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31 Agosto 2006 - Intervista
"Lettere dal Sahara"
Intervista esclusiva al regista Vittorio De Seta.
di Andrea D'Addio


Quando incontriamo Vittorio De Seta nella terrazza dell'Hotel Excelsior al Festival di Venezia, già sapevamo chi avevamo di fronte. E non si parla a livello artistico visto che per capire quello basta leggersi una biografia, ma di quello umano. L'anno scorso si presentò in Laguna con la copia restaurata di "Banditi a Orgosolo" e quando sentì gli applausi a fine proiezione, si commosse. Il suo modo di vedere il mondo, quest'animo antropologico che lo spinge a cercare di capire le persone partendo dalla loro cultura, dai loro luoghi, non può che provenire da un uomo attento al prossimo. E così è un sorriso quello che ci accoglie quando ci sediamo accanto a lui per fargli qualche domanda sul suo ultimo lavoro, quel "Lettere dal Sahara" che citando Moravia racconta l'odissea di un giovane senegalese neo-immigrato in Italia. In verità si inizia spiegando come funzionino i siti di cinema su Internet, cioè nessun problema di tempo o spazio per le domande e lettori che cercano e trovano informazioni sempre più dettagliate nel più breve tempo possibile, ma è una spiegazione che ci fa piacere fare. Oltretutto De Seta dice di avere una mail, quindi chissà se l'incontro si potrà ripetere anche altrove in futuro…

Pensa che la storia di "Lettere dal Sahara" sia legata a questo momento, o avrebbe potuto raccontarla anche dieci o vent'anni fa?
Vittorio De Seta: Praticamente noi questa storia l'abbiamo iniziata alla fine del 2002 poi si è fermato due anni. Però alla fine si può dire che abbiamo anticipato un poco i tempi. Se dovessi rigirarlo adesso metterei solo neri, però oggi purtroppo è più drammatico. Sempre di più Lampedusa è diventata una cerniera da cui passano tutti gli immigrati, anche qualcuno dal Medio Oriente.

Il fatto che il protagonista sia senegalese e che quindi provenga da una cultura del centro africa dove le tradizioni e l'orgoglio nazionale sono valori abbastanza forti, sia una caratteristica importante per le scelte dello stesso. Fosse stato un immigrato di un altro Paese si sarebbe comportato ugualmente?
Vittorio De Seta: Io veramente all'inizio volevo fare un protagonista marocchino, però poi mi sono reso conto che un Paese come il Senegal a maggioranza islamica, però che è Africa nera, era un arricchimento per la sceneggiatura. C'erano delle cose in più, a parte poi la musica, poi la duttilità che hanno loro che sono tutti attori fin da quando sono nati.

Crede che la "civiltà" e la coerenza verso la propria identità, sia un valore che invece gli italiani hanno perso?
Vittorio De Seta: No, gli italiani stanno perdendo un poco la loro umanità. Poi noi questo lo abbiamo capito durante le scene. Uno parte che non ha tutto chiaro in testa, a volte il film è un divenire, quindi di alcune cose mi sono reso conto dopo. Il protagonista rispetto al personaggio di suo fratello non ricalca ciò che noi ci aspettiamo che gli immigrati facciano. Non è quello che fuma, che si impasticca un po', che vende per le strade, che si adegua alla parte…, lui è più coerente. Poi finisce in fabbrica ed è quello più punito. Lui vuole integrarsi e viene colpito d'incontro e quindi poi si rende conto di perdere il livello della propria identità, della propria dignità.

In questo contesto come si inserisce la religione?
Vittorio De Seta: Loro c'è da dire che hanno la fede più di noi. Noi ci siamo un po' venduti per un piatto di lenticchie. I telefonini, le auto, gli aerei…una serie di compromessi che abbiamo fatto con noi stessi. Io penso intimamente che il confronto con loro ci dia una mano, riconoscere l'identità degli altri di riflesso ci fa capire la nostra. Bisogna capire che loro non vogliono l'invasione. Con tutti i difetti che la cultura araba può avere, c'è il maschilismo che anche da noi comunque c'è ancora un poco, però ci devono arrivare da soli.

Nel film gli italiani vengono chiamati europei, quasi che si volesse rispondere a chi chiama indistintamente africani tutti quelli che vengono dal continente nero, senza distinguere tra le diverse culture…
Vittorio De Seta: Vero, giustissimo. Che poi non se hai notato che alla fine c'è una scena che ne richiama un altra a metà film. Quelle dei due balli. Nella discoteca gli "europei" non ballano, e lì si capisce l'intolleranza che nasce dall'invidia, mentre in Senegal il ballo è festa. Non ci sono parole, ma solo le immagini a testimoniare come loro hanno qualcosa che noi abbiamo perduto.

La lingua è stato un limite per la sua direzione?
Vittorio De Seta: Io non li capivo, non conosco la loro lingua, sapevo il senso di ciò che avevo scritto, ma non potevo controllarlo. Mi sono fidato dei miei attori. Loro attirano a se quelle parole, le fanno loro. Sono concetti che conoscono meglio di me, che sanno come dirlo meglio di quanto io possa scrivere. All'inizio quando leggevo le traduzioni mi arrabbiavo. Una attore indisciplinato pensavo, però poi ho capito che era giusto. Quindi sono diventati dei veri e propri coautori. E' complesso il processo creativo. Il cinema e la regia è questo: il far in modo che accada qualcosa di vero.

Una bella massima, perfetta per terminare questo bel colloquio. Le tv con i loro servizi di 2/3 minuti lo aspettano…

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