Sole a catinelle

"I sogni segreti di Walter Mitty"

Intervista a Ben Stiller.


di Francesco Lomuscio13 dicembre 2013



Possiamo dire che tutto ha avuto inizio nel lontano 1947, quando Norman Z. McLeod, autore di diverse pellicole interpretate dai fratelli Marx, diresse "Sogni proibiti" con Danny Kaye prendendo ispirazione da un racconto scritto da James Thurber. Un autentico classico della cinematografia a stelle e strisce che, a suo modo, è stato rivisitato anche da Neri Parenti nel 1982, tramite quel "Sogni mostruosamente proibiti" che vide nei panni di protagonista un Paolo Villaggio ovviamente in aria di ennesimo derivato su celluloide del suo gettonatissimo impiegato Ugo Fantozzi. A tornare su quel soggetto è ora il re della risata americana Ben Stiller, il quale, al suo quinto lungometraggio da regista, quasi vent'anni dopo l'esordio dietro la macchina da presa avvenuto tramite "Giovani, carini e disoccupati", dirige ed interpreta "I sogni segreti di Walter Mitty", riportando sullo schermo il simpatico personaggio particolarmente propenso ad abbandonarsi a sogni ad occhi aperti in un mondo sempre più cinico e, in questo caso, dominato dalle moderne tecnologie digitali. In trasferta a Roma proprio in occasione dell'uscita italiana del film, prevista per il 19 Dicembre 2013 sotto il marchio Twentieth Century Fox, il cineasta ha incontrato la stampa.


Possiamo considerare il viaggio di Walter Mitty, in un certo senso, anche quello di Ben Stiller?
Ben Stiller: In un certo senso, ogni volta che faccio un film vado ad attingere dalla situazione in cui mi trovo, ed è successo anche in questo caso. Poi, dirigere un film ti consente di fare qualcosa che prima non hai fatto nella vita. Finora, comunque, credo che questa sia stata l'esperienza che mi ha dato maggiore soddisfazione.

Parafrasando un noto film dei Monty Python, potremmo definire questo film un po' il senso della vita di Ben Stiller alla Aki Kaurismäki?
Ben Stiller: Wow! In realtà, era quello che sentivo, la storia di questo uomo che trascorre la vita a guardare le fotografie di cose incredibili che lui non ha fatto, ma che ha le potenzialità per farlo; sicuramente, è stata la sceneggiatura a dettare lo stile del film. È anche il mio film meno cinico e con più cuore rispetto agli altri.

Visto che nel film va anche sullo skateboard, come si rapporta Ben Stiller a questo sport?
Ben Stiller: Io sono cresciuto praticando skateboard a New York, ho cominciato intorno ai nove o dieci anni ed è uno sport che amo molto, anche se non sono così bravo come si vede nel film. Comunque, nei primi piani sono io, anche se mi hanno messo una imbragatura per far sì che non mi facessi male. Tra l'altro, questa estate ho cominciato anche a insegnare a mia figlia ad andare sullo skateboard, ed è bello assistere a questo passaggio di testimone.

Tra l'altro, nel film sembra essere affrontato anche il profondo legame tra il mondo virtuale e quello reale...
Ben Stiller: Per questo mi piace venire in Italia, perché riuscite sempre a individuare gli aspetti profondi nella commedia (ride). Uno dei temi del film è proprio questa idea di Walter di stabilire un contatto con le altre persone o anche con se stesso, perché ciò gli consente di andare avanti, ma , al contempo, qualcosa lo blocca nel creare questo legame. Non lo definirei un introverso, ma soltanto una persona che si allontana dallo schermo e dalla sua virtualità per capire la vita vera, la realtà.

Come ha assistito Ben Stiller a questo processo di trasformazione dal concreto al virtuale, come potrebbe essere quello dall'informazione della carta stampata all'importanza assunta dal web nell'ambito della comunicazione?
Ben Stiller: Sicuramente, ciò rappresenta qualcosa su cui riflettere e che ho vissuto, perché da ragazzino ho assistito all'arrivo dei primi computer, videogiochi e telefoni cellulari, Trovo sia un peccato che oggi le informazioni vengano prese da tante fonti virtuali, perché è bello avere fisicamente una rivista o un libro da sfogliare. I ragazzi di oggi, purtroppo, non hanno questa percezione, perché ottengono informazioni da tanti schermi diversi e, alla fine, non ci si concentra e ci si distrae. Il film vuole in un certo senso omaggiare anche questo aspetto, l'ho voluto girare in pellicola proprio perché non mi sembrava il caso di girare in digitale la storia di un uomo che va alla ricerca di un negativo (ride).

Walter Mitty è un po' la conseguenza dei protagonisti di "Giovani, carini e disoccupati"?
Ben Stiller: All'epoca in cui girai il film, sicuramente mi sentivo molto vicino a quei personaggi, mentre, per quanto riguarda "I sogni segreti di Walter Mitty", sono molto più consapevole del punto della vita dove sono arrivato ora.

Chi ha ideato la scena del combattimento con Adam Scott?
Ben Stiller: Insieme allo sceneggiatore Steve Conrad e allo scenografo abbiamo riflettuto sul modo in cui far esprimere a Walter la sua rabbia nei confronti del capo, e devo dire che è stato molto divertente girare quella scena.

Cosa consiglierebbe Ben Stiller ai tanti Walter Mitty che, quotidianamente, affrontano un mondo cattivo?
Ben Stiller: Non ho idea di cosa potrei consigliargli, sicuramente molto importanti sono l'immaginazione e il sognare a occhi aperti, che fungono anche a Walter da spinta per entrare nel mondo reale, sebbene in parte gli costituiscano un ostacolo per creare un vero rapporto con esso.

Cosa pensa Ben Stiller del film interpretato da Danny Kaye nel 1947? Tra l'altro, era a conoscenza del fatto che, già nel 1982, ne era stato realizzato un rifacimento italiano interpretato da Paolo Villaggio?
Ben Stiller: No, non lo sapevo, magari se lo avessi visto avrei anche preso qualche idea da lì (ride). Comunque, il film con Danny Kaye era una classica commedia musicale e non avevamo alcuna intenzione di rifarla. Abbiamo fatto questo film unicamente perché Steve Conrad ha scritto una sceneggiatura diversa da quella dell'originale e molto più vicina al racconto da cui tutto prende le mosse.

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