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Kingsman - Secret Service

"Kingsman - Secret Service"

Intervista al cast.


di Francesco Lomuscio02 febbraio 2015



Colin Firth è Harry Hart, spia gentiluomo che, appartenente ad un'organizzazione di intelligence super segreta, s'improvvisa maestro di spionaggio del giovane Gary "Eggsy" Price, ovvero Taron Egerton, sveglio e piuttosto grezzo diciassettenne il cui defunto padre, a sua insaputa, salvò la vita all'uomo.
Alle prese con una minaccia globale orchestrata dal miliardario super tecnologico ed ex ecologista deluso Richmond Valentine (Samuel L. Jackson), sono i protagonisti di "Kingsman-Secret Service", serratissimo action movie spionistico che Matthew Vaughn - autore, tra gli altri, di "Kick-Ass" e "X-Men: L'inizio" - ha derivato dalla graphic novel "The Secret Service" di Mark Millar e Dave Gibbons.
Affiancati da Gary Barlow, Howard Donald e Mark Howen, ovvero tre componenti della storica band inglese dei Take that, cui dobbiamo la "Get ready for it" presente all'interno della colonna sonora, i due attori hanno incontrato a Roma la stampa in occasione dell'uscita italiana della pellicola, distribuita da 20th Century Fox a partire dal 25 Febbraio 2015.



Colin Firth ha mai desiderato essere una spia?
Colin Firth: Sì, da ragazzino sognavo di essere un agente segreto, anche se non sarei stato un granché. Ma, da bambino, chi è che non fantastica di avere, appunto, una missione segreta da svolgere con dei superpoteri? Io, poi, sono cresciuto con le varie incarnazioni di James Bond.

Durante il film, più volte i personaggi dicono "Questo non è quel tipo di film". Allora, per voi che tipo di film è?
Colin Firth: Un film di Matthew Vaughn.
Taron Egerton: Direi che è un film di James Bond in stile Roger Moore, però ambientato nel 2015 e che ha molte qualità che condivide con quel genere di film. C'è l'aspetto cinematografico, quello teatrale e quello comico e riporta un po' quel tipo di spy story che mancava da un po' di tempo.

In un mondo insicuro e instabile come quello in cui viviamo oggi possono esistere organizzazioni di spie come quella presente nel film?
Colin Firth: Io penso che una storia come questa appartenga al mondo della fantasia e fa riferimento esclusivamente al mito. A parte la realtà accentuata di Bond, qui c'è anche l'elemento di Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Per me è solamente una favola, non credo che possa esistere un'organizzazione con fondi infiniti e armi come quelle viste nel film. Sarei spaventato a morte, perché in un mondo in cui la distinzione tra bene e male è chiara e precisa può funzionare, nel nostro no.

Considerando che il regista è Matthew Vaughn, vi sentite vere e proprie spie o personaggi di "Kick-Ass"?
Taron Egerton: In realtà, non credo che questo film abbia intenzione di essere realistico, parliamo di qualcosa di iperstilizzato, estremamente teatrale. Le scene di combattimento non sono altro che un qualcosa di impossibile, non potrebbero mai realizzarsi nella realtà. Ci sono sicuramente riferimenti, anche oltre il mondo di James Bond, qualcosa di estremamente colorato, gioioso e giocoso.
Colin Firth: Secondo me non attinge dalla realtà, ma da altri film e punti di riferimento culturali con i quali e sui quali si gioca. Quindi, qualcosa che esiste nella fantasia, ma nulla a che vedere con il mondo reale.

Come si sono sentiti i Take that quando sono stati chiamati per realizzare il tema del film?
Gary Barlow: Questa è la terza volta che collaboriamo con Matthew Vaughn, dopo "Stardust" e "X-Men: L'inizio". Ci ha chiamati ad Aprile dello scorso anno e ci ha invitati a vedere una proiezione di una prima versione del film, con computer grafica ancora assente e soltanto accenni a matita presenti. Ciò è stato sufficiente per vedere il ritmo del film e del montaggio ed intuirne l'intenzione. Tre giorni dopo abbiamo chiamato il regista, gli abbiamo fatto ascoltare il nostro brano e lui ha detto che era perfetto e che lo avrebbe utilizzato per i titoli di coda. Per noi è stato fantastico anche realizzare il video che sembra essere una parte del film.

