trovo meravigliosi. Sono un po' in difficoltà perché i film che potrei consigliare a un eterosessuale che intende avvicinarsi a tematiche omosessuali non sono necessariamente i film che interesserebbero a me; quelli che interessano a me sono pellicole dove i protagonisti sono gay con problemi, che hanno difficoltà e che magari mostrano un aspetto degli omosessuali che non è idealmente quello più adatto a superare la paura (in riferimento all'omofobia citata precedentemente, ndr).
Film preferiti - La strada di Fellini, I quattrocento colpi di Truffaut, Il maschio e la femmina di Godard, Luci della città di Chaplin, Anatomia di un rapimento di Kurosawa; molti film di Kurosawa, molti film di Fellini, Kubrick, Scorsese, l'Hitchcock di metà carriera…di cui preferisco Notorious - L'amante perduta.
Libri della vita - I grandi classici come Moby Dick [ride], quelli di Henry James, Jane Austen, Lo straniero di Camus, The Berlin Stories di Christopher Isherwood, ehm… .

C'è invece qualche regista più recente di cui apprezza in modo particolare il lavoro?
Jeffrey Friedman: È difficile per me risponderti; andrò sempre a vedere i film di Scorsese, François Ozon, Gus Van Sant, non necessariamente perché trovo i loro lavori eccezionali, ma perché sono degli artisti pieni di energia e di creatività dunque mi interessa sempre capire qual è il progetto successivo a cui lavorano e perché credo siano tra quelli in grado di espandere il linguaggio cinematografico. Mentre, nell'ultimo periodo, mi sono piaciuti i film più recenti di Gregg Araki e The Kids Are All Right di Lisa Cholodenko.


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