03 Aprile 2009 - Conferenza
"Tutta colpa di Giuda"
Intervista al regista e al cast.
di Mauro Corso

L'unico che manca alla conferenza stampa è Gianluca Gobbi, che interpreta il ruolo del sacerdote, rimasto a Genova per una questione teatrale, uno dei suoi attori ha avuto un problema molto serio a un occhio e quindi Gobbi non è potuto intervenire.

Questo film è frutto del suo lavoro in carcere?
Davide Ferrario: Non avrei mai pensato di fare un film del genere senza una storia di frequentazione di carcere alle spalle. Non è che puoi andare in un posto del genere, fare un film e andare via. Soprattutto non è un film sul carcere. In maniera paradossale credo che qui il carcere svolga la stessa funzione che svolgeva la Mole Antonelliana in Dopo mezzanotte: è un posto che determina la storia. Il carcere non è la storia, direi che la storia è questo excursus sulla religione, la carne, le facce dei detenuti e dei qui presenti. Nel 2000 mi è stato chiesto di fare delle lezioni in un corso di formazione professionale di video montatori che c'era a San Vittore. Sono arrivato lì senza sapere cosa aspettarmi e nel giro di due lezioni ci siamo trovati molto simpatici con una ventina di detenuti del penale che erano lì. Poi mi hanno chiesto di andare avanti a far qualcosa e così abbiamo fatto fino a questo film. Ma questo era a Milano, era un gruppo molto diverso da questo gruppo di Torino, erano detenuti con lunghe pene, ergastolani oppure con trent'anni, quindi criminalmente "più convinti". Invece qui a Torino, come racconta Gianluca Gobbi nel film, questi detenuti sono "poca roba", ladri di farmacie, legati a reati di tossicodipendenza però con un paio di cosiddetti "socializzanti" e cioè un ergastolano, un altro con una lunga condanna, quindi criminali più strutturati di cui l'amministrazione penitenziaria si serve di più come elemento di coesione in un ambiente che altrimenti si sfalderebbe presto. Ed è proprio da qui che è iniziato il progetto.

Com'è sono nati i testi?
Davide Ferrario: Io mi sottraggo perché ogni volta che sento parlare di sceneggiatura, come diceva Goebbels, metto mano alla pistola. L'ho detto tante volte, io lavoro senza sceneggiatura, non penso che tutti debbano fare così, a me viene così, magari è più interessante chiedere agli attori come hanno lavorato con me. C'è molto dell'happening in questo metodo. Inoltre in un contesto del genere sarebbe stato molto stupido avere una sceneggiatura formale, perché non potevi andare con le battute dai detenuti, le avrebbero recitate male. Bisognava cogliere quello che c'era nell'aria.

Allora cominciamo con Cristiano Godano: come sono stati costruiti i testi del film?
Cristiano Godano: Alcune cose sono state prese da Davide ed erano già state edite dai Marlene Kuntz nei nostri dischi. Due-tre vengono dal nostro ultimo disco "Uno" e poi anche la canzone che Davide mette in bocca ai detenuti in una scena -per quel che mi riguarda particolarmente toccante - che è la scena che i detenuti cantano uscendo dalla propria cella con una coreografia che rende movimentata la situazione e a me è piaciuta molto. Abbiamo però anche creato una canzone appositamente ed è quella che accompagna i titoli di coda, e in quella canzone lì credo di aver cercato di creare un testo che in qualche modo non si allontanasse molto dall'idea del carcere come "tappeto" sotto il quale la società nasconde i propri fantasmi. In quella canzone lì ho cercato di dare voce a un carcerato ideale che esprime il suo pensiero (un carcerato non ignorante evidentemente) ed è consapevole delle sue colpe ma è schifato dall'atteggiamento della società.

E la parte rap?
Cecco Signa: Per quanto riguarda la mia parte di musica (a parte che è stata la mia prima esperienza nel cinema), Davide mi ha voluto usare anche per la mia faccia da galera. Le canzoni sono La libertà che era già edita e viene ripubblicata adesso e Tutta colpa di Giuda che abbiamo scritto insieme e serviva come una sorta di monologo del mio personaggio e si spiega anche il significato del film. Ci siamo divertiti tantissimo a trovare questa vena ironica e io alleggerito con una musica ritmata e gioiosa.

Com'è stato per Fabio Troiano lavorare con Ferrario?
Fabio Troiano: Io avevo già lavorato con Davide in Dopo mezzanotte, senza una parvenza di sceneggiatura. Davide arriva sul set, ci sono delle cose scritte, da lì si parte e poi si inizia a lavorare insieme sul testo e su cosa dire. Secondo me una scena significativa che spiega come lavora Davide è la scena tra me, Gobbi e la Smutniak in chiesa. Quella scena da sceneggiatura doveva essere nell'ufficio del direttore. Sul set Davide puntualmente cambia e decide di farla nella chiesa del carcere. Iniziamo e Davide inizia a cercare come farla. Doveva essere tutta urlata. Davide ci ferma e dice in chiesa? no, no, obbligo: non dovete urlare, perché in chiesa non si può urlare e ci metto anche due che pregano. Alcune frasi sono state aggiunte lì. Quindi un lavoro molto stimolante.

