Sole a catinelle

"La casa di Jack"

Intervista a Matt Dillon


di Francesco Lomuscio18 febbraio 2019



Distribuito da Videa, arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 28 Febbraio 2019 “La casa di Jack”, ultima follia in fotogrammi diretta dal cineasta danese Lars von Trier, che già ha fatto discutere non poco presso l’edizione 2018 del prestigioso Festival di Cannes. Del film, comprendente nel ricco cast anche Uma Thurman e il compianto Bruno Ganz, è protagonista un ottimo Matt Dillon nei panni dell’individuo del titolo, serial killer con l’ossessione nei confronti della pulizia e che vede ogni omicidio come un’opera d’arte in sé. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione della conferenza stampa.


Come definiresti il tuo personaggio?
Matt Dillon: Jack è uno psicopatico, una persona che manca completamente di empatia, mentre i delitti passionali sono tragici ma diversi rispetto a ciò che è raccontato in questo film, che parla di serial killer ma anche di un artista fallito. Questo, proprio perché gli manca il senso di empatia.

Da attore, come si affronta un personaggio così orribile?
Matt Dillon: Prima di interpretare questo film e di accettare questo personaggio ho avuto diversi dubbi, in quanto si trattava di un argomento che non mi interessava. Ma non avevo dubbi sul regista, perché ho sempre ammirato Lars von Trier e i suoi lavori. Quindi, sapevo che avrebbe fatto un buon lavoro e ho accettato il ruolo perché ero perfettamente consapevole che essere diretto da lui sarebbe stata per me una bellissima esperienza dalla quale avrei appreso molto. Quando, poi, ho letto la sceneggiatura l’ho trovata estremamente interessante e scritta molto bene. Inoltre, mi è piaciuto molto il fatto che Lars, nel corso del nostro incontro, mi abbia detto che si assume la responsabilità dei suoi film. Con un film come questo, del resto, è bene che lui faccia ciò. Naturalmente, da essere umano mi veniva spontaneo giudicare il mio personaggio, quindi ero un po’ spaventato da quello che poteva essere l’orrore di ciò che commette.

Che ricordo hai di Bruno Ganz, che ci ha lasciati proprio in questi giorni?
Matt Dillon: Sono molto triste e mi sento fortunato per aver avuto l’opportunità di recitare con lui. Io sono un suo grande fan da quando, a soli diciassette anni, ho visto il film in cui interpreta il ruolo di un giocatore di scacchi che impazzisce (“Black and white like day and night”, n.d.a.). Per “La casa di Jack” io sono stato scelto prima che lui venisse coinvolto e, a un certo punto, Lars mi ha mandato un sms riportante semplicemente la foto di Bruno Ganz con sotto scritto “Verge”, con un punto esclamativo. Ero felicissimo della cosa perché sapevo che era un grande attore. Abbiamo girato il nostro lungo dialogo fuori campo in Danimarca, al termine delle riprese. Ricordo che sia Bruno che Lars volevano vedere il film insieme a me, ma io ero terrorizzato dall’idea e, di fatto, ancora non lo avevo visto. In seguito, la cosa non è accaduta perché sono dovuto ripartire, ma Bruno, che è riuscito a vederlo, mi ha detto che gli era piaciuto molto e che io sarei stato orgoglioso della mia performance. Infatti, il film mi è piaciuto molto, soprattutto perché non rifiutavo il mio personaggio.

Ti sei ispirato a qualche terribile personaggio regalatoci dalla storia del cinema per portare in scena il tuo Jack?
Matt Dillon: Da un punto di vista cinematografico, devo dire che questo film è molto diverso dagli altri, è unico. Io ero molto curioso di capire come la psicopatia e i serial killer venissero affrontati nel film. Mi sono reso conto del fatto che c’è tanta letteratura a riguardo e che si tratta di qualcosa che, purtroppo, fa parte degli umani. Potremmo dire che è un aspetto della natura umana. È stato molto difficile interpretare questo film, una sfida, ma a me le sfide piacciono. Quando ho chiesto a Lars per quale motivo lui fosse intenzionato a girare questo film, mi ha risposto che, a parte il fatto di ammazzare la gente, lo sentiva come quello più vicino a lui.

Dal punto di vista emotivo, come è stato lavorare al film?
Matt Dillon: Non è stato facile creare questo personaggio, mi sono mosso in modo da aggiungere sottraendo, nel senso meno e meglio. Jack è una persona nata priva di coscienza e di empatia, quindi per interpretarlo ho dovuto spegnere queste parti di me, eliminarle, come se non ci fossero. Comunque, abbiamo realizzato il film senza mai fare prove.

Il film è uscito in America?
Matt Dillon: Del film esistono diverse versioni, alcune con immagini maggiormente grafiche e altre in cui sono state eliminate alcune parti. Personalmente, non sono un fan della censura in qualsiasi forma, anche se devo dire che in questo film ci sono scene piuttosto dure e difficili; però, poi, accendi la televisione e ti imbatti in cose tremende, molto più brutali di quelle mostrate qui da Lars. La cosa tipica di Lars, poi, è che continua a fare film sull’America, ma, in realtà, lui non vi è mai stato.

Quale è stata, prima e durante il set, l’interazione con Lars von Trier per la creazione del personaggio di Jack?
Matt Dillon: È stato molto interessante perché, come già accennato, non abbiamo mai fatto prove. Qualche anno fa ho realizzato un film come regista (“City of ghosts”, nda) e avevo tra gli attori Stellan Skarsgård, che era già stato diretto da Lars e che mi disse che lavorare con lui era una cosa molto bella. Tra l’altro c’è un detto danese che, tradotto, significa “Ricordati di mantenere sempre le cose incasinate”, ovvero di continuare a lavorare anche sul set in questo modo. Prima delle riprese, parlando con Lars al telefono della costruzione del personaggio, lui mi disse “Durante le riprese ricordati di fermarci per continuare a tenere questa conversazione”. È molto preparato dal punto di vista tecnico, ma è concentrato sui personaggi e si basa tanto sulla parte emotiva anche nel montare il film, rompendo quelle che sono le regole. Ma lo fa in maniera decisamente autentica.

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