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Tom Hanks sarà Abraham Lincoln: il romanzo di Saunders diventa un film ibrido tra live-action e stop-motion

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Il casting che nessuno aveva previsto

La notizia è arrivata nelle ultime ore e ha il peso specifico di quelle scelte che sembrano ovvie solo dopo che qualcuno le ha fatte: Tom Hanks interpreterà Abraham Lincoln in Lincoln in the Bardo, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di George Saunders, vincitore del Booker Prize nel 2017. Il film è prodotto da Starburns Industries con Playtone — l’etichetta di Hanks e del suo storico partner Gary Goetzman — ed è attualmente in produzione a Londra. Alla regia c’è Duke Johnson, già co-regista di Anomalisa insieme a Charlie Kaufman.

È la prima volta in quasi quarant’anni di carriera che Hanks interpreta un presidente degli Stati Uniti. Ha vestito i panni di piloti eroi, editori scomodi, inventori di sogni, conduttori televisivi amati da tutti — Sully Sullenberger, Ben Bradlee, Walt Disney, Fred Rogers — ma la Casa Bianca non era mai arrivata. Lincoln cambia tutto, non solo per il peso storico del personaggio, ma per il modo in cui questo film lo affronta.

Un romanzo che sembrava inadattabile

Lincoln in the Bardo non è un romanzo convenzionale, e questo è parte del problema — o meglio, della sfida. Saunders costruisce la storia attraverso voci multiple: documenti storici reali, citazioni di biografi, diari dell’epoca, e i monologhi di un ensemble di fantasmi che abitano il cimitero di Oak Hill a Washington dove, nel febbraio 1862, Lincoln fece portare il corpo del figlio Willie, morto a 11 anni di febbre tifoide. La leggenda — documentata da testimonianze dell’epoca — racconta che il presidente tornò a visitare il feretro del figlio più volte, da solo, di notte.

Il romanzo vive proprio in quella notte. Lincoln è presente come personaggio, ma il bardo — termine tibetano per lo stato di transizione tra morte e rinascita — è popolato di esistenze sospese, anime che non accettano di essere morte e che osservano il presidente nel suo dolore. La struttura polifonica e frammentata del testo ha sempre reso complessa l’idea di un adattamento lineare. Saunders stesso ha scritto la sceneggiatura, il che è la prima garanzia che il materiale venga trattato con la necessaria fedeltà alla sua logica interna.

Perché Duke Johnson

La scelta del regista non è casuale. Duke Johnson — oltre ad Anomalisa, ha diretto nel 2025 The Actor, accolto con recensioni miste ma atteso con interesse — porta una competenza tecnica specifica nel combinare live-action e stop-motion animation, che è esattamente il formato scelto per questo film. Hanks apparirà in live-action come Lincoln, mentre l’universo del bardo e le sue creature saranno realizzati in animazione. È una scelta che ha una logica narrativa precisa: il presidente è l’unico essere vivente in un mondo di morti — separarlo visivamente dal resto ha senso non solo come trovata estetica, ma come dichiarazione sul confine tra il mondo dei vivi e quello di chi è rimasto bloccato a metà.

Anomalisa, co-diretto con Charlie Kaufman e candidato all’Oscar nel 2015, era interamente in stop-motion. Usava quella tecnica per raccontare la dissociazione emotiva di un uomo che vede tutti uguali tranne una voce nuova. La freddezza dell’animazione serviva la freddezza interiore del personaggio. Qui la logica si inverte: il live-action di Hanks porta calore e fisicità in un paesaggio altrimenti inanimato.

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Tom Hanks e i personaggi reali

C’è una traiettoria riconoscibile nella fase più recente della carriera di Hanks, quella post-2010: una tendenza a incarnare figure reali cariche di significato simbolico. Walt Disney in Saving Mr. Banks (2013), Fred Rogers in A Beautiful Day in the Neighborhood (2019), il capitano Sully Sullenberger in Sully (2016), Ben Bradlee in The Post (2017). Sono scelte che non nascono dalla somiglianza fisica — Hanks non assomiglia a nessuno di questi personaggi più di quanto assomigliasse a Forrest Gump — ma dalla capacità di trasmettere un’idea di integrità morale che il pubblico riconosce e associa a lui come attore.

Lincoln è il caso più estremo di questa traiettoria. È il presidente americano con il maggiore peso simbolico — abolizionista, martire, figura quasi mitologica — e il momento che il film sceglie di raccontare è il più privato e scomodo: un padre che non riesce a lasciare andare il figlio morto. Non Lincoln statista, non Lincoln alla guida dell’Unione durante la Guerra Civile, ma Lincoln di notte in un cimitero, solo con il proprio dolore.

Hanks produrrà anche il film, il che significa che questa non è una scelta subita ma voluta. Ha letto il romanzo, ha creduto nel progetto, ha portato Playtone a finanziarlo insieme. La differenza tra un attore che viene ingaggiato e uno che costruisce il film intorno a sé è quasi sempre visibile sullo schermo.

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