04 Luglio 2006 - Conferenza Stampa
"I cinghiali di Portici"
Intervista al regista e al cast.
di Federico Raponi


Alla Casa del Cinema di Roma, dopo la proiezione in anteprima del film 'i cinghiali di Portici', alla successiva conferenza stampa di presentazione c'erano il regista Diego Olivares e l'attore Ninni Bruschetta.

Il film, terminato nel 2003, nel frattempo ha cercato di farsi conoscere…
Diego Olivares: Abbiamo girato un po' di festival e l'accoglienza è stata abbastanza lusinghiera. Si è riscontrata adesione del pubblico, la gente ci ha incoraggiato e fatto i complimenti, ma ciò non è sufficiente per avere visibilità. Ci sono stati sempre distributori pronti ad intervenire, però al momento del dunque niente, e questo ha creato attesa. Il film ha vinto il Premio Sergio Leone (nel 2004, ndr) che avrebbe dovuto garantire la distribuzione da parte dell'Istituto Luce, il quale però non ne sapeva niente… Ho vissuto questo periodo con frustrazione e dolore, come anche molti dei ragazzi. Forse meritavamo qualcosina di più che un'uscita così (2 copie nel primo fine settimana, ndr), ma quello che ho ottenuto me lo prendo e me lo tengo stretto. Ho imparato a non farmi illusioni, ma spero nella diffusione. E comunque mi sono arricchito di tante conoscenze, se con i ragazzi continuiamo a sentirci qualcosa avrà pure significato.

Da dove vengono i ragazzi?
Diego Olivares: Da esperienze diverse: rugby, tossicodipendenza, recitazione per cinema, teatro e TV. Li ho portati in una vera comunità, 'il pioppo' di Somma Vesuviana - una struttura per il recupero di minori a rischio - e li ho fatti vivere per diverse settimane insieme ai ragazzi ospitati lì. L'inizio è stato problematico e burrascoso, poi è venuto fuori un bel gruppo, si sono scambiati esperienze e ruoli, si è creato un rapporto umano forte. Alcuni hanno dato vita ad un laboratorio teatrale, che dura ancora. E' stata un'esperienza importante, significativa, umana nella fase di preparazione.
Ninni Bruschetta: L'intuizione centrale è quella di aver fatto tutto nella comunità prima di girare. Io ho dovuto esercitare un altro mestiere: l'allenatore, e così si è creato un rapporto diretto. Questo è il collante che impedisce al racconto di zoppicare, ed è meno costoso del battere molti ciak quando manca il rapporto tra attori o tra regista e attori. In tal modo invece il lavoro sul campo è così vero che non devi fare nulla, e il regista ruba immagini come deve.

Perché il rugby?
Diego Olivares: Da noi in Italia è in un contesto periferico e poco conosciuto. Mi piaceva l'idea di una vicenda marginale che fosse rappresentata proprio da questo sport. Nel rugby la palla è irregolare, non si può giocare d'anticipo, conta la forza. Volevo mettere in evidenza questa cosa, si innestava bene sul tessuto umano.
Ninni Bruschetta: E' lo sport più puro e sano, con regole etiche sul campo. Nel film c'è la battuta: "non si gioisce quando gli altri sbagliano", mentre guardando una partita dei mondiali di calcio sembra un colosseo, i giocatori è come se fossero gladiatori, è una lotta all'ultimo sangue. Ad un'espulsione lo stadio esplode, non dico che è immorale, è normale ma molto diverso dal rugby.

Per realizzare un film di genere ti sei rifatto a precedenti?
Diego Olivares: Le influenze sono molteplici, di film che fin da bambino mi sono piaciuti e mi hanno ispirato, come 'Quella sporca ultima meta', 'La solitudine del maratoneta', il Free Cinema inglese. Ma me li porto dentro come memoria in senso lato, non mi sono fatto influenzare troppo, non amo i citazionismi. Per lo più sono opere in chiave di salvezza, e io non volevo questo. In Italia di cinema sportivo c'è poco o niente, mentre sarebbe importante in quanto spettacolo popolare, che dovrebbe riappropriarsi di codici suoi e identità rispetto a questa direzione di marcia, in cui il cinema sta diventando di carta, di sceneggiature sui tavoli dei produttori. E rispetto alla TV, dove si va verso la promiscuità.

Sei stato coadiuvato per rendere in maniera così veritiera inquietudini, reazioni, modi di essere, pur con tutte le naturali imperfezioni di un'opera prima?
Diego Olivares: Un'opera prima deve essere imperfetta, perché dell'inesperienza faccio materia. Dietro c'è la vicenda di un mio amico, le lettere che mi scriveva da una comunità da cui sono nate le sensazioni che mi sono portato dietro nel realizzare la pellicola. Non volevo un documentario, ma conservare autenticità facendo un film recitato. Ho evitato lo sguardo pietoso, l'occhieggiare al pubblico, e scelto storie che non cambiano. Ninni è stato consigliere, amico, sul set l'ho sentito sempre. Questa e' l'epopea di una squadra che non vede nessuno ma esiste, il pallone esce da un'inquadratura ed entra in un'altra periferia, torna ad essere vita. I ragazzi ci dicono: "siamo piccoli ma la nostra avventura non vale di meno. Siamo qui, adesso, a fare questo". C'è un conflitto tra testa e un ambiente che non ti appartiene, con cui non c'è relazione. Questo crea disagio. Portici è uno dei luoghi più popolosi, e cinghiali non ce ne sono, sono animali fuori luogo. Visto da fuori è indifferente, un treno che passa, uno sguardo che non si sofferma. Il mio è un cinema emotivo, io sollecito, il finale è una provocazione, un calcio all'indifferenza di te spettatore: non lo so, forse non lo voglio sapere e non te lo dico come va a finire, tanto non ti interessa.

I riferimenti agli alieni e le citazioni da Star Trek?
Diego Olivares: La fantascienza e Star Trek sono una fissazione mia dall'infanzia. E' un modo per lasciare margine al sogno, i marziani sicuramente non si trovano su questa spiaggia sporca (Portici, ndr), ma sono come l'amore visto col cannocchiale nel film: c'è. Come i ragazzi, sappiamo che la vicenda non ci porterà da nessuna parte, un soffio di vento cancellerà le nostre tracce. E la vittoria non è aggiudicarsi la partita, ma mantenere vivo il sogno.
Ninni Bruschetta: Il materialismo uccide il sogno, mentre l'irraggiungibile è quello che ti fa muovere verso qualcosa. Amo quel ragazzo nel film che vuole andare in canoa in Africa.

Ora a cosa sta lavorando Diego Olivares?
Diego Olivares: Ho scritto una sceneggiatura con due produttori: Angelo Cinti e Nicola Giuliano. Un fantasy ambientato nel beneventano, terra con una tradizione di streghe.

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