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The House That Jack Built

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Pozzo17 dicembre 2018Voto: 8.0
 

  • Foto dal film The House That Jack Built
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La sontuosa grandezza dell’ultimo film di Lars von Trier non risiede tanto nel tentativo di spostare ancora un po’ più in là l’asticella del mostrabile o di penetrare come mai fatto prima nei meandri di una mente disturbata (cosa che comunque gli riesce molto bene), ma, ancora una volta, nella tenera, ironica, virulenta e sconcertante analisi che il nostro fa di se stesso e della sua contrastata figura analizzando le sue paure più scabrose ed inaudite, i fantasmi e le manie, i vezzi e le paranoie, i rapporti umilianti e dilanianti con l’altro sesso e il disagio che si nasconde dietro quel sorriso malizioso da eterno ragazzino solitario che osserva il mondo dall’angolo di una stanza.

Non c’è provocazione sterile, in Lars von Trier, ma solo una grande voglia di stimolare il gusto intorpidito del pubblico odierno trovando un dialogo capace di sovvertire la grammatica cinematografica e di superare o quantomeno alleviare dubbi e depressioni che da sempre lo attanagliano. Non c’è, sotto la patina volutamente sfacciata e semiseria, lo stucchevole e solleticante desiderio di rimirarsi compiaciuti l’ombelico, ma la precisa volontà di guardare dolorosamente dentro la parte più oscura dell’anima tramite l’aiuto dell’arte nella storia dell’uomo e di quella insita nelle gesta spiazzanti di una mente anarchica e contorta che al suo demiurgo somiglia e non poco, così come non vi è nemmeno, occorre ribadirlo, quella sterile provocazione adolescenziale di cui molti continuano ingiustamente a tacciarlo, bensì un’ammirevole, toccante e genuina voglia di espiare e scavare dentro la propria natura e le angosce più cupe e stritolanti che tanto ricordano quelle di Jack, folle omicida che come un perverso Pollicino dissemina la strada d’indizi per farsi masochisticamente acciuffare e che torna più volte sulla scena del delitto per paura di aver lasciato tracce che esistono solo nella sua testa.

Non è, quello di Lars von Trier, un cinema vuoto che punta stoltamente alla pancia e si rimira scioccamente allo specchio, ma il tentativo umanamente lodevole e quasi commovente di gettare la maschera e di mettersi a nudo davanti a se stesso e al mondo intero, a quel mondo che l’ha visto sputtanarsi in diretta mondiale al festival di Cannes e che ne ha seguito il percorso di dolorosa riabilitazione fino a questo fantasmagorico trionfo della morte che giunge al culmine della massima lucentezza artistica e intellettuale di un artista spesso incompreso ma profondamente consapevole di se stesso e degli strumenti del proprio mestiere.

Lars von Trier non gira film: costruisce cattedrali, universi paralleli che si uniscono e si sovrappongono come quelli di Quentin Tarantino, mondi labirintici che si nutrono di se stessi dove tutto torna ciclicamente e nomi, opere e accadimenti si sfiorano e si rincorrono in un’infuocata girandola senza fine apparente dimostrando ancora una volta, come ci ricorderebbe eloquentemente Nabokov, che le rette parallele possono non solo incontrarsi, ma contorcersi e aggrovigliarsi nei modi più impensati come quei pilastri riflessi nell’acqua che s’abbandonano alle più tremolanti contorsioni purché ci sia la necessaria increspatura.

Perché Lars von Trier, Lars l’agnello ma anche Lars la tigre, Lars l’assassino trasfigurato da Jack ma anche ovviamente il Lars ragionevole e intellettuale impersonato dal Virgilio di un grande Bruno Ganz pronto a redarguire acremente e costantemente il suo scellerato alter ego, non si nega nulla, si prende i suoi tempi e scioglie il filo insanguinato del discorso fra frecciatine al vetriolo e ridanciane autocitazioni al limite della parodia sino a concedersi un epilogo di boschiana bellezza che piaccia o meno è di una libertà e di una visionarietà assoluta e dirompente, delirante catabasi kitsch che ci riporta ai campi dell’infanzia e alla mietitura, alla Rosabella di Jack e probabilmente di Lars stesso, al punto di partenza e dunque al momento dove tutto nacque e da dove si può avere forse una prospettiva migliore della vicenda e del discorso che il nostro ci propone da molti anni a questa parte, un discorso sardonico e doloroso capace di toccare vette d’inusitata bellezza nell’ultima decade e di culminare ora, all’apice di una sincerità mostruosa e solenne, in un ribollente magma d’arte, dissertazioni intellettuali e sangue che rappresenta ormai a tutti gli effetti il tratto distintivo della sua rutilante opera.

Dire che Lars von Trier è un sadico e compiaciuto essere malvagio che ama acriticamente le icone naziste e odia le donne vendendoci un cinismo orripilante e senza pensiero sarebbe come asserire che Tarantino si nutre solo di B-movies e zozzerie o che i piani sequenza di Sokurov sono un mero esercizio intellettuale, perché Jack il pazzo, esattamente come Lars, avrà certo un rapporto fra l’atipico e il controverso con le donne della sua vita, ma trovatemene, se ci riuscite, di personaggi femminili ardenti, elettrizzanti e complessi come quelli della sua filmografia, creature fragili e indimenticabili che sono tutt’uno col suo autore e fondamenta di un’architettura meravigliosa e sicura nonché, ovviamente, prova vivente delle infinite abilità di un artista temerario che continua a mettersi in discussione e che possiede ciò che a Jack inevitabilmente manca, ovverosia l’amore.

L’amore infinito per il cinema e per il proprio mestiere, per le sue vittime e per i suoi carnefici, per le creature vive e vibranti di un cinema che rispetta il pubblico proprio perché lo provoca e lo mette costantemente alle strette invitandolo a discutersi anche dolorosamente al di là di ipocrisie e limiti che la morale dello sguardo impone.

Lars von Trier può piacere o non piacere, lo si può discutere e analizzare animatamente, anche insultare, se proprio se ne sente il bisogno, ma non lo si liquida con una scrollata di spalle.

Perché Lars von Trier ci dimostra sempre e ancora una volta che i suoi film racchiudono tutto quello che il cinema dovrebbe sempre essere e che molto raramente è: libero, audace, senza compromessi.

Dio lo abbia in gloria sempre.


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