E lei Kasia ha lamentele su come lavora Ferrario?
Kasia Smutniak: C'è una scena, che è poi la svolta del film, dove c'è un ballo, la croce e alla fine decido di fare lo spettacolo senza Giuda. Non riuscivamo a fare questa scena da tre giorni perché la scena era molto lunga e puntualmente si metteva a piovere. Il terzo giorno, l'ultimo dovevamo farla a tutti i costi e a metà della scena si mette a piovere. Quindi un disastro, come al solito. Il matto allora (perché non so come chiamarlo) prende la videocamera di una ragazza di backstage e decide di girarla comunque. Io non sapevo neanche cosa dire, non avevamo provato, diluviava... era una cosa anche bella. Eravamo preparati da un mese, c'erano dei dialoghi che avevamo preparato insieme, alcune cose le abbiamo usate e altre no. Però la cosa più stimolante era andare sul set senza sapere di preciso cosa sarebbe accaduto.

Partendo dalla religione come si arriva a un cinema così contaminato?
Davide Ferrario: Dipende molto da cosa vuol dire pensare un film. Questo che stiamo dicendo non vuol dire che uno arriva la mattina e dice ora vediamo che succede. Cercherei solo di ribellarmi alla tirannia della sceneggiatura, cioè l'idea che sia questa a dare lo scheletro di un film. Secondo me la sceneggiatura è uno strumento; per me ad esempio è più importante la musica. C'è un lavoro molto complesso prima e poi durante il montaggio che credo che sia la vera natura del cinema... ma qui andiamo sulla teoria.

Lei però è ateo Ferrario...
Davide Ferrario: Io non credo ma penso che le religioni abbiano una funzione importante nella vita, nella cultura e nella storia. Credo nei miti. I miti ci rivelano cose delle società. Se tu alla religione cambi nome e la chiami mito, allora la religione cristiana è molto affascinante perché è il mito fondante della nostra cultura, che si basa sull'idea del peccato, dell'espiazione e del salvarsi attraverso il dolore. Quale miglior posto per spiegare questo di una galera che si chiama, guarda caso, "penitenziario"? Perché i penitenziari nascono con quell'idea lì, alla fine del settecento secondo un'idea religiosa la gente veniva presa e messa nelle celle come i monaci, doveva stare lì a lavorare e pregare e veniva fuori "mondata". Due secoli dopo potremmo pensare che forse non è proprio andata così, che le galere non fanno questo. Parlando di religione ho comunque fatto una cosa che non molti fanno: ho letto il vangelo. Da cattolico i vangeli si danno molto spesso per scontati. Se si leggono vengono in mente una serie di dubbi come quelli esposti da Kasia al prete nel film. Viene fuori un Gesù diverso, più affascinante, uno con un problema enorme: deve salvare il mondo e tutto quello che fa non lo fa per il bene. Le nozze di Cana: il miracolo non lo fa con convinzione ma su insistenze della Madonna e tutti i lebbrosi vengono salvati proprio per insistenza da parte loro. L'unico momento in cui si rilassa, ed è singolare, è quello che mette in moto Giuda, è una signorina che gli lava i capelli con l'olio e tutti si arrabbiano perché con quell'olio si potevano salvare altri poveri. Allora Gesù si arrabbia e dice questa si salva e voi no. E lì a Giuda gira il boccino e lo denuncia. Quindi è un Gesù "schizzato" e quindi moderno, molto affascinante, però lontano da quello raccontato dai preti.

C'è un episodio curioso? Sull'esperienza in carcere?
Fabio Troiano: Io ho un piccolo aneddoto sull'impatto che ha avuto su di me il carcere, tra l'altro soffro anche un po' di claustrofobia ed ero un po' ansioso... tutte quelle sbarre, solo righe. Mi viene presentata tutta la sezione e conosco Sergio Settimo, il detenuto che coordinava un po' il tutto, il socializzante. Mi presenta dice che farò il direttore del carcere, e poi si sa tutti fanno un po' le solite battutine, il direttore, l'infame, ecc. e questo Sergio Settimo mi prende da parte e mi dice vieni, ti faccio fare un giro. Io sono terrorizzato, guardo Davide che mi fa cenno di andare. Insomma inizio il giro e Sergio Settimo mi fa visitare tutta la loro sezione, le celle, la palestra, e mi trattava come il direttore. Mi dava del lei e mi iniziava a spiegare "guardi direttore, qui ci sono le tende, non ci dovrebbero essere" e io sono stato subito al gioco e facevo "sì chiudiamo un occhio". Poi andiamo avanti e a un certo punto mi fa "per quella storia dei computer, se potesse, perché il video è rotto..." e io dico "no non si preoccupi allora al più presto faccio partire le richiesta" e lui mi interrompe e dice "no, hai sbagliato perché il direttore non direbbe mai così. Il direttore è sempre molto vago, dice sì sì poi vedremo, non si preoccupi". Insomma mi ha fatto fare tutto il giro in questo modo ed è stata una maniera molto singolare di conoscersi, e questo mi rimarrà sempre molto presente.

Davide Ferrario in conclusione lo interrompe e dice a Fabio Troiano "però dimentichi quello che ti ha detto 'tu però sei quello dei Ris', un carabiniere in carcere non ci può stare... era partito col piede sbagliato!".

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