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05 Settembre 2006 - Intervista
"La stella che non c'è"
Intervista all'attore Sergio Castellitto.
di Andrea D'Addio
Al piano terra dell'Hotel Excelsior qui al festival di Venezia, Sergio Castellitto ci accoglie in una delle tante camere davanti a quelle degli uffici stampa. Il film è stato presentato in mattinata alla critica e il cinquatatreenne attore romano ha giusto una mezz'ora per noi prima che inizi la conferenza stampa. Abito scuro, barba un poco trasandata, come si accorge che a lui è toccato una rigida sedia scura mentre a noi una ben più comoda in juta, la scambia con una di quelle vuote che ha affianco. Un gesto apparentemente brusco al quale segue però uno sguardo che ricerca intesa. Gliela concediamo. Va bene che spesso le interviste sembrano dei terzi gradi, ma perchè farlo stare anche scomodo!
Come si è preparato al viaggio?
Sergio Castellitto: Come mi preparo ai viaggi sia in termini geografici che creativi e artistici, nel senso che ho cercato di non dimenticarmi di nulla, di portare tutto in valigia. Io sono uno di quegli attori che ragionano sul personaggio prima, poi quando sono lì recito e basto. Penso che la recitazione sia un gesto emotivo prima che razionale.
Paesaggio intorno?
Sergio Castellitto: La Cina è viaggiare dentro un pianeta dove le immagini vanno dal medioevo alla fantascienza, dall'efficienza tecnologica più avveniristica alla povertà.
Dopo "Il regista di matrimoni" durante il quale andava nella Sicilia delle superstizioni, un altro viaggio cinematografico stavolta in Cina. Linee comuni?
Sergio Castellitto: Ogni protagonista compie un viaggio, sono entrambi uno straniero. Il viaggio è socializzare con un mondo nuovo, con cui viene in contatto. Nel caso specifico del film di Gianni è la storia di un uomo che impara ad essere morbido,. Un uomo che parte rigido, duro molto legato alle sue convinzioni, ma che poi impara a fermarsi. Forse il ruolo più attivo non è quello di muoversi, ma quello di fermarsi nella prateria sperduta.
"La Cina non me l'aspettavo così" viene detto nel film....anche lei l'ha pensato?
Sergio Castellitto: E' un Paese che come tutti sappiamo ha una crescita impressionate che condiziona non soltanto l'interno della Cina, ma l'intero Paese. Non credo che la Cina conquisterà il mondo, ma lo comprerà.
Quale stella non ha trovato in questo sua avventura?
Sergio Castellitto: La stella che ho trovato è l'esperienza in sé, è il privilegio di aver fatto il viaggio. Forse è la stella mancante su quella bandiera, quella che mi piace pensare sia della libertà. Ma forse anche quella della comunicazione. Io se penso alla nostra vecchia Europa ho veramente la sensazione che se faccio il controcampo di ciò che ho visto in Cina, è la differenza tra un cinema d'essai e una multisala. L'Europa è un cinema d'essai.
La figura della donna in Cina non è certamente ancora ai livelli di libertà che c'è in Occidente...
Sergio Castellitto: No, per niente, ma non per questo mancano donne coraggiose ed autorevoli.
E' vero che c'è questa ansia di distruggere in Cina?
Sergio Castellitto: Distruggere no,cambiare forse. Il vecchio non è mai considerato antico. Il concetto di antico in qualche misura non esiste, ciò che è vecchio si butta, si ricostruisce, si rifà. Questa è una cosa che per noi che abbiamo la fissazione del restauro è una cosa inconcepibile. Abbiamo una visione completamente diversa: loro sono proiettati, in una certa misura la memoria, per loro, non esiste. Tenere insieme un paese di un miliardo e trecento milioni, almeno fra quelli censiti, non deve essere facile. Il collante è dato dalla dittatura e dalla potenza economica: una bomba inesplosa.
Nel film una battuta di un cinese a proposito degli italiani ("Sono irakeni?") ci fa capire come mentre per noi sono la minaccia, loro spesso neanche sanno chi siamo. Ha avvertito questo loro non rendersi conto della propria forza economica?
Sergio Castellitto: Sembra che loro siano un po' inconsapevoli della loro forza, della loro potenza. Di povertà ne ho vista tanta, soprattutto nelle campagne. Ma mi ricordo anche il sorriso delle persone, un'accettazione dell'esistenza. Non so, credo che né noi né le prossime generazioni vedranno un cambiamento politico autentico in Cina, ma credo che la parte positiva di questo criticabilissimo sviluppo economico micidiale che stanno avendo, questo utilizzo indiscriminato del capitalismo, nelle mani di un governo autoritario, credo che in ultima istanza produrrà anche una ventata di libertà. Ma ci vorrà tempo.
La recitazione è un modo fondamentale per imparare…
Sergio Castellitto: E' stato un viaggio faticoso, profondamente emozionante. Emozionante perché l'identificazione dello stare solo e lontano dal mio mondo, era lo stesso del personaggio. Ho convissuto profondamente con questo personaggio, Vincenzo Buonavolontà è stato il mio migliore amico per tutto il film. Ho cercato di consegnare a lui queste sensazioni. Io non credo nell'immedesimazione nella recitazione, ma nell'identificazione questo sì. Un sentire comune fra attore e personaggio, due vasi che si consegnano a vicenda esperienze. In questo senso volevo che avesse veramente i miei occhi.
Ha avuto modo di conoscere il vero operaio sui cui si è ispirato il libro?
Sergio Castellitto: No, ho parlato con lui solamente una volta per telefono. Ma il libro di Rea è veramente uno spunto…
Come è stato lavorare con Gianni Amelio?
Sergio Castellitto: E' stato molto emozionante. Gianni è un uomo che ha il coraggio del suo fervore e si carica per primo della responsabilità della fatica della rabbia della dolcezza di quello che lui vive, è un contagiatore, uno che contagia.
Cos' è la stella che non c'è?
Sergio Castellitto: E' quel manco, quella tessera che dobbiamo mettere noi e che per ognuno è diversa. Vincenzo parte rigido e torna morbido. Ha capito, è quella la sua tessera. Lui non è una persona che ascolta, ma uno che parla quando l'altro ha finito di parlare. Ma alla fine del viaggio impara.

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