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06 Settembre 2012 - Conferenza
"La Regola del Silenzio - The Company You Keep"
Intervista al regista e al cast.
di Francesco Lomuscio

Sparito dalla circolazione e dalla vita della figlia, da una decina di anni, a causa di una rapina andata male e per la quale é accusato di un omicidio che non ha commesso, Jim Grant, con le fattezze di Robert Redford, si rifà vivo con una mail in cui chiede alla ragazza di farsi trovare a Detroit, senza spiegargliene i motivi.
Parte da qui "The company you keep", che, diretto dallo stesso Redford traendo ispirazione da un romanzo di Neil Gordon, vede lo Shia LaBeouf della serie "Transformers" nei panni dell'intraprendente giornalista Ben Shepard, circondato da un ricchissimo cast composto, tra gli altri, da Stanley Tucci, Julie Christie, Nick Nolte, Sam Elliott, Terrence Howard e Susan Sarandon.
Un thriller politico dal sapore anni Settanta che miscela realtà e fantasia, ricordando - in maniera sicuramente voluta - il "Tutti gli uomini del presidente" di Alan J. Pakula, interpretato nel 1976 dallo stesso Redford, insieme a Dustin Hoffman.
Il lungometraggio è stato presentato fuori concorso presso la sessantanovesima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove LaBeouf e l'attore-regista hanno incontrato la stampa.


Come mai si è deciso di trarre un film da questo racconto?
Robert Redford: Sono stato affascinato dalla storia americana e questo evento, ora, l'ho sentito vicino. Adesso si può guardare con un certo distacco allo scandalo Watergate o alla Seconda Guerra Mondiale e riflettere su ciò che è accaduto. Tra l'altro, credo ci fossero somiglianze con un classico come "I miserabili", il cui protagonista - un innocente in fuga braccato dalla polizia che tenta di proteggere la figlia a ogni costo - ricorda il mio personaggio.

Il cast è notevole, perché abbiamo giovani attori come Shia LaBeouf, ma anche vecchie star, da Nick Nolte a Julie Christie…
Robert Redford: Tra le vecchie star rientro anche io (ride)? Non si è trattato di una questione di età, ma di qualità. Essendo io stesso un attore, sono molto sensibile al lavoro degli interpreti. Poi, con Julie Christie abbiamo cominciato a fare film nello stesso periodo.

Nel film ci sono due generazioni a confronto, la vecchia, impegnata nelle lotte sessantottine, e la nuova. Non credete che la nuova generazione stia ereditando la rabbia e l'impegno di quella passata?
Shia LaBeouf: Non abbiamo la stessa posta in gioco. Un tempo si combatteva per non farsi mettere una pistola alla tempia e finire in Vietnam, oggi, invece, lottiamo per uscire dalla crisi.
Robert Redford: Ogni generazione ha i suoi momenti di ribellione. Oggi si agisce in maniera diversa, ma arrivano sempre questi momenti.

Cosa faceva Robert Radford, nella vita, quando questo omicidio è avvenuto?
Robert Redford: Penso che all'epoca avessero buoni motivi per ribellarsi, ma anche che, prima o poi, si sarebbero trovati gli uni contro gli altri, a scapito della causa. Anche io condanno il Vietnam, ma in quegli anni non facevo attività politica, perché cominciavo a crescere una famiglia e a costruirmi una carriera nel cinema.

Il confronto tra passato e presente si riflette anche nella rappresentazione del giornalista interpretato da Shia LaBeouf. E' interessante confrontarlo con quelli di "Tutti gli uomini del presidente"…
Shia LaBeouf: Per me non è mai stato un problema generazionale. Rectavo un cacciatore e ho studiato giornalismo del passato e giornalisti cacciatori. In "Tutti gli uomini del presidente" c'erano due modelli di giornalista: il personaggio di Robert, che rappresentava l'idealità, e quello di Dustin Hoffman, spregiudicato pronto a tutto per uno scoop. Io li ho mescolati un po' tutti e due, ma credo ci sia meno idealismo tra i giornalisti di oggi. Esiste un libro intitolato "Il giornalista e l'assassino" che analizza proprio questa situazione, concentrandosi sull'etica della professione.
Robert Redford: Le generazioni sono soggette al momento storico in cui vivono. Ai miei tempi, i giornalisti lavoravano in condizioni diverse da oggi, perché non esisteva internet e, quindi, era più complesso reperire informazioni. Ciò che rimane costante è la necessità di ribellarsi a leggi sbagliate e decisioni politiche che vanno contro gli interessi del popolo. Questa è una cosa giusta che si deve verificare sempre e i giornalisti devono poter denunciare i mali della società. Una volta nel giornalismo americano non c'era tutta questa rabbia, i reporter di "Tutti gli uomini del presidente" perseguivano la verità, ma erano consapevoli che, insieme a essa, sarebbe arrivata anche la gloria personale. E la cerca anche il personaggio di Shia, tanto che vi è un legame sottile tra i due film che ha a che fare con l'ego.

Mentre realizzavate il film, avete pensato al fatto che, durante la campagna del 2008, Obama venne criticato per un legame con un ex Weatherman?
Robert Redford: No, ci sono poche prove, ma è tipico delle due fazioni, soprattutto dei repubblicani, scavare nel torbido per mettere in cattiva luce l'avversario.

Rispetto al pubblico americano, pensate che quello europeo sia più interessato alla dimensione politica?
Robert Redford: Invidio moltissimo l'Europa perché è più antica degli Stati Uniti ed è ricca di cultura. Nonostante la gloria e le bellezze naturali, si sente che l'America manca di questa cultura. Amo molto l'Europa ed essere qui a Venezia è meraviglioso.

Molti grandi registi hanno puntato su Shia LaBeouf come icona della nuova generazione…
Robert Redford: Io l'ho scelto perché è un attore brillante ed ha l'energia e la capacità necessarie.
Shia LaBeouf: Quando mi è arrivata la proposta di Robert non ci credevo, mi sono sentito baciato dagli dei

Nella pellicola sembra che lottare per una giusta causa sia inutile perché, alla fine, i ricchi sono comunque più forti e vincono sempre…
Robert Redford: Noi non siamo inutili, altrimenti io non sarei qua. Se guardo alla storia americana passata, vedo che si ripetono gli stessi errori e le stesse condizioni. Ci sarà sempre bisogno di correggere le ingiustizie, sono situazioni inevitabili.

Shia LaBeouf ha mai pensato, un domani, di dedicarsi alla regia?
Shia LaBeouf: Per ora, cerco di essere bravo in un'unica cosa e ho la capacità di concentrazione di un attore, ovvero sei mesi. Spero di maturare e diventare come Bob, che lavora per cinque anni a un progetto.

L'idea della violenza come opzione traspare dal film…
Robert Redford: Per me la violenza è l'ultima istanza possibile. Il film parla di violenza, ma non la mostra mai. Semmai, mi preoccupo di mostrare le conseguenze che la lotta violenta ha avuto sulle esistenze di chi l'ha praticata. Spero si possa dire che la violenza nel film è unicamente emotiva.

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