30 marzo 2005 - Conferenza stampa
"La febbre"
Intervista a Fabio Volo e Alessandro D'alatri.
di Pietro Salvatori


Il suo è un film con alle spalle un gran lavoro sia tecnico che artistico, ce ne può parlare? E un'altra cosa: questa figura del Presidente, ricalca molto un cinema di stampo americano. E così?
Alessandro D'alatri: Mah, il Presidente è in realtà l'artefice, quasi il co-sceneggiatore di questo film. Mi colpì moltissimo il suo discorso quando ci ricevette al Quirinale per i David di Donatello nel 2002. Da lì decisi di approfondire una figura del genere. In effetti è un film elaborato sul piano visivo. Film così elaborati te li puoi permettere dopo i quarant'anni, dopo che hai fatto molta gavetta e la produzione decide d'investire di più su di te. Ho scelto un lavorìo tecnico e artistico così difficile perché penso che oggigiorno il cinema non possa riprendere todo modo la realtà, debba reinterpretare.

Che ne pensa di chi dice che un certo tipo di cinema, all'americana per così dire, non si possa fare in Italia per mancanza di attori?
Alessandro D'alatri: Secondo me gli attori ci sono, è che non si ha il coraggio di utilizzarli. Il vero problema è il coraggio di rischiare. Molti attori che hanno lavorato nel mio film, pur avendo alle spalle lunghissime carriere nel teatro, erano al loro terzo, quarto film, alcuni addirittura al debutto.

Considera il suo film un film politico? Una volta si diceva "la società è così, cambiamola". Lei sembra dirci "la vita è così, cambiamola". Mi sembra una prospettiva diversa.
Alessandro D'alatri: Non si può fare un film non politico. Negli ultimi dieci anni se c'è stata una cosa meravigliosa è stato il crollo delle ideologie, di una visione dogmatica della vita. Paolo VI ha detto in un enciclica: "è finita l'era dei maestri, inizia quella dei testimoni". Io voglio vedere davanti a me dei testimoni. Bisogna prendersi seriamente il disturbo di vivere, perché oggi c'è una strana febbre che ci debilita, che non ci fa rendere al 100%. Il cinema anche ha bisogno di un rilancio. Ben venga il cinema industriale a questo proposito, perché anche quello sarà politico. Di recente si è rotto pure il classico buonismo Disney nell'animazione, e film come "Gli Incredibili" nascondono messaggi politici seri e importanti. Oggi viviamo purtroppo in una realtà del dopo. Tutto viene fatto, vissuto, in relazione al dopo. Bisogna ridare dignità a quel che succede oggi. Il licenziamento di Bettini, nel film, non è una resa.

C'è un certo raccordo con "Un borghese piccolo piccolo" a distanza di più di vent'anni, magari da un punto di vista ribaltato, quello del figlio?
Alessandro D'alatri: Si sicuramente, una certa tradizione del cinema italiano mi appartiene. E' un legame che io sento stretto, mi fa piacere possano nascere questi raffronti.

Chi è Mario?
Fabio Volo: Io nel film ci rivedo molto l'ambiente di provincia dove sono cresciuto. Mario è uno che prende il coraggio di non piacere. Per essere accettati, alla fine, bisogna avere il coraggio di essere sé stessi.

Qual è stato il tuo impatto con una città come Cremona?
Fabio Volo: In provincia ci sono cresciuto come dicevo. C'è un impatto culturale più profondo che non in città. In provincia si lavora tutti nella stessa direzione. Non ho fatto altro che ricordarmi e rivivere le mie origini.

Che sensazione tornare sul set a distanza di anni?
Fabio Volo: E' affascinante. E' come una grande famiglia. Sono veramente contento di questo lavoro, anche se il fatto che io faccia film è segno chiaro della crisi del cinema italiano

D'Alatri, ci parli del personaggio di Bicio...
Alessandro D'alatri: La sua caratteristica principale è il distacco dal disordine quotidiano. E' una persona secondo me con dei valori, ha il coraggio dell'impopolarità. Fa le cose perché sente di farle, c'è un sorprendente aspetto di gratuità.


  

Intervista a Fabio Volo e Alessandro D'alatri per "La febbre".


La scheda

La recensione

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