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21 Febbraio 2006 - Conferenza Stampa
"La terra"
Intervista a regista e protagonisti.
di Ilaria Ferri
Presenti in sala: il regista Sergio Rubini, il co-sceneggiatore Angelo Pasquini, il produttore Domenico Procacci, il cast: Fabrizio Bentivoglio, Paolo Briguglia, Emilio Solfrizzi, Claudia Gerini, Giovanna Di Rauso, Alisa Bystrova. Il film è prodotto in collaborazione da Fandango e Medusa. Sarà presente nelle sale in 170 copie.
Sergio Rubini: quello a cui tengo è precisare prima di tutto è che non voglio che si pensi che i personaggi del film siano depressi. Mi spaventa questo, non lo sono affatto, sono attivi, vivi, un po' tutti i popoli del sud hanno nel sangue questa sorta di tragico greco, questa passionalità serpeggiante.
C'è qualcosa di autobiografico in questo film?
Sergio Rubini: ogni cosa che facciamo è sempre un po' autobiografica perché parla di noi, ci mettiamo noi stessi dentro. Io non ho quattro fratelli, né ho alcuna proprietà e neanche mio padre. A me possedere le cose spaventa molto, finché avrò soldi preferisco affittare qualsiasi cosa! (risate n.d.r.) Sappiamo tutti quanto la proprietà possa dividere, soprattutto le eredità, nel film i fratelli saranno in conflitto finché avranno la masseria da vendere. La proprietà è un ostacolo ai sentimenti! Magari proprio il padre, per quanto uomo violento e rozzo, sapendo di avere dei figli molto diversi tra loro, pensava di lasciare un oggetto in comune di cui sbarazzarsi per renderli finalmente uniti.
La masseria è quasi simbolo di un cambiamento epocale del sud, nello specifico della Puglia, rimane solo la famiglia come unico valore, possibile che la terra possa appartenere a chiunque, è un bene senza più valore?
Sergio Rubini: Devo chiarire una cosa, che mi trovo a ripetere spesso in occasioni come questa: sono andato via dalla Puglia a diciotto anni. Non prendo lì l'autobus, non faccio la spesa, non conosco il costo della vita, non sono in grado di parlare della Puglia di oggi, quella terra è per me solo il luogo della memoria. Più in generale mi sembrava interessante l'idea di raccontare come ci si possa incontrare solo nel momento in cui non si possiedono cose in comune, questo è il concetto che abbiamo approfondito con Angelo Pasquini. Inizialmente era una storia diversa che avevo strutturato in un altro modo. Siamo stati mesi a lavorare sulla storia e ci siamo resi conto come oggi non sia più possibile raccontare di questi fratelli che si uniscono e su questa terra mettono su un agriturismo, sarebbe stato terribile!!! Forse si sarebbe potuto fare negli anni ottanta, ma oggi è diverso. Oggi la terra la prende chi la vuole! ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare di un nucleo familiare che deve ritrovare l'armonia e questo è possibile solo se si lascia fluida l'affettività, non ci devono essere le cose di mezzo perché sono ostacoli.
Domenico Procacci: volevo aggiungere una cosa a quello che si diceva prima sulle storie che col tempo hanno un loro percorso e subiscono cambiamenti. Va sviluppato un po' di più! Questo progetto, per lo meno nei discorsi, è nato dodici anni fa. Inizialmente l'obbiettivo dei fratelli era riprendersi la terra, il personaggio di Bentivoglio rimaneva lì non ripartiva. In questi dodici anni sono cambiate tante cose, quello che un tempo poteva essere il senso e il valore del film adesso non lo è più. Oggi il perdere la terra simboleggia una liberazione.
Al di là del discorso affettivo, perché la terra la prende chi vuole?
Sergio Rubini: perché sia evidente che oggi le cose non debbano essere necessariamente il primo valore. Ne abbiamo piene la scatole delle cose, ci hanno riempito la testa di cose! Invece mi sembra importante riconquistare i rapporti in virtù di ciò che sono, nella loro semplicità; privi delle cose, della proprietà.
Angelo Pasquini: penso che il film non possa dare alcuna indicazione in questo senso, la storia stessa ci ha portato a questo finale, i personaggi sono arrivati a questa transazione nera, che trovo anche un po' primitiva: un morto per una terra. Raccontiamo un mondo in cui dietro la famiglia, che sembra uno dei valori più forti in Italia, ci sia anche un lato oscuro. Quindi forse il finale non è così rassicurante, ci sono tante sfumature in questo film, Sergio mi ha chiamato anche per trovare questo lato oscuro.
Che tipo di percorso avete fatto nella genesi del film, quali sono le vostre influenze sia narrative che cinematografiche?
Sergio Rubini: noi avevamo pensato un po' anche a Dostoevskij, forse chi lo bazzica se ne sarà accorto. L'aristocrazia della terra nella letteratura ottocentesca russa ha alcuni punti in comune con l'aristocrazia della terra che conosciamo giù nel sud, e il tema del conflitto etico interiore è un tema portante delle opere di Dostoevskij. Poi però tutto questo viene portato a Mesagne, ma il film viaggia su un doppio binario,con altrettante chiavi di lettura, quello del giallo, inteso nel senso classico del termine: c'è una situazione, un clima di tensione che sale, ad un certo punto un delitto e poi delle indagini da svolgere: un personaggio deve venire a capo dell'enigma e per farlo dovrà fare i conti col suo passato, con se stesso e con la sua famiglia. Contemporaneamente tutto questo nasce quando ho sentito nella mia vita riavvicinarsi aggressivamente la mia famiglia chiedendomi conto di una serie di cose. Penso che più o meno sia una cosa che succede a tutti, ad un certo punto la famiglia ci reclama per risolvere delle cose. Tu da figlio vieni chiamato a coprire un nuovo ruolo, è un momento contemporaneamente tenero e terribile perché ci si chiede "Ma che vogliono da me questi? Ma non posso cambiare numero di telefono? Ma non posso scappare?" Proprio in quel momento ognuno di noi si rende conto che non può scappare, non per leggi che hanno a che fare con la morale o l'etica, ma per un qualcosa di imperscrutabile che ha a che fare col sangue e la memoria, perché noi siamo stratificazioni di memoria. Non ci si può affrancare dall'appartenere a qualcosa, se non appartenessimo a qualcosa non saremmo nulla. Il film racconta in un certo modo l'impossibilità di affrancarsi dal luogo di origine, a qualsiasi costo, il prezzo che Bentivoglio deve pagare è salatissimo, dovrà, non solo mettersi la stella da sceriffo e sparacchiare qua e là, ma dovrà fare i conti anche con una giustizia ambigua, che prevede la legge degli uomini e non dello stato, riavvicinandosi a quella terra, dovrà sposarne usi e costumi e le leggi che non sono quelle che ha imparato a Milano o all'università ma sono quelle del luogo primitivo e della tribù.

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