01 Settembre 2007 - Intervista esclusiva
"Il dolce e l'amaro"
Intervista al regista.
di Federico Raponi

In occasione della partecipazione del suo nuovo film "il Dolce e l'amaro" alla Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo intervistato il regista Andrea Porporati.

Come racconteresti il tuo film in parole?
Andrea Porporati: La storia di un piccolo mafioso qualunque, senza qualità. Il film racconta 20 anni della sua vita, da quando è appena adolescente fino alla soglia dei 40 anni, dalla fine degli anni '70 ai primi '90. Il senso sta nel titolo, c'è un vecchio proverbio siciliano il quale dice che nella vita c'è il dolce e l'amaro, e bisogna prenderli tutti e due. Ecco, il protagonista Saro viene convinto che la vita criminale vuol dire godere solo del primo, elevarsi dalle schiere della gente qualsiasi che nell'ottica mafiosa sono viste alla pari di un gregge in mezzo al quale ci sono dei lupi come lui che possono permettersi di vivere a spese delle pecore. Questo è molto affascinante, soprattutto per un ragazzo di quell'età, nato in certi ambienti. E lui, in modo anche abbastanza superficiale, segue quella strada all'inizio eccitante perché comunque si ritrova in tasca soldi e soprattutto comincia ad essere rispettato, cosa che per chi è cresciuto sulla strada è una moneta che vale ancora più del denaro. Non bisogna dimenticare che moltissimi ragazzi che fanno quella scelta non sono mai stati rispettati, quindi la mafia ha buon gioco a promettergli qualcosa che nessuno gli ha mai dato. Il film, seguendo semplicemente gli eventi biografici di una persona che fa le esperienze medie di quel tipo di vita, forse dimostra che è un'esistenza impossibile, innaturale, che alla fine non solo opprime e distrugge le sue vittime, chi non fa parte di quel mondo, ma anche chi ne fa parte. E fa esplodere piano piano tutte le contraddizioni, fino a provocare una crisi inevitabile che costringe il protagonista ad aprire gli occhi ed avere una crisi di coscienza

Tra documentari e film, una nuova leva di registi sta tornando, dopo un po' di tempo, ad occuparsi di criminalità organizzata. Secondo te quali sono i motivi?
Andrea Porporati: Parlo per me e per gli altri autori del film. Noi abbiamo scelto l'ambiente mafioso per parlare dell'Italia, perché la mafia è un precipitato esagerato, isterico addirittura, di certe nostre contraddizioni degli ultimi 25 anni. Quindi forse è questo che ci spinge ad andare a cercare un mondo che ci riporta a tutte le contraddizioni che viviamo anche noi che non facciamo parte di quella realtà così estrema e però proviamo sulla nostra pelle. Ad esempio gli anni '80 - che sono poi l'80% del nostro film - sono quelli della grande ebbrezza, dell'impazzimento collettivo che colpisce anche la mafia, in cui c'è l'illusione che si possa vivere prendendo solo il dolce. Ecco, questo nella storia della mafia è avvenuto in modo macroscopico, perché sono gli anni in cui si impadronisce del traffico della droga e quindi c'è una prosperità mai vista anche nel mondo criminale. Ciò però scatena una guerra intestina e anche esterna contro lo Stato che spinge i mafiosi a diventare stragisti, e alla fine devasta tutto. E' molto semplice ma riguarda un po' tutti, non soltanto chi abitava in Sicilia. Anche perché - e questo tengo sempre a specificarlo - la mafia è un fenomeno storicamente determinato, ma pure un modo di vedere la vita, di pensare universale, temo. Vorrei anche aggiungere che nel film c'è la storia parallela di altre due persone nate nello stesso quartiere del protagonista, interpretate da Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro, che pur provenendo dalle medesime difficoltà e miseria fanno una scelta radicalmente opposta: uno diventerà giudice e l'altra una donna comune. Lei, pur amando Saro non può accettare quel tipo di vita e quindi è una delle presenze eversive nel mondo di Saro, semplicemente essendo normale mette in crisi lentamente tutte le sue idee. Un altro tema del film è il maschile e il femminile, la mafia è forse l'ultimo mondo rimasto apertamente patriarcale, fondato sull'autorità maschile, è quasi vetero-testamentario. Le donne se vogliono primeggiare devono farsi uomini in qualche modo, assumere le "virtù" di un uomo feroce. Invece una donna normale, senza neanche fare nulla di particolarmente eroico, non può che essere una presenza sovversiva nella vita di un mafioso, perché porta con sé uno sguardo sul mondo che è quello della realtà. La vita mafiosa è la costruzione di un mondo a parte, alterato che inevitabilmente entra in conflitto con il mondo vero.

Tu manchi dalle sale da tempo, immagino non per cause soggettive, e qui arriviamo al discorso RING (associazione di registi di cui Porporati fa parte, ndr) e Centoautori. Ci spieghi un po' la situazione?
Andrea Porporati: E' vero, il mio primo film è uscito nel 2001 ("Sole negli occhi", ndr). Tutte le cinematografie vivono grandi difficoltà, il mercato globale sta devastando i paesi piccoli produttori. Per rispondere a questo attacco ci vorrebbe una strategia a livello nazionale, legislativa, che offra strumenti per valorizzare quest'arte come il resto della nostra cultura. Strumenti che altri paesi hanno adottato, come la Francia, che ha legge più interessante sul cinema. Ma ce ne sono anche altri, quali Spagna, Germania, Corea. Devo dire che le associazioni degli autori, rispetto al passato, hanno avviato una riflessione interna - RING soprattutto e già da parecchi anni - perché è vero che ci sono molti problemi di natura distributiva, di strozzatura del mercato, di concezioni sbagliate della Cultura che viene vista come altre merci, d'accordo. Però c'è anche un'altra cosa che noi sentiamo di non aver fatto fino in fondo. Il cinema è un'arte popolare, secondo me ed altri. Credo che il cinema italiano per un certo periodo abbia trascurato questa dimensione che - attenzione - non vuol dire commerciale, sono due parole molto diverse. Tanto che tutti i grandi autori del periodo d'oro del nostro cinema non si vergognavano affatto di nominarla, fin da Visconti in giù. Da un certo punto in poi invece, anche gli autori cosiddetti impegnati hanno cominciato a cadere nella trappola del pensare che popolare voglia dire solamente commerciale. Quindi hanno abbandonato quella dimensione ai film puramente, estremamente commerciali e anche esageratamente volgari. Era un paese in cui si facevano solamente imitazioni dei film di Antonioni o dei Pierini, e per un certo periodo non c'è stato niente, in mezzo. Questo ha creato secondo me una frattura con il pubblico che non è sempre semplicemente disinformato e ignorante, cosa che non ritengo affatto. Le discussioni che abbiamo fatto tra noi sono anche il tentativo di ritrovare un rapporto con il paese. Pensiamo che il dovere di un cineasta sia quello di raccontare la realtà, agli altri e anche a sé stessi. Il cinema è un mezzo diverso dai saggi, dal giornalismo o dagli studi universitari, è un modo di rappresentare l'immaginario collettivo di un popolo. Negli ultimi anni la cinematografia italiana, magari non quella più sotto i riflettori, è diventata molto interessante. Ci sono autori come Vicari che ha fatto il bellissimo documentario "il Mio paese", secondo me il film migliore italiano dell'anno passato proprio perché si sforza di andare a fondo delle contraddizioni del paese partendo dal discorso del lavoro. Ma anche Sorrentino, Marra, Garrone e altri, che hanno ricominciato a cercare di raccontare quello che siamo.

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