Satoshi Tajiri da bambino non collezionava figurine. Girava per gli stagni e i campi intorno al suo sobborgo di Tokyo a caccia di insetti, li catalogava con una precisione quasi scientifica, li scambiava con gli amici. I compagni lo chiamavano “Dottor Insetti”. Poi l’urbanizzazione degli anni Settanta ha sepolto quei campi sotto il cemento, e Tajiri — che nel frattempo era rimasto folgorato da Space Invaders in una sala giochi — ha cominciato a chiedersi se quella magia potesse essere ricreata su uno schermo. Da quella domanda, nel 27 febbraio 1996, sono nati i Pokémon.
Sei anni di sviluppo e quasi un fallimento
La storia ufficiale tende a saltare la parte più interessante. Il progetto si chiamava inizialmente Capsule Monsters, ma il nome creava problemi legali perché si avvicinava troppo ai gashapon giapponesi e fu scartato. Shigeru Miyamoto — l’uomo di Super Mario e Zelda — vide il potenziale dell’idea e convinse Nintendo a finanziarla, ma lo sviluppo durò sei anni, molto più del previsto, e in alcuni periodi fu Tajiri stesso a coprire i costi con i propri risparmi. La sua software house, Game Freak, era a un passo dal chiudere.
Il 27 febbraio 1996 arrivarono sugli scaffali giapponesi Pocket Monsters Aka (Rosso) e Pocket Monsters Midori (Verde) per Game Boy — due versioni dello stesso gioco di ruolo a turni, con alcune creature in esclusiva ciascuna, che per completarsi al 100% obbligavano i giocatori a incontrarsi fisicamente e usare il cavo link per scambiarsi i mostri. Non era un dettaglio: era il cuore del progetto. Tajiri voleva ricreare quella sensazione dello scambio che aveva vissuto con gli insetti da bambino, trasformandola in meccanica sociale. I due titoli erano tecnicamente imperfetti, pieni di bug e glitch — tant’è che qualche mese dopo uscì una versione Blu che correggeva i problemi — ma il meccanismo funzionava in modo irresistibile.

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Come sono arrivati in Occidente (e cosa rischiarono di perdere)
Il successo in Giappone fu immediato. L’anime con Ash e Pikachu debuttò nel 1997, il primo film — Mewtwo colpisce ancora — nel 1998. Ma il passaggio verso l’Occidente non fu automatico: i manager americani di Nintendo spinsero per ridisegnare completamente le creature, convinti che lo stile giapponese non sarebbe piaciuto al pubblico statunitense. Game Freak si oppose. Alla fine i cambiamenti si limitarono all’adattamento dei nomi — Satoshi diventa Ash Ketchum, il franchise prende il nome ufficiale di Pokémon — e a qualche censura nell’anime. Lo slogan “Gotta catch ‘em all” viene coniato appositamente per il mercato americano. Tra il 1998 e il 1999 la Pokémania esplode a livello planetario.
I numeri di trent’anni dopo
Oggi il franchise ha generato oltre 147 miliardi di dollari di entrate totali, confermandosi il più redditizio della storia dell’intrattenimento — davanti a Star Wars, Marvel, Hello Kitty. I videogiochi hanno superato le 480 milioni di copie vendute. Nel 2024 Pokémon è stato il brand di giocattoli numero uno al mondo per il quarto anno consecutivo, con oltre un miliardo di dollari di vendite. E poi ci sono le carte: a febbraio 2026, una Pikachu Illustrator del 1998 — una delle 39 copie esistenti al mondo — è stata battuta all’asta per 16,49 milioni di dollari, entrando nel Guinness dei Primati come la carta collezionabile più costosa mai venduta. A cederla era Logan Paul, ad acquistarla il figlio di Anthony Scaramucci.
Trent’anni. Due cartucce grigie. Centocinquantuno creature. Il resto è storia.








