Il caso, il genio e la fatica
Il cinema che amiamo è spesso il risultato di errori trasformati in magia. Harrison Ford era un falegname che lavorava agli studios della Paramount quando George Lucas lo notò durante i provini di Star Wars: stava montando una porta. La produzione aveva già scartato centinaia di attori, e il ruolo di Han Solo sembrava andare da tutt’altra parte. Poi arrivò un carpentiere con gli attrezzi in mano e tutto cambiò. Ford non era nemmeno lì per fare un’audizione.
Anche Dustin Hoffman, durante le riprese di Marathon Man nel 1976, rimase sveglio tre giorni di fila per prepararsi a una scena in cui il suo personaggio doveva apparire esausto. Quando lo riferì a Laurence Olivier, che recitava con lui, la risposta fu memorabile: “Caro ragazzo, hai mai provato a recitare?” Tre parole che riassumono il divario tra due scuole di pensiero sul mestiere.
Quando il budget dettava le regole
Non tutti i classici nascevano con i soldi che meritavano. Alfred Hitchcock comprò i diritti di Psycho nel 1959 per soli 9.000 dollari, acquistando in anonimato le copie del romanzo di Robert Bloch per evitare che il prezzo salisse. Poi girò il film con la troupe della sua serie televisiva, tenendo i costi sotto i 800.000 dollari. Il risultato fu il film più redditizio della sua carriera, con un incasso mondiale che superò i 50 milioni in pochi mesi.
Stanley Kubrick lavorava all’opposto: ossessivo, lento, intransigente. Per Shining, Shelley Duvall girò la scena delle scale con la mazza di vimini per 127 takes — ancora oggi il record per una singola scena nella storia di Hollywood. Kubrick disse che voleva catturare l’esaurimento reale dell’attrice. Lo ottenne.
Gli errori che sono diventati iconici
Alcune delle immagini più celebrate del cinema sono incidenti. In Il Gladiatore di Ridley Scott, durante la scena del carro nella sequenza iniziale, si intravede brevemente una bombola del gas attaccata al mezzo: nessuno se ne accorse in fase di montaggio, e il film vinse ugualmente cinque Oscar nel 2001, incluso Miglior Film. Il dettaglio anachronistico circola ancora oggi tra gli appassionati.
Humphrey Bogart in Casablanca non sapeva quasi nulla della sceneggiatura giorno per giorno: gli attori ricevevano le pagine la mattina stessa delle riprese. Eppure quella fluidità apparente, quella sensazione che i dialoghi nascessero dal momento, fu esattamente ciò che rese il film immortale. La sceneggiatura fu scritta mentre si girava. Warner Bros. non aveva ancora deciso come sarebbe finita quando le riprese erano già a metà.

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I numeri che cambiano la prospettiva
Il cinema hollywoodiano degli anni d’oro era una macchina che macinava talenti con ritmi industriali. La MGM nei tardi anni Quaranta produceva fino a 52 film all’anno — uno a settimana — con contratti che legavano gli attori per sette anni e impedivano loro di scegliere i ruoli. Judy Garland fu messa a dieta forzata a tredici anni dai dirigenti dello studio, che le somministravano anfetamine per tenerla sveglia durante le lunghe giornate di ripresa de Il Mago di Oz.
Dall’altra parte del mondo, in Italia, Federico Fellini non scriveva quasi mai una sceneggiatura completa prima di iniziare a girare. Usava schizzi, disegni, appunti su foglietti. Gli attori spesso non sapevano cosa avrebbero recitato fino a cinque minuti prima. Marcello Mastroianni disse che lavorare con lui significava consegnarsi completamente all’incertezza — e che era la cosa più liberatoria che avesse mai fatto.
Quello che lo schermo non mostra mai
I film di guerra più realistici si girano spesso nei posti meno probabili. Salvate il Soldato Ryan usò una spiaggia irlandese per ricreare lo sbarco in Normandia, con 1.000 comparse reclutate dall’esercito irlandese. Spielberg impose ai suoi attori principali un addestramento militare di dieci giorni prima delle riprese, vietando esplicitamente a Tom Hanks di avere contatti con il resto del cast per creare una vera distanza gerarchica.
Cary Grant, considerato per decenni il sinonimo di eleganza e charme, disse una volta che avrebbe dato tutto per essere davvero Cary Grant. Nato Archibald Leach a Bristol nel 1904, da una famiglia povera e con una madre internata in manicomio quando aveva dieci anni, aveva costruito il personaggio da zero come un artigiano costruisce un mobile. Il cinema, in fondo, funziona sempre così: prende qualcosa di reale, lo trasforma fino a renderlo irriconoscibile, e poi lo chiama magia.








