30 Novembre 2009 - Conferenza
"L'uomo nero"
Intervista al regista e al cast.
di Francesco Lomuscio

Affiancato dal cast e dagli sceneggiatori, l'attore e regista Sergio Rubini ha incontrato a Roma la stampa per presentare la sua ultima fatica dietro la macchina da presa: "L'uomo nero".


Sembra che continui questa voglia di raccontare sullo schermo i propri ricordi…
Sergio Rubini: Insieme a Carla Cavalluzzi, che scrive con me, sono partito da ricordi che le avevo raccontato, tipo il macchinista che lancia le caramelle dal treno, e dalla voglia di tornare a lavorare con Mimmo Starnone che, come me, ha un padre ferroviere e pittore. Quindi, abbiamo messo un po' insieme pezzi delle nostre storie, appartenenti a tre generazioni diverse. Se uno non torna a sé stesso, cosa racconta? In fondo racconti di te anche quando racconti di viaggi esotici, ma torni sempre a te per raccontare qualcosa. Però, devo anche confessare che è proprio quando si fa un racconto autobiografico che si finisce per mentire più che mai, perché racconti quello che avresti voluto vivere, non che hai vissuto.

Questo, tra l'altro, è il secondo film consecutivo, dopo "Colpo d'occhio," che prende di mira i critici…
Sergio Rubini: Sì, qualcuno ha pensato che anche in questo film io avessi deciso di parlare della critica, e forse ha ragione. Il mio parere, invece, è che Venusio e Pezzetti non sono dei critici ma il pregiudizio, sono tutt'altro che la critica, i rappresentanti di quell'immobilismo meridionale che fa sì che tutto rimanga identico a sé stesso. Sono a loro volta due disperati, come Rossetti. Non c'entra nulla la critica, con la quale, tra l'altro, ho un rapporto speciale, perché io sono un attore che a ventinove anni ha cominciato a fare il regista, quindi, inizialmente, mi sono sempre sentito un imbucato e stavo sempre attento a ciò che mi scrivevano.

Non troppo tempo fa abbiamo visto "Baarìa", molto costoso e molto curato a tavolino, quindi privo di emozioni, a differenza de "L'uomo nero". Ciò è dovuto forse anche all'esperienza di attore?
Sergio Rubini: Di sicuro ho un rapporto speciale con gli attori perché conosco le loro dinamiche. Faccio una cosa molto semplice: provo tanto con gli attori, basta trascorrere un periodo insieme e cerco di coinvolgere i protagonisti anche nelle scene con i secondari. La cosa importante non è stare bene insieme, ma che questo momento produca un buon risultato, perché non è una gita vacanze, è un film.

E per gli attori cosa aveva di speciale questo set?
Valeria Golino: E' un privilegio poter fare una settimana di prove con il tuo regista, per vari motivi succede sempre meno. Per me lavorare in questo film è stato lavorare con un regista che è un grande direttore di attori, soprattutto perché trasmette un'energia, una tensione artistica, se la si può chiamare così, a chi lavora con lui. E' una cosa irresistibile, un regista irresistibile, ti fa fare cose che nessun altro ti potrebbe far fare.
Riccardo Scamarcio: Ho cominciato ad entrare nel personaggio cercando proprio di non andare alle prove, mi sembrava il modo migliore per entrare nel personaggio (ride). Sergio mi ha dato due paginette da leggere e sono stato pronto fin da subito. E' stato molto divertente fare questo personaggio e penso sia stato uno dei film più faticosi della mia giovane carriera, perché lavorare con Sergio è sì una festa, ma ti costringe a dare sempre di più.
Anna Falchi: Per me è stato sia divertimento che stress. Sergio fa diciassette inquadrature per una scena che diventa epocale.
Riccardo Scamarcio: Attenzione, però, diciassette inquadrature in un giorno (ride).
Anna Falchi: Con Sergio ci eravamo incontrati a un festival in Calabria, poi, un anno dopo, mi ha chiamata per questo ruolo appositamente pensato per me. Ho fatto la storia inversa dell'emigrazione, perché interpreto una donna del nord che si trasferisce al sud per sposarsi con questo dentista che è il ricco del paese. Sono grata a Sergio per avermi messa in questo cast di veri attori, dopo tanti anni che mancavo dal cinema d'autore. Voglio poi citare Vito Signorile e Maurizio Micheli, due compagni di viaggio straordinari con cui ci siamo fatti grasse risate.

Guido, invece, è la prima volta che lo vediamo in un film…
Sergio Rubini: Noi abbiamo visto 12000 bambini, io avevo notato Guido già dopo i primi 300, ma ho visto gli altri 11.700 per non prenderlo, perché sapevo a cosa sarei andato incontro (ride). Era perfetto per tutti, ma avevo capito che questo bambino sarebbe stato più forte di me, quindi ne cercavo uno che mi spaventasse di meno, che mi desse più fiducia e non ci sono riuscito. Il primo giorno di riprese ho perso la voce e ho fatto tutto il film afono, cercando d'inventarmi la voce, con Giaquinto che mi guardava e diceva: "Come sei afono" (ride).
Guido Giaquinto: Ti dicevo anche un'altra cosa (ride).
Sergio Rubini: Che rido afono (ride).
Guido Giaquinto: No, anche un'altra cosa (ride).
Sergio Rubini: Ah sì, anche questo, individuando una cosa vera: "Ma come ridi male" (ride).
Guido Giaquinto: Io mi sono divertito e sono stato felice.
Sergio Rubini: Ci sono state delle volte in cui saresti voluto andare a casa?
Guido Giaquinto: Sì, perché certe volte eri tu l'uomo nero (ride).

Mario Maranzana, purtroppo, lo vediamo raramente al cinema…
Mario Maranzana: Io sono il decano di questo film, con 57 anni di lavoro. Ho lavorato anche con moltissimi registi di altre nazionalità, ma qui ho trovato una cosa che nella lingua italiana non c'è. Noi diciamo recitare, in altre lingue, invece, hanno la parola "giocare", "to play", "jouer". Qui si è giocato molto e il gioco è buono quando ha una bella struttura narrativa, altrimenti il cinema non vale niente. Ho conosciuto dei personaggi di cui, di sicuro, mi ricorderò, anche se ho quasi 80 anni, quindi, il ricordo durerà probabilmente poco (ride).

Gli sceneggiatori vogliono raccontarci qualcosa?
Carla Cavalluzzi: Penso che questo film, oltre che un viaggio nella memoria di Sergio, sia la storia di un bambino le cui visioni sono le manifestazioni del suo inconscio. Lo percepisco anche come una favola, un po' simile a quella di Pinocchio, con il gatto e la volpe, la fatina e l'inconscio che funziona nei momenti più difficili per il bambino, quando vede litigare i propri genitori, quando non riesce a contenere la propria paura. Mi piace questo film anche perché è una favola moderna, con personaggi molto vivi e allegri.
Domenico Starnone: Carla ha detto tutto, quindi dico solo che lavorare con lei e Sergio è una esperienza estremamente piacevole. Con Sergio si litiga, Carla dice che farebbe in un altro modo e, a un certo punto, Sergio dice: "Ve la faccio una scena". Quindi, se lavorate con Sergio, lui fa tutti i personaggi e, quasi subito, sapete cosa dovete tenere e togliere dallo script.

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