04 Settembre 2008 - Intervista
"The Hurt Locker"
Intervista alla regista e al cast.
di Andrea Giordano

Intervista stamattina a Kathryn Bigelow, apprezzata regista di opere come Point Break e Strange Days, agli attori Jeremy Renner (Dahmer, 28 settimane dopo), Brian Geraghty (Jarhead, Bobby), Anthony Mackie (She Hate Me, Half Nelson), e allo scrittore/sceneggiatore Mark Boal ( già autore di In the Valley of Elah), presenti alla Mostra del Cinema di Venezia per presentare The Hurt Locker, pellicola in concorso.

Cosa rende i suoi personaggi così straordinariamente unici e, in questo caso, qual è la loro psicologia dominante?
Kathryn Bigelow: Quello che ha reso questo film così particolare e unico è il fatto di aver potuto beneficiare di osservazioni di primissima mano, che sono il risultato del lavoro di Mark, che ha lavorato come "giornalista al seguito" delle truppe in Iraq. Li ha seguiti quotidianamente in missione, ha potuto quindi vivere sulla propria pelle, in prima persona, quello che queste persone fanno e questo ha dato questo aspetto di autenticità, di veridicità alla pellicola, che la rendono sicuramente diversa da tuti gli altri. Per quanto riguarda la psicologia di queste persone, devo dire che è stata descritta molto bene da Chris Edgar, vincitore del Premio Pulitzer e giornalista del New York Times. Difatti, la citazione che troviamo all'inizio del film, proprio all'apertura e che dice che "la furia della battaglia provoca dipendenza totale perché la guerra è una droga" è tratta proprio da un suo libro. È importante perché ci spiega le motivazioni, la spinta di queste persone, un esercito fatto da volontari, in quanto in America non esiste più la leva obbligatoria, che rende questa guerra molto diversa da quella del Vietnam, perché sono individui che si offrono, che chiedono di partire. C'è una psicologia molto diversa di questi soldati rispetto agli altri.

Sono passati 6 anni dal suo ultimo lungometraggio, K-19 The Widowmaker, che tra l'altro fu presentato proprio qui a Venezia: quali sono state le motivazioni per mettersi di nuovo dietro la macchina da presa?
Kathryn Bigelow: Devo dire che in questi anni è stato estremamente difficile trovare del materiale che mi potesse stimolare e interessare a tal punto da iniziare un nuovo progetto. Il rientro di Mark, che io conosco da tempo, ha fatto sì che io a venissi a conoscenze di tutte queste storie, queste psicologie così importanti, di questi uomini, che a mio parere svolgono il mestiere più pericoloso al mondo, e che decidono loro, volontariamente, di andarlo a fare, mi ha così interessato, che ho subito pensato valesse la pena farci un film, e così ho fatto. L'altra motivazione è stata l'attualità, fondamentale per me, anche perché oggi, come non mai, mi sento molto attirata, molto coinvolta, da tutti quei temi quotidiani, e che rappresentano insieme alla visceralità di questo film, una tela sulla quale mi piace lavorare e costruire.

Com'è stato lavorare con Kathryn Bigelow?
Brian Geraghty: Per me è stato splendido, lei è una persona che ti ascolta, che ti guida, insomma ho trascorso un periodo sorprendente.
Anthony Mackie: Kathryn ci ha chiesto molto relativamente a quello che andavamo a girare, lei si affidava molto a noi per aiutare a risolvere determinate situazioni, e grazie questo ci ha dato modo di dare freschezza narrativa e una tensione realistica molto convincenti.
Jeremy Renner: Ho una sorta di "ossessione" per le registe donne e mi è capitato già in passato di lavorarci insieme, e mi sono sempre trovato bene. In particolare, con la Bigelow, mi sono meravigliato, di quanto questa donna, così bella, così flessuola, sia allo stesso tempo così straordinariamente di polso e forte.

Nel film lo sguardo è rivolto verso questi soldati, però parla anche dei mercenari, del mondo arabo che vediamo fa da sfondo, quindi mi chiedo quanto è stato difficile affrontare un lavoro del genere?
Kathryn Bigelow:Innanzitutto devo dire che mi sono trovata di fronte ad una sceneggiatura straordinaria e questo mi ha dato l'opportunità di arrivare all'obiettivo che mi ero posta, e che maginificamente il lavoro di Mark aveva già centrato. Disponendo di questo materiale, così ricco, così ben strutturato, mi ha dato la possibilità di "aggirare" eventuali difficoltà e pericoli, mantenendo però il film estremamente attuale e ricco d'energia. È stato a questa favolosa sceneggiatura se sono riuscita a costruire qualcosa di così importante.
Mark Boal:Posso solo dire che credo sia estremamente difficile argomentare con la verità, quindi l'unica cosa che bisognerebbe fare è mostrare quello che vedi.

Come avete lavorato sull'elemento della tensione, in molti film tendiamo a sapere già quello che succede, mentre qui siamo di fronte all'imprevedibile, cosa potete dire al riguardo, è stato difficile?
Jeremy Renner: Io ritengo che tutto è andato bene perché avevamo la solidità di una sceneggiatura magnifica e la direzione di Kathryn che è stata illuminante, potente. Era tutto organizzato, non abbiamo dovuto inventarci nulla. E comunque gran parte del lavoro era stato fatto prima, quando c'eravamo incontrati per discuteri dei dettagli tecnici, quello sì è stato il nostro contributo più significativo. Per il resto abbiamo solo seguito un percorso già aperto.

Come vi siete preparati per la parte?
Brian Geraghty: Abbiamo fatto tipi di addestramenti diversi. Io per esempio ho lavorato con fucili, pistole, perché il mio personaggio ne faceva uso in maniera significativa. Ma abbiamo fatto lavorato a livello fisico, sulla strategia, sulla psicologia.
Anthony Mackie: Penso che il vero addestramento sia stato proprio il paesaggio dove abbiamo girato ad Hamman, in Giordania. Lì tutti i giorni, guardando fuori la finestra, vedendo quel panorama, le persone locali, tutto questo è stato importante per calarsi in maniera efficace nei nostri personaggi.

Avete mai paura a girare in Giordania?
Jeremy Renner: Ma sai la Giordania è molto "americanizzata", a tal punto che i giovani al di sotto dei 20 - 25 anni lo chiamano 51° stato. Non abbiamo sentito la nostra vita in pericolo.

Oltre ai noti Ralph Fiennes e Guy Pearce, perchè ha scelto di puntare su attori giovanissimi?
Kathryn Bigelow: Mi piaceva l'idea di lavorare con volti nuovi, freschi, ma poi perché sono attori dal grandissimo talento, completi, anche se relativamente sconosciuti nel mondo del cinema. Il mio interesse era quello di non avere un pubblico che viene a vedere un film, solo perché ci sono dei volti noti e che in un certo senso, portando quel bagaglio d'esperienza avrebbero potuto scalfire l'autentità, il realismo, che invece volevo mettere in questa pellicola.

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