Nel film sembra esservi un riferimento alla contemporaneità dell'essere sempre connessi. Che rapporto avete con questo aspetto?
Taron Egerton: Io credo che sia una cosa che fa paura e ne sono diventato ancora più cosciente dopo aver fatto questo film. Adesso sono sempre su Twitter ed è un qualcosa che fa veramente spavento perché, per esempio, le persone si chiedono se il film parla di classi sociali, ma non credo che vi sia un messaggio in riguardo. Se c'è un messaggio, ha a che vedere con il nostro rapporto con la tecnologia. Sono arrivato a pensare con terrore di essere diventato dipendente della tecnologia, perché sto sempre su Facebook e Twitter a leggere schifezze di cui non m'importa nulla, ma sto lì e le leggo (ride). Credo che da un punto di vista della legislazione, questo settore sia molto poco regolato. Lo scorso anno è stato fatto un film, "Men, women & children", che esplora il rapporto che abbiamo con la nostra sessualità condizionato da quello che abbiamo con la tecnologia. È una cosa che fa veramente paura.
Colin Firth: In parte posso fare eco a ciò che ha detto Taron, anche se io non sono su Twitter, non so cosa sia, non me ne frega niente e non so neanche cosa sia un hashtag. Una cosa è sicuramente vera: i social media hanno un potere enorme, immenso, estremo. La connettività, come ogni cosa che ha un potere immenso, può andare in una direzione o nell'altra, può evolversi in bene o in male. Si tratta di qualcosa che può essere negativa, perché ho la sensazione che ciò detti la condizione di quelli che sono i nostri rapporti, ma, al contempo, presenta enormi potenzialità positive, perché può consentire una maggiore diffusione della democrazia e dare la possibilità a tutti di creare e partecipare. Per esempio, con un iphone oggi possiamo girare un intero film, poi, però, se mi guardo intorno, posso trovarmi nel posto più bello del mondo e la gente non fa altro che guardare il telefono o che scatta fotografie a ciò che mangia. A me è successo di vedere questa cosa a Venezia, che considero uno dei posti più belli del mondo.
Gary Barlow: Tutti e tre noi siamo su Twitter, chi più e chi meno e io lo trovo divertente, è un modo geniale, in un certo senso, per vedere cosa fanno le persone, per imparare. C'è un lato didattico, istruttivo. Sono d'accordo, comunque, sul fatto che, trattandosi di un settore nuovo, ci saranno delle problematiche. Io, per esempio, ho dei bambini e con mia figlia di quattordici anni comunico tramite Whatsapp, anche per dirle che la cena è pronta. È un mondo tutto nuovo, ma mi piace essere sui social media.

Il personaggio interpretato da Colin Firth non perde mai la calma. Colin Firth perde mai la calma nella vita reale?
Colin Firth: Apparentemente, magari, sono una persona molto tranquilla e composta, ma, in realtà, non è così, ogni tanto perdo anche io la pazienza. Una delle gioie del mio lavoro è che mi consente di interpretare personaggi che mi piacerebbe essere, a volte, invece, uomini che sono felice di non essere. Questa idea della compostezza è tipica dei britannici per tradizione, ma non corrisponde alla realtà. Se vai a vedere una partita di calcio in Inghilterra o un concerto dei Take That, te ne rendi conto. È più un mito che la verità.

Come vi siete preparati per affrontare un ruolo così impegnativo? Avete seguìto più lezioni di lotta o di danza?
Colin Firth: Più vicino alla danza, è stato molto doloroso (ride). Mi sono dovuto allenare per circa sei mesi, tre ore al giorno, con dieci persone che mi seguivano. Mi sono dovuto allenare anche quando ero nel film di Woody Allen, poi andavo sul set e facevo finta di essere una persona tranquilla. Ma nella vita reale ciò non mi sarà di nessun aiuto, perché, se qualcuno volesse combattere con me, potrei solo mettermi a ballare (ride).
Taron Egerton: Per me è stato un duro lavoro, anche perché, quando Matthew mi ha assegnato la parte, mi ha detto che mi sarei dovuto allenare per ottenere il fisico giusto. Quindi, sono allenato continuamente e, per quanto mi riguarda, ciò è andato avanti durante le riprese del film, perché mi alzavo presto, andavo in palestra e, spesso, lo facevo anche la sera. Un giorno io e Colin eravamo nello studio delle nostre prove acrobatiche con l' allenatore, il quale, ad un certo punto, mi ha chiesto di arrampicarmi su una fune. Gli ho risposto che non ci sarei mai riuscito, ma lui ha insistito e, alla fine, ci sono riuscito. È stato molto bello e mi piacerebbe poterlo rifare, anche se, oggi, non sarei più in grado di farlo.

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